Processo alla cooperativa Per Mano: le testimonianze dei genitori degli ospiti del Centro Diurno
Maltrattamenti, violenze, abusi nella struttura di Borgo San Giuseppe
Camilla Pallavicino 16 luglio 2026
Quando aveva inserito il figlio nel centro diurno gestito dalla cooperativa Per Mano, a Cuneo, gli avevano detto che gli avrebbero fornito assistenza individuale, che la loro offerta comprendeva un'ampia gamma di attività, ma nei sette anni in cui il ragazzo rimase lì, i genitori assistettero a un progressivo peggioramento delle sue condizioni: “era spesso pieno di lividi in varie parti del corpo; erano lividi pesanti e alle mie richieste di spiegazioni dicevano che se li era fatti da solo, cadendo o sbattendo. Solo a distanza di tempo mi ha rivelato che erano in tre a picchiarlo”.
È questa la prima testimonianza di uno dei genitori costituiti in giudizio contro i dodici imputati nel processo per maltrattamenti sui ragazzi ospiti della struttura gestita a Borgo San Giuseppe dalla cooperativa Per Mano. Oltre alla direttrice e alla coordinatrice, madre e figlia, sono finiti a giudizio dieci dipendenti della coop tra infermieri, operatori socio sanitari, educatori e psicologi.
Terrorizzato, nervoso, il ragazzo si rifiutava di parlare di come le cose andavano all’interno del centro diurno, “quando è venuta la Guardia di Finanza a dirci dell’indagine sui maltrattamenti io non l’ho più riportato lì, mi sono preso un periodo di tempo per stare con lui e solo dopo più di un anno ha iniziato a raccontare dei tre che lo picchiavano, che non gli davano da mangiare, che lo mettevano in punizione dentro una stanza buia, che gli schiacciavano la gola e la pancia, che lo graffiavano”. Nel centro in cui è stato poi inserito è migliorato tantissimo, ha raccontato ancora il padre, è stata cambiata la terapia e lui non mostra più quei momenti di agitazione e aggressività.
La mancanza di un progetto educativo è un elemento sottolineato anche dalla madre di un altro ospite della struttura tra il 2014 e il 2015, “ho chiesto il piano educativo più volte ma non l’ho mai ricevuto, così come non sono mai riuscita a vedere l’interno della struttura o la stanza dove dormiva. Quando andavo a prenderlo dovevo aspettare fuori. Fu una psichiatra loro consulente che mi parlò poi di un altro centro più adatto alle caratteristiche di mio figlio e così dopo un anno lo portammo via. Ci avevano consigliato quella struttura per la cura e la progettualità sugli ospiti ma io ho sempre ricevuto risposte vaghe”.
La stessa mancanza di trasparenza e chiarezza sottolineata dalla madre di un altro ragazzo entrato già adulto nel centro diurno e rimasto lì per un anno tra il 2015 e il 2016. “Quando andavo a prenderlo era sempre arrabbiato e nervoso, e la responsabile diceva che era colpa mia perchè non sopportavo mio figlio e che lì da loro era bravissimo. Però a casa si svegliava continuamente la notte gridando di non chiuderlo a chiave nella stanza buia”, la stessa di cui aveva riferito il primo genitore, ed è questo un elemento comune alle deposizioni dei familiari ascoltati nel corso dell’udienza di oggi: nessuno di loro sapeva della cosiddetta relax room, la stanza rivestita con materiale imbottito e dove i ragazzi venivano rinchiusi anche per parecchio tempo nel corso della giornata.
“Dimagrì moltissimo in quell’anno: lui era al centro diurno dalle 9 alle 17 e appena tornato a casa chiedeva di mangiare la pasta, aveva sempre fame” - ha raccontato un’ altra madre -. Nel centro che frequenta ora fa molte attività e sport, prima non voleva neanche andare più dal barbiere”.
Sempre della paura della ‘stanza buia’ ha parlato la madre del 16enne che frequentò il centro per alcuni mesi nel corso del 2016, “poi un giorno tornò con un livido sull’occhio, mi raccontò che un infermiere gli aveva tirato una scarpa sullo zigomo. Quando venne la Guardia di Finanza a parlare dell’indagine mio figlio si agitò tantissimo solo a sentir pronunciare il nome della cooperativa Per Mano”.
Per ultimi hanno testimoniato i genitori del ragazzo entrato al centro diurno di Borgo san Giuseppe all’età di 9 anni, e rimasto lì dentro per quasi dieci anni, fino a quando dopo la prima indagine ( quella dell’attuale processo ) i genitori decisero di costituirsi parti civili in giudizio e la direttrice li avrebbe minacciati di cacciare il figlio se non avessero fatto un passo indietro, “era la fine del 2024 e ci chiamarono per raccontarci dei progressi di nostro figlio ma poi ci dissero che se non avessimo ritirato la nostra costituzione di parti civili avrebbero cacciato nostro figlio dalla struttura e così hanno fatto”. All’interno della centro il suo livello di autonomia nella cura di se stesso o nel mangiare non era migliorata, anzi peggiorava hanno riferito i genitori, “non erano riusciti ad aiutarlo con il pannolone, mentre da quando è nella nuova struttura è diventato autonomo nella gestione dei propri bisogni, mangia da solo con le posate, abbiamo iniziato a fare la spesa insieme e ad andare al ristorante con lui”. Della relax room la famiglia venne informata solo nell’incontro organizzato dalle due responsabili a seguito dell’indagine della Guardia di Finanza, “ci dissero che non era vero niente, che lì dentro era tutto a posto, che quella stanza serviva solo come luogo per ritrovare la calma e che erano liberi di uscirne da soli. In realtà erano tante le cose che non sapevamo, come del libro dei traumi, del fatto che non c’era un medico fino al 2019. Tornava sempre a casa con le unghie di mani e piedi sanguinanti perchè gliele tagliavano troppo, gli avevamo detto che ce ne saremmo occupati noi ma loro continuavano così. Un’unghia la stiamo ancora curando”.
Altri genitori verranno ascoltati nell’udienza del 29 ottobre.