Un incessante via vai e un susseguirsi di osterie con stallaggi: sono le prime immagini che tornano in mente a Michele Calandri (classe ‘39), rievocando la Cuneo della sua infanzia.
È figlio di un abile cuoco, partito come lavapiatti, ma presto stimato per le sue doti culinarie, che nel ‘39 ebbe l’occasione di rilevare l’osteria La Nova (La Nuova), in via Savigliano 11, oggi a tutti noto comeHotel Ligure.
Calandri ha ricoperto la carica di direttore dell’Istituto storico della Resistenza dal 1981 (vi era entrato nel 1967 lavorandovi come ricercatore e in seguito come insegnante distaccato dal Ministero della Pubblica Istruzione), fino al 2018. Dopo il pensionamento ha continuato a prestare la sua opera a titolo volontario. Appassionato ed esperto storico (con particolare interesse per le nostre zone), è acuto e vivace nel narrare il passato che ha vissuto, studiato e descritto in numerose pubblicazioni.
“La Ferrata, Lo Zuavo, Il Cavallo Bianco, Il Turco Vecchio e L’Aquila Reale: sono solo alcune delle osterie che sorgevano attorno alla nostra.
Il martedì e venerdì c’era il mercato: era un pullulare incessante di gente. I ‘conducenti’ caricavano merci di ogni genere: tabacchi, sale, abiti, derrate alimentari e tornavano nei loro Comuni, nelle vallate. Questi carrettieri si spostavano con il cavallo o il mulo, i contadini con la bicicletta e i più agiati con la doma. Le osterie come la nostra avevano grande lavoro: lo stalliere accudiva gli animali mentre i proprietari frequentavano mercato e negozi. Gli animali venivano puliti e rifocillati, oltre che lasciati riposare, per affrontare il viaggio di ritorno. Questi avventori si fermavano nelle trattorie per una scodella di trippa o di minestra e il quartino di vino, prima di ripartire. Un’altra dinamica si ripeteva dalla domenica sera al lunedì a pranzo: arrivavano i macellai dalla Liguria a comprare i vitelli al mercato in piazza Foro Boario.
Vita all’aria aperta
La maggior parte della vita di noi ragazzi si svolgeva in strada: si giocava nelle vie e nei cortili, sovente con palloni di fortuna, sempre attenti a non incappare nelle grinfie della guardia civica, comunemente detta la Piva.
Uno scorcio che mi è rimasto nel cuore è la zona della vecchia stazione Gesso e della ‘Stella’: le cataste di pali della luce erano ideali per i giochi più bizzarri, a partire dal nascondino. In quei paraggi ho imparato a nuotare nel torrente Gesso, meno impetuoso della Stura. Ci recavamo nelle lame, zone in cui la corrente è meno forte e si formano dei piccoli laghetti. Un giorno qualcuno mi rubò gli abiti e fui costretto a tornare a casa con qualche pezzo prestato dai miei amici figli del capo stazione. Nelle ripe del gasometro, verso le Basse che vanno al cimitero, c’erano alberelli di prugne selvatiche, dove ci divertivamo a fare la berta, ovvero rubare qualche frutto. Occorreva prestare sempre attenzione alle pive che giravano in bici, per non essere multati. Erano questi i giochi che ci facevano salire l’adrenalina e ci intrattenevano per interi pomeriggi. I miei genitori erano parecchio impegnati con il lavoro dell’osteria, pertanto con mio fratello Franco, di un anno più giovane, godevo di margini di libertà.
A scuola: la bomba in classe e l’amore per la Storia
Frequentai la prima elementare dalle Suore Giuseppine dall’ottobre ‘45, mentre dal secondo anno andai in via Barbaroux. Ci arrivavo da via Savigliano e via Boves, una zona poverissima, con case decadenti e famiglie disagiate.
In seconda elementare ebbi una maestra di origine meridionale, di cui conservo un solo ricordo. Un giorno un mio compagno portò in classe una bomba a mano trovata per strada e la sistemò nel cassetto sotto al proprio banco. Fortunatamente, un altro compagno, Renato Mellano, lo vide armeggiare e lo disse alla maestra. Prontamente comprese il pericolo: evacuò la classe e diede l’allarme agli artificieri.
Dall’anno successivo ebbi come maestro Edoardo Rossi, padre di Cino: fu colui che per primo mi fece amare lo studio della Storia. Era un vecchio liberale e anticlericale, appassionato del Risorgimento, capace di trasmettere non solo nozioni, ma vero entusiasmo per la materia. L’altro amore che mi trasmise quest’uomo fu il tifo per il ciclismo. Nel ’49, in occasione del Giro d’Italia, ci portò in gita al Colle della Maddalena, per assistere al passaggio della tappa Cuneo - Pinerolo. Ci fece posizionare in cima ai tornanti dove vedemmo chiaramente lo stacco di Coppi da Bartali: un episodio passato alla storia dello sport, che ebbi l’onore di vedere in prima persona.
