editoriale

Lampedusa tra umanità e dolore, frontiera del Mediterrane

Quattro testimoni raccontano la cruda realtà degli sbarchi

Maria Gabriella Asparaggio 02 agosto 2026

Lampedusa

Quattro incontri a Lampedusa al termine della visita di Papa Leone XIV che continuano a raccontare, tra umanità e dolore, la frontiera del Mediterraneo.

Il primo è con una volontaria impegnata da tre anni nel primo soccorso al Molo Favaloro, che chiede di restare anonima. Il suo racconto descrive quello che definisce un vero e proprio “tunnel della militarizzazione”, uno spazio in cui i migranti sembrano scomparire agli occhi del mondo. Arrivano dopo giorni di navigazione, stremati, con ustioni provocate dal miscuglio di carburante e acqua salata, feriti, con la scabbia, disidratati. Eppure, racconta, il primo contatto è spesso con una macchina burocratica che rischia di dimenticare la sofferenza di chi ha davanti.

La volontaria denuncia interrogatori condotti anche nelle fasi immediatamente successive allo sbarco, quando le condizioni fisiche e psicologiche dei migranti sono ancora gravissime. “Vengono rivolte domande, racconta, su chi guidasse l’imbarcazione o sul numero delle persone a bordo, anche a chi è sul punto di svenire o ha perso i famigliari e persino a minori, in contrasto con i protocolli che dovrebbero tutelare i soggetti più vulnerabili. La dignità viene messa a dura prova anche nelle esigenze più elementari. I servizi igienici del molo sono spesso in condizioni tali che molti preferiscono non utilizzarli, nonostante abbiano trascorso giorni in mare in condizioni estreme. Uno è ancora fuori servizio e la carenza d’acqua trasforma ogni richiesta in un momento di profondo imbarazzo per chi presta assistenza. Eppure il trattamento subito prima in Libia rende il nuovo approdo un paradiso. Attorno a questo spazio convivono realtà diverse Croce Rossa, Mediterranea Hope, Save the Children, Frontex e altri operatori, chiamate ogni giorno a muoversi nel difficile equilibrio tra accoglienza, soccorso e controllo delle frontiere.

Una lettura condivisa anche da Francesca Saccomandi di Mediterranea Hope. “Negli ultimi anni - dice - la crescente “militarizzazione” dell’accoglienza ha progressivamente separato la comunità lampedusana dalle persone che arrivano via mare, interrompendo quell’incontro umano che per lungo tempo aveva caratterizzato l’isola. Essere presenti al molo, spiega, significa esercitare uno sguardo vigile sulle procedure, documentare eventuali violazioni e continuare a mettere al centro la persona, anche quando le politiche sembrano privilegiare esclusivamente la gestione della frontiera”.

In questo stesso scenario opera anche suor Cristina, carmelitana impegnata nel progetto intercongregazionale della UISG, che, con il suo lavoro, funge da supporto allo sbarco e da ponte tra i flussi migratori e la comunità. È approdata a Lampedusa dopo una vita trascorsa nelle periferie del mondo: dodici anni in Madagascar, l’esperienza del genocidio in Ruanda, tredici anni in Brasile. Per lei l’isola rappresenta la sintesi di tutte quelle missioni.

“Qui - dice - ho ritrovato la stessa urgenza di accogliere gratuitamente ogni persona, senza chiedere nulla in cambio, perché solo così si può riportare il mondo “sui giusti binari”.


Il racconto che più colpisce è però quello di Vito Fiorini, il falegname che il mare ha trasformato in un “naufrago che salva naufraghi”. Anche lui, in fondo, conosce il significato della migrazione. Negli anni Cinquanta lasciò Bari per Milano con una valigia di cartone; nel 2000 si trasferì a Lampedusa per amore dell’isola. La sua esistenza cambia definitivamente nella notte del 3 ottobre 2013.

“Ero in mare con alcuni amici, a bordo della mia barca, la Gamar, - racconta - quando uno di loro sente nel buio delle grida che inizialmente scambiai per il verso dei gabbiani. All’alba mi trovo davanti una scena che ancora oggi fatico a raccontare: centinaia di persone disperate aggrappate alla vita”.

Lui e i suoi compagni riescono a salvarne 47, issandole a bordo con enorme fatica perché i loro corpi, ricoperti di gasolio, scivolano dalle mani. “Era un’operazione rischiosa perché l’imbarcazione è omologata per otto persone, per cui abbiamo rischiato di capovolgerci - continua -. Ma il ricordo che continua ad accompagnarmi è quello del recupero delle vittime. Tra le immagini che porto sempre con me c’è quella di una giovane madre e del suo bambino ritrovati a 47 metri di profondità, ancora uniti dal cordone ombelicale. Furono deposti insieme nella bara numero 63”.

È quell’immagine che Vito racconta nelle scuole, convinto che solo la memoria possa impedire all’indifferenza di diventare normalità.

“Ai ragazzi ripeto - aggiunge - che la vita umana non ha prezzo e che nessuno dovrebbe mai trarre profitto dalla disperazione altrui. Per questo mi sono battuto affinché a Lampedusa sorgesse un memoriale dedicato alle vittime del naufragio, realizzato grazie al sostegno dell’associazione Gariwo, che lo ha riconosciuto come “Giusto”. L’opera è stata inaugurata simbolicamente alle 3.30 del mattino, l’ora esatta del naufragio, ed è stata scoperta proprio da alcuni dei giovani che avevo salvato quella notte. Un gesto che ha trasformato quel luogo in un invito permanente a non dimenticare”.

A quel riconoscimento si è aggiunta, recentemente, la nomina a Cavaliere della Repubblica, ulteriore testimonianza del valore civile del suo impegno. Questa missione di memoria attiva passa anche attraverso il cinema documentario: Vito utilizza infatti i docufilm “A Nord di Lampedusa” e “L’ultima isola” di Davide Lomma per accompagnare i suoi racconti nelle scuole, portando la realtà di quella notte fino a Tokyo, dove quei filmati sono stati proiettati per sensibilizzare un pubblico internazionale.

Da una parte c’è una frontiera sempre più segnata da procedure e controlli; dall’altra resistono gesti semplici che restituiscono dignità: una coperta, un paio di scarpe asciutte, un sorriso. Le quattro testimonianze raccolte raccontano modi diversi di abitare questa frontiera: la cura silenziosa della volontaria del Molo Favaloro, lo sguardo vigile di Francesca Saccomandi, l’accoglienza gratuita di suor Cristina e l’impegno di Vito Fiorini nel trasformare la memoria del naufragio del 3 ottobre 2013 in un’educazione alla responsabilità.

Alla fine del viaggio, Lampedusa non appare soltanto come il confine d’Europa, ma come il luogo in cui ogni giorno si misura la capacità di riconoscere, nell’altro, la comune umanità.



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