Mia madre, per quel giorno, si era procurata dalle contadine del paese che avevano un orto, un po’ di fiori, un bel mazzo da portare al cimitero a Centallo e poi fiori dell’autunno, le settembrine, gli astri, qualche crisantemo più piccolo o un po’ sfiorito. A metà mattinata ci incappucciava bene e ci mandava, la mia sorellina ed io, al camposanto ad addobbare le tombe di chi non aveva più nessuno.
Il camposanto non era lontano (il paese era piccolo); c’erano le vecchie tombe di famiglia accostate al muro di cinta, e poi due campi con le tombe nel terreno; tumuli con una lastra in pietra a indicare il nome o anche solo (le più vecchie) una croce in ferro battuto con un cartiglio indicante il nome. Non era molto curato e durante l’estate era piuttosto un campo incolto dove fiorivano fiori spontanei, erbacce e margherite; ma prima dei Santi il becchino passava a tagliare l’erba e con uno strano congegno ripassava i tumuli aggiungendo sabbia e facendo una croce.
A quell’ora chi doveva venire aveva già provveduto ad addobbare le tombe ma molte erano spoglie. Per noi era una festa. Con i fiori più grandi riempivamo la croce di sabbia e poi tutt’attorno era un ricamo di altri colori che riempivano tutta la tomba. Un po’ come l’infiorata. Con le altre bambine facevamo a gara a chi la faceva più bella.
Nel desiderio di non lasciare neppure una tomba dimenticata a volte riuscivamo ad addobbare alcune tombe che poi i parenti – giunti in ritardo – già trovavano piene di fiori.
Nel pomeriggio la consuetudine era di andare a Centallo, il paese di mio padre, dove c’era la tomba di famiglia. Partivamo in bici, mio padre, io e mia sorella e durante la strada (la distanza era davvero minima) mio padre ci indicava i nomi delle cascine, i piloni, il nome degli alberi, le strade che incrociavamo.
Per me il cimitero di Centallo aveva un fascino particolare; c’era all’entrata una cappella rivestita di edera e di vite vergine che in quella stagione era una sfumatura intensa di giallo rosso e verde, si sentiva forte l’aroma amaro delle siepi di bosso ed il profumo dei crisantemi. Mio padre ci portava da una tomba all’altra, ci indicava le foto, la parentela, il nome. Era come riallacciare con le figlie piccole il legame che lo univa alla famiglia passata, alle amicizie; e poiché ci raccontava volentieri di quando era giovane, ci ricordava: “costì j’era col d’la cassina granda, costì j’era me parin…” Anno dopo anno li conoscevamo tutti e non c’era tristezza; era passato tanto tempo e per noi facevano parte dei racconti di mio padre…
Finalmente, alla nostra tomba, di quelle vecchie, appoggiate al muro di cinta; il terreno era recintato da una catena in ferro battuto (che aveva fatto mio zio, diceva mio padre con orgoglio) ed ai lati crescevano due piante di rose che, se la stagione era buona, avevano ancora qualche fiore rosso. I miei parenti erano morti da molto tempo e non li avevamo conosciuti e mio padre ci indicava le foto dei nonni, delle zie morte giovani. Toccando la foto di suo padre era sempre un po’ “engussà” e noi rimanevamo in silenzio a guardare la sua commozione.
Il ritorno ci prendeva all’imbrunire e si doveva fare in fretta per tornare prima che facesse notte.
La casa ci aspettava con il “potagè” che “brandava” nell’angolo ed il borbottio delle castagne sul fuoco.
Mio padre chiudeva le porte con gli scuri e ci sentivamo in un bozzolo caldo.
E mentre faceva notte cominciava il suono delle campane, non era l’“Ave Maria” ma il suono triste della campana che suonava a morto. Ogni mezz’ora, ormai non so più per quante volte, il suono della campava si ripeteva ed il suo pianto si diffondeva nella campagna attorno, ricordando i nostri morti.
Ma intanto arrivavano i vicini per recitare insieme il rosario e noi aspettavamo le castagne, ormai cotte, in caldo sulla stufa.
Quella sera il Rosario durava quindici misteri e per noi era lunghissimo! Gli uomini in piedi, le donne inginocchiate a mezzo sulla sedia lasciata in bilico, (come si vedono negli ex voto) noi irrequiete passavamo da una sedia all’altra, cercando di far passare il tempo.
Dopo il Rosario c’erano ancora le Litanie (sempre in latino) ed i Pater Ave Gloria per chi non aveva nessuno che pregasse per lui.
