editoriale

Trump, Infantino e i milionari inglesi che chiedono di aumentare le tasse

Forme di patriottismo che rafforzano la solidarietà sociale

Davide Sacchetto 02 agosto 2026

Cuneo

Nel mondo che credevamo di conoscere, la semplice idea che il Presidente degli Stati Uniti caldeggi la nomina dell’attuale presidente della Fifa, e tra i principali artefici dei recenti mondiali di calcio, a Segretario generale delle Nazioni Unite sarebbe stata annoverata, rapidamente, tra le fake news. Il mondo che credevamo di conoscere, però, ammesso che non stesse solo nella nostra fantasia, non esiste più e la notizia, per quanto inverosimile, pare fondata. Ovviamente, ciò non significa che Gianni Infantino, lo spumeggiante capo del calcio mondiale, diventerà davvero Segretario dell’ONU, ma è verosimile che Trump ci stia facendo un pensiero.

Ora come ora, la fiducia e la stima nell’attuale capo della Fifa non sono alle stelle. Gli appassionati di calcio di tutto il mondo hanno seguito con un certo smarrimento la revoca, richiesta da Trump e accordata da Infantino, della squalifica inflitta a un giocatore della nazionale a stelle e strisce, con tanto di pubblici ringraziamenti da parte del Tycoon al solerte amico. Il servilismo del nostro, evidentemente, non lo consegnerà alla storia come un campione della purezza e dell’indipendenza dello sport, ma gli ha guadagnato le (peraltro volubili) simpatie del Presidente Trump. Non si intende paragonare il Presidente americano a imperatori romani un pochino sopra le righe e, men che meno, Infantino a equini proposti per cariche pubbliche ma l’aneddoto, vero o inventato che sia, consente una riflessione che pare appropriata. Gli storici, infatti, concordano nel sottolineare che la presunta volontà di Caligola di elevare il proprio cavallo a console non fosse dettata dal desiderio di valorizzare l’amato quadrupede, ma dalla volontà di umiliare ciò che restava del sistema di cariche della Roma repubblicana e di sottolineare il proprio potere assoluto.

L’idea di Infantino all’ONU conferma, ancora una volta, quale sia il punto di vista trumpiano sulle cariche pubbliche, sugli organismi internazionali e, nello specifico, sulle Nazioni Unite. Non sembra corretto affermare, come qualcuno fa, che Trump non distingue tra pubblico e privato. In realtà, la distinzione sembra essergli sufficientemente chiara, ma la sua idea pare essere che il settore pubblico debba essere al servizio degli interessi privati, soprattutto se suoi, della sua famiglia e dei suoi accoliti.

Nel frattempo, in Inghilterra, 120 milionari hanno metaforicamente preso carta penna per scrivere al nuovo premier britannico Burnham per chiedere di pagare più tasse. Si legge nella lettera “Amiamo questo Paese e vogliamo che abbia successo. Ma il successo richiede investimenti e una delle principali fonti di capitale ancora inutilizzato si trova proprio nelle nostre mani, sotto forma di ricchezza non tassata … Tassateci di più, siamo ricchi e possiamo permettercelo. Non stiamo parlando di aumentare le tasse per chi si alza ogni giorno e va a lavorare per guadagnarsi da vivere, ma per i più ricchi …”.

La proposta dei “Patriotic Millionaires” (i “Milionari patriottici”), a quanto si apprende, prevede una tassazione del 2% su patrimoni superiori ai 10 milioni di sterline che, secondo le stime, genererebbe un gettito fiscale aggiuntivo di 24 miliardi di sterline, circa 28 miliardi di euro all’anno.

Ovviamente, non sono mancati i commentatori che hanno tacciato l’iniziativa di demagogia, populismo, ipocrisia, irrealizzabilità e via discorrendo.

Certo, non tutto quello che capita nell’isola britannica è da prendere come modello ma, anche solo per un momento, è bello pensare e credere che qualcuno tenga al bene comune.

Prima che qualche bene informato spieghi le ragioni del complotto o la machiavellica manovra che sta dietro la generosità dei milionari britannici, vale la pena ricordare che ci sono state fasi storiche nelle quali l’Inghilterra ha rappresentato una lodevole eccezione in un mondo che andava a rotoli. È stato così nel 1936 a Cable Street, quando gli immigrati cattolici di origine irlandese, gli operai delle Trade Unions, la comunità ebraica locale e semplici londinesi, uniti, hanno impedito la prosecuzione della marcia, organizzata dall’Unione Britannica dei Fascisti, così contribuendo, forse in modo decisivo, a salvare la democrazia nell’isola.

I tempi sono cambiati, ma la necessità di gesti significativi non è venuta meno. Ben vengano, dunque, forme di patriottismo che rafforzano la solidarietà sociale.



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