L’orrore del conflitto
Da bambino guardavo sfilare i balilla e non vedevo l’ora di poterne far parte. Non immaginavo l’ideologia che sottendevano. La guerra ci fece crescere velocemente: la paura si respirava nell’aria e quando arrivavano le pattuglie fasciste nelle vicinanze dell’osteria si dava l’allarme agli avventori del nostro locale per permettere loro di scappare. L’osteria era molto lunga ed aveva un’uscita sul retro in via Alba, da dove facevamo evacuare i giovani sottrattisi alle armi della RSI o militanti nelle forze partigiane.
Quando il conflitto si inasprì, la mamma ci portò a Gratteria di Mondovì, sua frazione natale, in campagna più lontani dai pericoli dei bombardamenti. Quando la situazione pareva più tranquilla tornavamo dai nostri genitori a Cuneo. Nel gennaio ‘45 morirono i miei nonni materni a breve distanza l’uno dall’altra: raggiungemmo Gratteria con il treno fino a Mondovì, dopo una nevicata record, che ricordo di altezza pari alla mia. Ho ancora ben chiare le immagini del bombardamento dell’11 febbraio 1945 che colpì il quartiere tra via Boves, via Peveragno e i viali, in cui morì il mio compagno di asilo Antonino Riopi e il precedente, del 28 agosto, che fece un massacro nell’ospizio ‘I poveri vecchi’ di via Amedeo Rossi. Mi è rimasta negli occhi una agghiacciante scena del 28 aprile ’45, nei giorni della Liberazione: vidi morire ‘Tofu’, diminutivo di Cristoforo, un nostro abituale cliente. Era un pollivendolo originario di Bene Vagienna, che pasteggiava regolarmente dai miei genitori. In quei giorni il locale era chiuso, ma lui era di casa. Usciva da una porticina del cortile quando un cecchino lo colpì sparando da una finestra dell’Albergo Genova, a 100 metri. Lo vidi cadere in strada e corsi a chiamare papà e mamma. Appena la situazione parve più tranquilla i miei genitori uscirono con una scala a pioli su cui lo adagiarono e lo portarono nell’osteria, ma non ci fu più nulla da fare. Qualche giorno dopo, mia mamma partì in bicicletta diretta a Bene Vagienna per avvisare i suoi parenti. Di quei giorni ricordo il suono del campanone inneggiante alla fine della guerra.
La povertà del dopoguerra
La fine del conflitto riportò la pace, ma non significò l’immediato ritorno a una vita normale. Dopo quegli anni devastanti la povertà dilagava. Conservo nel cuore immagini di disperazione: una donna, nei giorni di mercato vagabondava per le osterie a chiedere la carità con un bimbo in braccio cantando mestamente una nenia: ‘ho mangiato l’insalatina, poverina poverina’. Un bambino poco più grande di me, si aggirava per i locali e vendeva di contrabbando pietrine da accendini e cartine per sigarette, per contribuire a mantenere la sua famiglia. Un poliziotto di tanto in tanto lo acciuffava e lo accompagnava fuori fingendo di strapazzarlo, ma giunto in strada lo lasciava libero, chiedendogli se aveva mangiato. Qualche volta gli pagava un panino.
Da fine anni Quaranta iniziò a cambiare la nostra clientela: scomparvero i cavalli e iniziò l’epoca dei rappresentanti che, con la propria vettura, giungevano a Cuneo per prendere gli ordini e fare le consegne. Pranzavano nelle osterie e sovente vi pernottavano fermandosi in città un paio di giorni, per completare il loro giro. Mio padre riprese presto a sbizzarrirsi con i suoi piatti in cucina riscuotendo un certo successo. Le stalle non servivano più e fu lesto nel comprendere il cambiamento in atto. Ammodernò i locali dotandoli di acqua corrente e trasformando le ex stalle in garage. Nacque così l’hotel Ligure a cui diede il nome che aveva contraddistinto l’inizio della sua attività lavorativa di cuoco stagionale in Liguria.
La rinascita
Gli anni ‘50 iniziarono con il sindaco Mario Del Pozzo, che fu primo cittadino per ben tre mandati dal 1951 al 1965, durante il boom edilizio, che gestì con lungimiranza e, tra l’altro, dotò la città di tutte le scuole superiori. La ristorazione visse una vera rinascita: vi era l’abitudine di ‘bagnare i tetti’ cioè inaugurare i nuovi edifici, che in quell’epoca abbondavano. I pranzi di nozze tornarono ad essere fastosi e ricchi di portate. La fame sofferta durante la guerra indusse per contrasto a festeggiare i momenti speciali con pranzi pantagruelici, che duravano un’intera giornata. Cuneo era, inoltre, una città di caserme: contava 4- 5.000 soldati che nelle libere uscite frequentavano i locali pubblici e il giorno del giuramento venivano raggiunti a centinaia dalle loro famiglie di origine, per la cerimonia che finiva il Car (l’addestramento reclute). In quelle giornate di punta arrivavamo a servire 300 coperti.
