
Piccoli volatili dalle piume multicolori, ma anche l’aquila maestosa, stambecchi e camosci, lupi e volpi, fino ai bisonti della Polonia e ai leopardi del Serengheti. È un mondo popolato di animali e di vita, di movimenti trattenuti e sguardi profondi quello che ci viene incontro dalle istantanee di Michael Lovera, ventitreenne di Borgo San Dalmazzo (dove vive da 9 anni), fotografo naturalista con un sogno nel cassetto: trasformare un giorno quella che oggi è una grande passione in un’attività professionistica.
Originario di Cuneo, diplomato all’Itis “Delpozzo”, lavora a Fossano nel settore degli impianti fotovoltaici.
“La passione per la fotografia - racconta - è nata otto anni fa, per puro caso. In terza superiore conobbi un nuovo compagno di classe che già fotografava la piccola avifauna attorno a casa sua. Rimasi colpito dalla scoperta di così tante specie colorate di passeriformi, mentre fino a quel momento avevo notato solo i comuni “passerotti”. Dietro suo suggerimento, lasciai qualche seme di girasole in un sottovaso rubato a mia madre: in pochi giorni, iniziarono ad arrivare cince, pettirossi e i “miei” cardellini, che ho amato fin da subito”.
Che attrezzatura utilizza?
“All’inizio avevo una Canon EOS 80D, con un piccolo teleobiettivo della Tamron che mi ha permesso di scattare le mie prime fotografie. Ancora ricordo la mia primissima foto a una coppia di cinciarelle…uno scatto che non ha nulla a che vedere con quelli che faccio oggi ma che conservo nel mio hard disk per ricordarmi da dove sono partito. Oggi mi muovo con una EOS R5 sempre della Canon, con diversi teleobiettivi, ma quello che uso più frequentemente è un 400 mm fisso”.
Cosa è cambiato nel tempo?
“Dall’attenzione verso i piccoli uccelli sono passato a studiare i mammiferi del nostro territorio, come lo stambecco, il camoscio, il capriolo, la volpe e il lupo, anche con l’utilizzo di fototrappole per capire abitudini, spostamenti, passaggi per poi pianificare gli appostamenti. Da qualche anno mi interesso anche della fauna esotica. Quello che è rimasto invariato è il grande amore per la natura”.
Quale idea la guida nel suo modo di fotografare?
“Da completo autodidatta quale sono, credo di aver trovato, con il passare degli anni, uno stile tutto mio. Uno stile che ha come concept la pulizia e il contatto visivo con l’animale. Nelle mie immagini non cerco solamente una composizione corretta o la giusta esposizione; cerco uno sfondo pulito che possa far risaltare il soggetto, il contatto visivo che possa portare l’osservatore a stabilire un legame con l’animale, la luce giusta che permetta di apprezzare le sfumature di colore del pelo o delle piume e per ultimo, ma non per importanza, cerco di avvicinarmi il più possibile per poter apprezzare ogni singolo dettaglio.
Insomma, quello che cerco è un’immagine che riesca, grazie all’attenzione ai dettagli, a valorizzare il soggetto, indipendentemente che si tratti di un piccolo passeriforme delle mie montagne o di un leone della savana. Una fotografia minimalista…è per questo che i miei amici mi chiamano «Mini Michael»”.
Dopo anni di fotografia in montagna e nelle valli, sono iniziati anche i viaggi fuori dall’Italia…
“Sì, ho iniziato a viaggiare, spinto dal desiderio di scoprire la bellezza dei paesi esteri e l’avifauna che potevano offrire. Sono stato in Spagna, dove ho aspettato per ore la lince iberica che rimane, a mio avviso, uno dei felini più belli che ci sia.
Mi sono spostato in Slovenia, dove sono arrivato a pochi metri dall’orso bruno. Sono stato in Finlandia, un paese magico, ricco di avifauna: qui, per la prima volta nella mia vita, sono stato io a scappare da un uccello e non il contrario, il giorno in cui un gallo cedrone particolarmente territoriale ha deciso che non potevo continuare l’escursione nel bosco!
Sono stato in Polonia, nella foresta di Bialowieza, dove ho potuto ammirare da vicino la maestosità del bisonte e l’apertura alare dell’aquila di mare coda bianca. L’anno scorso, a fine gennaio, ho fatto un viaggio in Tanzania con tre amici e sono rimasto incantato: il cratere di Ngorongoro, le distese infinite del Serengheti e il lago di Ndutu, sono posti che consiglierei a chiunque di vedere almeno una volta nella vita”.
Come organizza i suoi viaggi?
“Cerco di ritagliarmi il tempo per due viaggi impegnativi, fuori Italia, ogni anno. Mi documento, raccolgo informazioni, poi contatto le guide locali. Per i viaggi in Italia invece mi muovo da solo”.
Cosa serve per una bella foto naturalistica?
“Servono tempo e fortuna. La giornata del fotografo naturalista inizia un’ora prima dell’alba e si conclude un’ora dopo il tramonto. Il resto sono lunghe ore di appostamenti, cercando di “sparire” grazie all’impiego di tute mimetiche e altri accorgimenti. Non è semplice, perché gli animali sono intelligenti e riescono a notare anche i minimi cambiamenti. Bisogna mettere in conto anche una bella serie di uscite senza scatti…”.
Cosa ha imparato da questi anni di fotografia nella natura?
“Ho imparato ad apprezzare ogni singola sfumatura della natura. Poterla raccontare a modo mio, con la mia fotocamera, ha incrementato giorno dopo giorno la mia curiosità, la voglia di scoprire nuovi angoli incontaminati, nuovi sentieri, nuove specie e la voglia di riprovare quelle sensazioni che solo un bosco e una tuta mimetica mi sanno regalare”.
Il sogno da inseguire?
“Il mio sogno è quello di riuscire a condividere la mia fotografia con un numero sempre maggiore di persone, riuscire a farle appassionare ad un genere che magari prima d’ora non avevano preso in considerazione e accendere i riflettori su un mondo che sta diventando sempre più sottovalutato. In particolare, vorrei cominciare a organizzare viaggi nel mondo per altri appassionati di fotografia, accompagnandoli in posti che già conosco. Inutile dire che un giorno spero di poterlo fare di professione. È la mia strada…ne sono sempre più convinto!”.