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Ricordi e passioni di Giuseppe Pecollo

03 novembre 2024

Cuneo

Pecollo Giuseppe e Rosina Cucco 2024 Giuseppe Pecollo e Rosina Cucco La sua passione per gli “attrezzi di una volta” è diventata museo, in una dépendance dell’abitazione a Castelletto Stura. Giuseppe Pecollo (classe 1938) ex impresario edile, in 50 anni di attività professionale ha curato numerose ristrutturazioni e demolizioni di vecchie cascine, sotto i cui porticati e fienili non di rado ha trovato accatastato un vasto campionario di cose “vecchie”, destinate alla discarica. Attratto da alcuni pezzi particolarmente evocativi della vita di inizio ‘900, ha iniziato a portarli a casa e, nei mesi invernali, quando aveva più tempo libero, li ha meticolosamente restaurati. Così è nato il Museo contadino 1850-1950, visitato da scolaresche e intenditori di varie zone del Piemonte e d’Italia. Oltre 3.000 i pezzi esposti: attrezzi agricoli (per arare, seminare, dissodare il terreno, gioghi per il bestiame), domestici (ferri da stiro in ferro, scaldaletti a brace, caffettiere, macinacaffè, tostacaffè, pentolame), arnesi da lavoro (per cardare la lana, fare matasse, fusi, apparecchiature per l’estrazione della seta dai bozzoli - in piemontese descucunè -, attrezzi di falegnameria, per la lavorazione del latte e arredo domestico), ma anche cimeli risalenti alle due Guerre Mondiali: maschere antigas, portabombe, slitte, abbigliamento ed attrezzature per l’esercito (in particolare l’Artiglieria alpina) e per gli animali. Infine, una sezione con carri e carretti (barucin, cartun, tumbarel), i mezzi di trasporto di quegli anni. Usati per traslochi e per lo spostamento di ogni materiale, sono stati accuratamente ripuliti e resi funzionanti, così come le 6 carrozze. Una delle quali proviene dal Vaticano: la “carrozza papale” veniva utilizzata per gli spostamenti di membri del clero; una “timonella”, tipico mezzo di trasporto usato dal medico per le visite domiciliari; una carrozza leggera “per signora”, ma anche un carro funebre (proprietà del comune di Cuneo) utilizzato, tra l’altro, per il funerale del padre di Duccio Galimberti. Per Pecollo la passeggiata nel museo è l’occasione per narrare tanti episodi legati alla vita della prima metà del secolo scorso, compresi gli orrori della seconda Guerra Mondiale che, bambino, ha vissuto in prima persona. “Sono sempre stato attratto dagli oggetti del passato – spiega Pecollo - mi riportano all’infanzia e alla giovinezza. Vengo da una famiglia contadina, di ciabutè, piccoli proprietari e da ragazzo ho lavorato anche in campagna. Come si dice in piemontese sono andato da vachè e non voglio perdere il ricordo di quegli anni. Il benessere ha indotto la gente a volersi disfare di tutto ciò che era vecchio e superato ed ora, paradossalmente, c’è una caccia a questi oggetti nei mercatini dell’usato. Nella realizzazione del museo sono stato sempre affiancato e supportato da mia moglie Rosina, nativa di Crava, cresciuta nella mia stessa realtà agricola e dai nostri figli Osvaldo e Silvana. Aperta campagna La mia famiglia abitava a Riforano, in aperta campagna alla Cascina i Cui, a un centinaio di metri dalla cascina Gugiun abitata dai Ravera, i miei nonni materni, arrivando da Cuneo sulla sinistra dell’attuale Bottera. I nuclei famigliari erano molto numerosi e le cascine popolatissime; a Riforano vi erano addirittura due cense, i negozi di generi alimentari e di prima necessità di un tempo, due panettieri e un bar, il Circolo agricolo, frequentato da soli uomini, che previo tesseramento, si ritrovavano per giocare a bocce, carte e pallapugno, gli unici divertimenti dell’epoca. Coltivavamo la terra, soprattutto meliga, grano e ortaggi tra cui molte patate. Allora con 10 giornate di terreno viveva una famiglia con 7-8 figli, oggi con meno di 200 giornate non si fanno profitti. Ogni famiglia aveva cinque o sei mucche da cui ricavava latte e produceva formaggi. In campagna qualcosa da mangiare c’era sempre, ma si faceva anche molta attenzione a non sprecare nulla. Dopo la mietitura i bambini andavano a spigolare per raccogliere tutto ciò che rimaneva. Questa vita parsimoniosa divenne ancora più dura negli anni della guerra. Ricordi