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editoriale

Chissà oggi Dante che Divina Commedia scriverebbe

11 aprile 2021

Cuneo

Molti gli suggerirebbero di mandare all’inferno o in purgatorio i politici,  i giornalisti, i preti, senza accorgersi che intanto ci andrebbero pure loro in quanto “falsador” che condannano in blocco “i” politici, “i" giornalisti, “i” preti. Rimane però vero che qualche politico la vedrebbe dura: intrallazzi, appropriazioni indebite, promesse non mantenute, cambio di casacca, raccomandazioni non sono quisquilie. Un posticino nei vari cerchi o nella sottocategoria delle dieci bolge è libero, e Lucifero è sempre a bocca aperta a masticare peccatori. Perché i giornalisti? Perché qualche padreterno insegna al papa a dire messa, al presidente a fare il presidente: vada tra i superbi! Qualcun altro scrive mezze verità, diffonde fake news, è ossessionato dal nemico a prescindere. Giù, tra i bari! Perché i preti? Eh, venditori di fumo, ipocriti, sodomiti. Mi fermo per salvare l’onore della categoria. Domanda: ma tutti gli altri, Dante li manda in paradiso, evasori, raccomandati che saltano la fila, sbianchettatori, revisionisti?  Nient’affatto. Se ha condannato alla “bufera infernal che mai non resta” Paolo e Francesca, è certo che non perdona chi vende anima e corpo per la carriera o per facile pubblicità; e i paladini della solidarietà o della democrazia ma gelosi dei loro privilegi o autoritari nella vita di tutti i giorni sa benissimo in quale cornice sistemarli. Temo anzi la ressa. Per le pene la fantasia del poeta può essere leggermente aggiornata: non più la fanghiglia putrida ma il perpetuo fumo di una ciminiera, non il rinfacciamento di colpe tra due dirimpettai, ma un martellante dibattito televisivo tra fanatici di opposte tifoserie, e senza telecomando. Ma nell’insieme l’inferno suo basta e avanza: essere immersi capo e collo nello sterco, nella pece o nel sangue bollenti, essere squartati con le minugia pendenti tra le gambe o maciullati dal peggior diavolo, camminare con la testa avvitata al contrario, o vedersi retrocessi a cagne o serpi dev’essere un inferno da non augurare al peggior nemico. E il paradiso? È ancora aperto o san Pietro l’ha sigillato? Dante ci ha fatto entrare papi e imperatori, scomunicati, una prostituta, pacifisti e guerrafondai, e altri con la fedina sporca come Davide o Adamo ed Eva: il motivo è che a un certo punto hanno recitato l’atto di dolore e hanno voltato pagina. Oggi avrebbe da sistemare i volti noti di buoni e cattivi, Saddam, Mandela, Bianchi, i dittatori di due colori, Maria Goretti, il mafioso, Cicciolina e via discorrendo. Potrebbe verificarsi il miracolo di allora, perché “la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei” (Purg. III) e così ce li vedremmo salmodiare accanto a Beatrice e san Francesco: i buoni per non aver peccato di presunzione (“O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini”, Luca 18), i cattivi per il pentimento: “Orribil furon li peccati miei” (purg. 3). “Con la veduta corta d’una spanna” che ci ritroviamo un po’ tutti, nutriamo qualche riserva per la sanatoria universale; in compenso non dubitiamo che il poeta spalancherebbe le porte alla moltitudine di anonimi,  volontari, impiegati, pensionati, clarisse, contadini, OSS, casalinghe, credenti e non credenti, che senza sbandierarlo praticano le beatitudini, comunque le vogliano chiamare. Chi invece è convinto che paradiso e inferno sono invenzioni medievali non ha da pensare alla sistemazione eterna, né per sé né per altri. Se sia un gran vantaggio giudichi il lettore.

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