E poi finalmente, le castagne! Le ballotte che erano lì che aspettavamo da un po’. Mio padre sturava una “bota bona” e tutti cominciavamo a parlare a raccontare, anche per non sentire il suono della campana che continuava a piangere...
paesi
Mia madre, per quel giorno, si era procurata dalle contadine del paese che avevano un orto, un po’ di fiori, un bel mazzo da portare al cimitero a Centallo e poi fiori dell’autunno, le settembrine, gli astri, qualche crisantemo più piccolo o un po’ sfiorito. A metà mattinata ci incappucciava bene e ci mandava, la mia sorellina ed io, al camposanto ad addobbare le tombe di chi non aveva più nessuno.
Il camposanto non era lontano (il paese era piccolo); c’erano le vecchie tombe di famiglia accostate al muro di cinta, e poi due campi con le tombe nel terreno; tumuli con una lastra in pietra a indicare il nome o anche solo (le più vecchie) una croce in ferro battuto con un cartiglio indicante il nome. Non era molto curato e durante l’estate era piuttosto un campo incolto dove fiorivano fiori spontanei, erbacce e margherite; ma prima dei Santi il becchino passava a tagliare l’erba e con uno strano congegno ripassava i tumuli aggiungendo sabbia e facendo una croce.
A quell’ora chi doveva venire aveva già provveduto ad addobbare le tombe ma molte erano spoglie. Per noi era una festa. Con i fiori più grandi riempivamo la croce di sabbia e poi tutt’attorno era un ricamo di altri colori che riempivano tutta la tomba. Un po’ come l’infiorata. Con le altre bambine facevamo a gara a chi la faceva più bella.
Nel desiderio di non lasciare neppure una tomba dimenticata a volte riuscivamo ad addobbare alcune tombe che poi i parenti – giunti in ritardo – già trovavano piene di fiori.
Nel pomeriggio la consuetudine era di andare a Centallo, il paese di mio padre, dove c’era la tomba di famiglia. Partivamo in bici, mio padre, io e mia sorella e durante la strada (la distanza era davvero minima) mio padre ci indicava i nomi delle cascine, i piloni, il nome degli alberi, le strade che incrociavamo.
Per me il cimitero di Centallo aveva un fascino particolare; c’era all’entrata una cappella rivestita di edera e di vite vergine che in quella stagione era una sfumatura intensa di giallo rosso e verde, si sentiva forte l’aroma amaro delle siepi di bosso ed il profumo dei crisantemi. Mio padre ci portava da una tomba all’altra, ci indicava le foto, la parentela, il nome. Era come riallacciare con le figlie piccole il legame che lo univa alla famiglia passata, alle amicizie; e poiché ci raccontava volentieri di quando era giovane, ci ricordava: “costì j’era col d’la cassina granda, costì j’era me parin…” Anno dopo anno li conoscevamo tutti e non c’era tristezza; era passato tanto tempo e per noi facevano parte dei racconti di mio padre…
Finalmente, alla nostra tomba, di quelle vecchie, appoggiate al muro di cinta; il terreno era recintato da una catena in ferro battuto (che aveva fatto mio zio, diceva mio padre con orgoglio) ed ai lati crescevano due piante di rose che, se la stagione era buona, avevano ancora qualche fiore rosso. I miei parenti erano morti da molto tempo e non li avevamo conosciuti e mio padre ci indicava le foto dei nonni, delle zie morte giovani. Toccando la foto di suo padre era sempre un po’ “engussà” e noi rimanevamo in silenzio a guardare la sua commozione.
Il ritorno ci prendeva all’imbrunire e si doveva fare in fretta per tornare prima che facesse notte.
La casa ci aspettava con il “potagè” che “brandava” nell’angolo ed il borbottio delle castagne sul fuoco.
Mio padre chiudeva le porte con gli scuri e ci sentivamo in un bozzolo caldo.
E mentre faceva notte cominciava il suono delle campane, non era l’“Ave Maria” ma il suono triste della campana che suonava a morto. Ogni mezz’ora, ormai non so più per quante volte, il suono della campava si ripeteva ed il suo pianto si diffondeva nella campagna attorno, ricordando i nostri morti.
Ma intanto arrivavano i vicini per recitare insieme il rosario e noi aspettavamo le castagne, ormai cotte, in caldo sulla stufa.
Quella sera il Rosario durava quindici misteri e per noi era lunghissimo! Gli uomini in piedi, le donne inginocchiate a mezzo sulla sedia lasciata in bilico, (come si vedono negli ex voto) noi irrequiete passavamo da una sedia all’altra, cercando di far passare il tempo.
Dopo il Rosario c’erano ancora le Litanie (sempre in latino) ed i Pater Ave Gloria per chi non aveva nessuno che pregasse per lui.
E poi finalmente, le castagne! Le ballotte che erano lì che aspettavamo da un po’. Mio padre sturava una “bota bona” e tutti cominciavamo a parlare a raccontare, anche per non sentire il suono della campana che continuava a piangere...