di guerra Molti abitanti della città durante la guerra sfollarono in campagna, nella speranza di evitare i bombardamenti, ma anche tra i campi non si stava al sicuro. Quando passavano gli aerei tutti mollavano ciò che stavano facendo e correvano a ripararsi nelle cantine. Il sol ricordo del suono delle sirene mi mette ancora ansia. Alcuni episodi sono impressi nella mia mente e tuttora mi fanno venire la pelle d’oca. Era il mese di maggio 1944: una squadra di partigiani a Castelletto Stura piombò a casa del signor Gautieri, detto Totu, proprietario di tre cascine. Gli rubarono un cavallo ed un maiale e fuggirono a Riforano, dove si piazzarono proprio a casa di mio nonno, Giuseppe Ravera, per tutti Pino, padre di mia mamma Maddalena. Lì uccisero il maiale; terminata la macellazione si allontanarono con i tagli di carne da dividere tra loro e abbandonarono il cavallo nella stalla di mio nonno, probabilmente con l’intento di tornare a prenderlo più tardi, dopo aver sistemato la carne. Il signor Totu, ovviamente, avvisò il podestà di Castelletto Stura e la Brigata Muti che, con poche indagini, si precipitò a casa di mio nonno ritenendolo colpevole di quel furto. Lo legarono con una corda dietro al loro camion; mamma ed io, con la pena nel cuore, li vedemmo partire. Si diressero al circolo Acli del paese: per strada incrociarono il signor Manassero, Notu, che con il carretto andava a vendere formaggio nelle campagne. Schiaffeggiandolo si impossessarono della sua merce e ripresero il viaggio, caricando finalmente nonno sul camion. Lo portarono in prigione a Cuneo, dove fu recluso per un mese con pochissimo cibo e molte botte. Lo processarono davanti agli occhi di mio padre e suo fratello Tonin, unico maschio rimasto a casa, reduce della guerra in Grecia e Albania, riuscito a nascondersi all’arrivo della Brigata Muti. Mio padre aveva un fratello prete, Don Giuseppe Pecollo, in casa detto ‘barba preve’, teologo e cappellano dell’ospedale di Cuneo. Era un’autorità e conosceva molti gerarchi: suggerì a mio nonno di dichiararsi malato, pertanto non fucilabile e lo fece ricoverare in ospedale, dove prestava servizio spirituale. Dopo un mese riuscì a farlo dimettere e tornare a casa. Rivendicazioni Un altro episodio mi colpì profondamente: qualche mese dopo la disavventura di mio nonno, a luglio, due uomini della Polizia Annonaria giunsero a Riforano. Esercitavano il controllo sul commercio e sui pubblici esercizi; in particolare, venivano a riscuotere la parte del raccolto agricolo destinata al regime. Due Partigiani spararono loro, senza colpirli, ma costringendoli ad allontanarsi. Il gesto ebbe ovviamente ripercussioni: dopo una settimana sopraggiunsero 15 tedeschi a cavallo con l’intento di regolare i conti, colpendo alla rinfusa. Mio padre ebbe la sfortuna di trovarsi nel loro raggio d’azione: scappò attraversando il canale e saltò due recinzioni, ma fu catturato. Si tolse, quindi, il cappello e mostrò al comandante sul capo i segni dei combattimenti nella Guerra ‘15-’18; questo lo salvò. I militari proseguirono la rappresaglia nel vicino cortile dei Crosetto; vedendo un ragazzo sedicenne fuggire nel grano, lo inseguirono, sparando alcuni colpi, che fortunatamente non lo centrarono. Terrorizzato, si arrese alzando le mani e fu acciuffato. Contemporaneamente, un gruppetto di soldati catturò un altro ragazzo di 17 anni, che si trovava in quella zona. Era il figlio del signor Revelli, gestore della trattoria, che udito l’accaduto si precipitò nel cortile dei Crosetto con un’abbondante quantità di pane, salame, formaggio e vino. Vedute tutte quelle vivande, i tedeschi si abbandonarono ai piaceri culinari, facendo man bassa di tutto il cibo. Sazio, il comandante disse a Revelli: ‘Nonno, ci hai trattati bene, hai salvato due ragazzi dalla Germania’ e tutti tornarono liberi.  