editoriale

La Bibbia rifiuta qualunque identificazione con una cultura, una nazionalità o un’etnia

Nessuna categoria di discriminazione ha senso davanti a Dio

Angelo Fracchia 23 agosto 2026

Cuneo

Si sono tenuti la settimana scorsa i campionati europei di nuoto e di atletica leggera, con risultati storici per il nostro paese. Lo sport nella nostra cultura risulta qualcosa di estremamente interessante. Gli eventi sportivi, intanto, fanno notizia e vengono seguiti anche da parte di chi magari non ha mai praticato quelle attività. Poi, si muovono su un’apparente contraddizione. Da una parte, infatti, sono un luogo di possibile esaltazione delle identità nazionali: si gareggia sotto i colori delle bandiere nazionali, si imposta su base nazionale la competizione sulle medaglie, si suonano gli inni nazionali nelle premiazioni.

Dall’altra parte, però, tutti sono messi in condizione di gareggiare alla pari, tanto che è scontato e naturale il rispetto nei confronti di tutti i concorrenti, nei quali si riconoscono i doni naturali ma anche la costanza della fatica e dell’impegno nell’allenamento. Anche il pubblico “perdona” facilmente la sconfitta, non accetta invece la mancanza di sportività, spesso persino da parte di coloro per cui tifa. Peraltro, se nel medagliere si riconosce la bontà o i limiti delle politiche sportive dei vari stati, è vero che i campioni nascono, per così dire, “a caso”, e nessuno stato ricco può permettersi di fare campagna acquisti per comprare il campione dello stato vicino. (Qualche spostamento di nazionalità si dà, ma sono in fondo casi limite e particolari).

Ovviamente questa condizione particolare dello sport (grande popolarità, base nazionale) non può che attirare gli appetiti della politica, soprattutto di chi ha bisogno di farsi conoscere in breve tempo. Si spiegano così alcune polemiche anche a tratti scomposte sulla fisionomia “italiana” di alcuni sportivi e sulle identità degli atleti italiani emergenti. In effetti, nell’ultima settimana abbiamo visto primeggiare, tra “i nostri”, tanti profili dalle identità miste, dalle storie personali, familiari e culturali complesse e anche dai nomi a volte non scontati da pronunciare. D’altronde, se ci spostiamo di un mese e di sport, le nazionali almeno maschili di calcio più vincenti negli ultimi tempi spiccano per mescolanza di origini, di nomi e di fisionomie umane.

A fronte di questo dato di fatto, non può che far sorridere l’ipotesi di una cittadinanza italiana vincolata all’inserimento nella cultura greco-romana e cristiana. La cultura cristiana, in effetti, dovrebbe affondare le radici nella Bibbia, a costo di perdere anche la propria identità.

Ebbene, è vero che la tradizione biblica non è sempre univoca in merito al rapporto con l’identità nazionale, ma può valere la pena ribadire ancora (lo si è già fatto su queste pagine) quanto resti aperta all’incontro con l’umanità tutta e quanto le sue pagine più accorte e consapevoli rifiutino qualunque identificazione esclusiva con una cultura, nazionalità o addirittura etnia.

Il Primo Testamento esalta un popolo a cui si promette una terra scacciandone chi vi abita (pagine che, lette in modo fondamentalista, offrono alcuni argomenti agli estremisti odierni), ma elenca, come popoli scacciati e sterminati, nomi che non evocavano nulla a nessuno, e che potevano suonare come finzioni anche agli ascoltatori antichi; a seguire, si elencano anche le popolazioni che sono tuttavia state lasciate nella terra, e non sono poche. Soprattutto, i profeti sognano l’afflusso libero e gioioso di tanti popoli al tempio di Gerusalemme, a dire che il rapporto con Dio avrebbe segnato la fine dello scontro tra le nazioni, e che non si sarebbe dato alcun ostacolo all’accesso di chiunque avesse voluto.

Anche Gesù fatica ad ammettere che anche i non ebrei possano avere accesso al piano divino («Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini»: Mt 15,26; Mc 7,27), ma alla fine proprio di quel confronto riconosce la fede della donna siro-fenicia e ne ascolta la preghiera. Una straniera, pagana, donna, gli fa intuire che il dono divino non può subire confini. È seguendo questa logica che anche Paolo ribadirà che nessuna delle categorie umane di separazione e discriminazione (ebreo-greco, uomo-donna, schiavo-libero), che erano ritenute insuperabili, ha senso davanti a Dio, al punto che nessuna di quelle può essere ricreata nella chiesa, che infatti nelle prime generazioni si segnalava come originale nell’accogliere chiunque senza distinzione di nazionalità, censo, nascita o cultura (cfr. Gal 3,26-29; Col 3,11), e tutti si trovavano intorno alla stessa mensa senza posti riservati. La cultura cristiana non può che essere accogliente di qualunque essere umano, senza distinzioni. Utilizzarla per discriminare ed escludere è semplicemente incoerente o irrispettoso della stessa cultura cristiana.

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