Il giorno dei Santi: festa, preghiera e ricordo
01 novembre 2024
Cuneo
Mia madre, per quel giorno, si era procurata dalle contadine del paese che avevano un orto, un po’ di fiori, un bel mazzo da portare al cimitero a Centallo e poi fiori dell’autunno, le settembrine, gli astri, qualche crisantemo più piccolo o un po’ sfiorito. A metà mattinata ci incappucciava bene e ci mandava, la mia sorellina ed io, al camposanto ad addobbare le tombe di chi non aveva più nessuno.
Il camposanto non era lontano (il paese era piccolo); c’erano le vecchie tombe di famiglia accostate al muro di cinta, e poi due campi con le tombe nel terreno; tumuli con una lastra in pietra a indicare il nome o anche solo (le più vecchie) una croce in ferro battuto con un cartiglio indicante il nome. Non era molto curato e durante l’estate era piuttosto un campo incolto dove fiorivano fiori spontanei, erbacce e margherite; ma prima dei Santi il becchino passava a tagliare l’erba e con uno strano congegno ripassava i tumuli aggiungendo sabbia e facendo una croce.
A quell’ora chi doveva venire aveva già provveduto ad addobbare le tombe ma molte erano spoglie. Per noi era una festa. Con i fiori più grandi riempivamo la croce di sabbia e poi tutt’attorno era un ricamo di altri colori che riempivano tutta la tomba. Un po’ come l’infiorata. Con le altre bambine facevamo a gara a chi la faceva più bella.
Nel desiderio di non lasciare neppure una tomba dimenticata a volte riuscivamo ad addobbare alcune tombe che poi i parenti – giunti in ritardo – già trovavano piene di fiori.
Nel pomeriggio la consuetudine era di andare a Centallo, il paese di mio padre, dove c’era la tomba di famiglia. Partivamo in bici, mio padre, io e mia sorella e durante la strada (la distanza era davvero minima) mio padre ci indicava i nomi delle cascine, i piloni, il nome degli alberi, le strade che incrociavamo.
Per me il cimitero di Centallo aveva un fascino particolare; c’era all’entrata una cappella rivestita di edera e di vite vergine che in quella stagione era una sfumatura intensa di giallo rosso e verde, si sentiva forte l’aroma amaro delle siepi di bosso ed il profumo dei crisantemi. Mio padre ci portava da una tomba all’altra, ci indicava le foto, la parentela, il nome. Era come riallacciare con le figlie piccole il legame che lo univa alla famiglia passata, alle amicizie; e poiché ci raccontava volentieri di quando era giovane, ci ricordava: “costì j’era col d’la cassina granda, costì j’era me parin…” Anno dopo anno li conoscevamo tutti e non c’era tristezza; era passato tanto tempo e per noi facevano parte dei racconti di mio padre…
Finalmente, alla nostra tomba, di quelle vecchie, appoggiate al muro di cinta; il terreno era recintato da una catena in ferro battuto (che aveva fatto mio zio, diceva mio padre con orgoglio) ed ai lati crescevano due piante di rose che, se la stagione era buona, avevano ancora qualche fiore rosso. I miei parenti erano morti da molto tempo e non li avevamo conosciuti e mio padre ci indicava le foto dei nonni, delle zie morte giovani. Toccando la foto di suo padre era sempre un po’ “engussà” e noi rimanevamo in silenzio a guardare la sua commozione.
Il ritorno ci prendeva all’imbrunire e si doveva fare in fretta per tornare prima che facesse notte.
La casa ci aspettava con il “potagè” che “brandava” nell’angolo ed il borbottio delle castagne sul fuoco.
Mio padre chiudeva le porte con gli scuri e ci sentivamo in un bozzolo caldo.
E mentre faceva notte cominciava il suono delle campane, non era l’“Ave Maria” ma il suono triste della campana che suonava a morto. Ogni mezz’ora, ormai non so più per quante volte, il suono della campava si ripeteva ed il suo pianto si diffondeva nella campagna attorno, ricordando i nostri morti.
Ma intanto arrivavano i vicini per recitare insieme il rosario e noi aspettavamo le castagne, ormai cotte, in caldo sulla stufa.
Quella sera il Rosario durava quindici misteri e per noi era lunghissimo! Gli uomini in piedi, le donne inginocchiate a mezzo sulla sedia lasciata in bilico, (come si vedono negli ex voto) noi irrequiete passavamo da una sedia all’altra, cercando di far passare il tempo.
Dopo il Rosario c’erano ancora le Litanie (sempre in latino) ed i Pater Ave Gloria per chi non aveva nessuno che pregasse per lui.
E poi finalmente, le castagne! Le ballotte che erano lì che aspettavamo da un po’. Mio padre sturava una “bota bona” e tutti cominciavamo a parlare a raccontare, anche per non sentire il suono della campana che continuava a piangere...