L’ammasso La politica agricola del ventennio fascista prevedeva gli ammassi, granai collettivi. Gli agricoltori avevano l’obbligo di consegnare il frumento ai consorzi agrari incaricati di procedere alla commercializzazione della merce. Ai privati venne vietato di raccogliere e di vendere frumento per conto proprio. Durante la mietitura o la trebbiatura, funzionari del regime passavano nelle cascine e, in base ai componenti della famiglia stabilivano quale quantità potesse essere tenuta per la sussistenza delle persone e degli animali e quanto dovesse, invece, essere ceduto. I funzionari dell’Annonaria giravano per le stanze e i fienili per accertarsi che non si nascondessero grano o meliga. La fame era tanta e tutti cercavo di arrangiarsi come potevano. Mio fratello ed io avevamo imparato una tecnica efficace: su un telo giravamo una bicicletta sotto sopra, appoggiata sulla sella e sul manubrio. Io giravo i pedali, azionando così la ruota posteriore. Lui avvicinava i mazzi di grano in modo tale da non danneggiarli, ma far cadere alcuni chicchi travolti dalla raggera. Di tanto in tanto vuotavamo il telo portando i chicchi in un barile nascosto in una botola sotto il porticato. Occorreva prestare molta attenzione e interrompere immediatamente il sistema se si vedevano arrivare soldati o funzionari del regime. I bigat  Un’attività molto diffusa ed ora scomparsa era la sericoltura. Nelle campagne tutti allevavano i bachi da seta, bigat. Era un lavoro impegnativo e faticoso, concentrato in una quarantina di giorni tra aprile e maggio. Anche i bambini andavano a raccogliere le foglie dei gelsi, i murè, che servivano a sfamare i voraci vermicelli. I bachi subiscono quattro mute, una ogni settimana: cambiano la pelle e questo comporta una pulizia continua dei loro giacigli. Alla fine del processo si avvolgono in un filo di bava che man mano li attornia, sempre più fitto e in tre giorni il guscio è completo. All’interno del bozzolo il baco, rimpicciolito dopo aver espulso la bava, non è morto: subisce una metamorfosi, trasformandosi prima in crisalide, poi in farfalla che, bucando l’involucro esce e depone le uova. I contadini permettevano questo ciclo naturale solo a un piccolo numero di bozzoli, per raccogliere le uova da utilizzare l’anno successivo. Per la maggior parte dei cuchet non si concedeva di concludere il processo naturale che, con la fuoriuscita della farfalla, danneggia il guscio. Questo deve rimanere integro, formato da un unico filo di seta lungo circa 1.500 metri. Occorre, quindi, entro una decina di giorni, sbozzolare, descucunè, cioè raccogliere i bozzoli e liberarli uno ad uno dalla lanugine che li avvolge. Stipati nelle gorbe, capienti ceste, venivano, di solito, venduti alla filanda di Castelletto Stura. Qui si procedeva immediatamente, con essiccatori ad aria calda, a interrompere la metamorfosi, provocando la morte della crisalide e salvaguardando la materia prima. Nostalgia  Ricordo con nostalgia quegli anni, in cui si aveva pochissimo, ma si condivideva tutto. Le sere a vegliare nelle stalle erano l’occasione per dialogare, consigliarsi ed aiutarsi. Oggi si è molto persa questa dimensione e l’individualismo domina le nostre vite. Sono piacevolmente stupito dal progresso, dagli agi e da quanto ho realizzato in duri anni di lavoro, ma non nascondo che mi mancano l’empatia e il reciproco aiuto, che di fronte ai problemi e alle difficoltà facevano sentire parte di una grande famiglia”. Nel loro museo Giuseppe e Rosina hanno ricreato scorci di questa vita, con oggetti e attrezzi che fanno rivivere emozioni e pezzi di Storia. Non a caso hanno organizzato e animato numerose edizioni del Festin ed San Martin a Tetti Pesio, rievocazione della tradizione del mondo agricolo, dove l’espressione “fare San Martino” era sinonimo di traslocare. Infatti, fino agli anni ’60, l’anno lavorativo dei contadini terminava l’11 novembre e nel caso il datore di lavoro (proprietario dei campi e padrone della cascina) non avesse rinnovato il contratto con il bracciante per un altro anno, egli era costretto a trovarsi un nuovo impiego, in un’altra cascina. In tal caso doveva abbandonare la casa e trasferirsi, con tutta la famiglia al seguito. Nel novembre 2010 Pecollo è stato ospite della puntata di Mela Verde dedicata alla pecora Roaschina-Frabosana e al raffronto tra la vita dei pastori transumanti e le moderne tecniche di allevamento di una delle più importanti razze ovine autoctone del basso Piemonte. Giuseppe Pecollo, il Museo contadino Il Museo contadino Giuseppe Pecollo, il Museo contadino Un interno del Museo contadino
Castelletto Stura Serena Scognamillo Museo contadino