Al posto dell’attuale palazzo di Zara sorgeva il Gran Bar Italia, un locale chic con biliardi e soprattutto sala da ballo. Ce n’erano altri in città: primo fra tutti il Gerbaudo, locale elegante frequentato da un’élite di professionisti e commercianti. Oltre il biliardo e il ballo, aveva l’orchestra Chiocchio che suonava nel dehors. Marinavamo la scuola per andare a giocare a biliardo o a sciare al Campidoglio, la riva che scende verso le basse di Sant’Anna. Cuneo era concentrata nell’attuale centro storico e di fatto finiva in piazza Galimberti. Per raggiungere il Liceo Scientifico che frequentai dal ‘53 al ‘58, mio fratello ed io prendevamo la filovia dinanzi al cinema Nazionale, oggi Hotel Palazzo Lovera. Ciò dà la dimensione di quanto la considerassimo una distanza già di rilievo ritenendo il Liceo e il vicino palazzo delle filovie fuori città. Oltrepassare corso Dante era come ‘passare il Rubicone’! Tra i pochi studenti di Cuneo vi erano già futuri artisti: ero amico di Duilio Delprete, Pierangelo Civera - bellissima voce di doppiatore -, la regista Ida Bassignano e suo fratello Ernesto “Tinin”, cantautore e Beppe Chierici. Mi laureai in Scienze Politiche, facoltà dove conobbi il professor Guido Quazza, docente di Storia Contemporanea, che fece germogliare quell’amore per la storia che mi aveva instillato il maestro Rossi, ma era poi rimasto sopito per anni.
Sogni di gioventù
Avevo conosciuto molti partigiani ed ero interessato ad approfondire la loro storia sul nostro territorio: su questo argomento chiesi la tesi di laurea al professor Quazza, che però in quel momento era intento in altri studi e mi commissionò, invece, la tesi sulla nascita del Fascismo in provincia di Cuneo.
Assolsi all’obbligo militare nell’aeronautica, avendo conseguito il brevetto di volo, poiché con Gianfranco Donadei sognavo di andare a lanciare i volantini antifascisti sulla Spagna del dittatore Franco. Con il primo stipendio acquistai un paio di sci, che da bambino avevo tanto sognato, ma mio padre per timore mi facessi male non mi aveva mai comprato!
Ottenni presto la cattedra in Geografia economica all’istituto Bonelli e a quello per Segretarie d’azienda. Piero Camilla mi introdusse e propose, più tardi, alla guida dell’Istituto storico per la Resistenza. Fu una passione dedicarmi alla ricerca di documenti e costruire l’archivio storico, con materiale raccolto tra i privati e negli enti pubblici.
Idee e ideali
Ebbi l’enorme fortuna di conoscere e lavorare con Nuto Revelli: fu per me un padre spirituale, da cui imparai tutto. Sono profondamente grato anche a mio padre che mi lasciò scegliere e perseguire i miei interessi. Abile e acuto, colse la mia mancanza di spirito imprenditoriale e non provò mai a convincermi a dedicarmi agli affari di famiglia, in cui giustamente spinse, invece, mio fratello che notoriamente ebbe successo e seppe trasmetterlo ai figli. Sono profondamente innamorato di Cuneo, che continua ad essere una città piccola e quindi vivibile e governabile, pulita, dotata di verde con gente in genere educata e caratterizzata da tradizioni civili.
Ciò che più mi manca di quell’epoca giovanile è lo spirito di contestazione: eravamo politicizzati e ci cimentavamo in discussioni e pubbliche manifestazioni. Mi sono sempre identificato negli ideali di ‘giustizia e libertà’ e nell’antifascismo. Vado molto fiero del semestrale ‘Il presente e la storia’- già ‘Notiziario’ -, rivista del mio Istituto Storico che ha superato i cinquant’anni di vita e della tenacia dei suoi valenti redattori e collaboratori”.
Tra le numerose pubblicazioni di Michele Calandri, va sicuramente ricordata: “Vite spezzate. I 15.510 morti nella guerra 1940-45. Un censimento in provincia di Cuneo – 2ª edizione 2007”, laborioso computo delle vittime della (e nella) provincia di Cuneo. Trent’anni di lavoro iniziato da altri e supportato da vari collaboratori, che ha restituito la fotografia precisa del costo in vite umane della guerra fascista e la memoria di una grande e precoce lotta di liberazione, del conflitto supportato dalla popolazione nella provincia partigiana per eccellenza. L’opera ha coinvolto capillarmente le istituzioni della provincia, in particolare il Distretto Militare, i quattro tribunali (Alba, Cuneo, Mondovì e Saluzzo) e i 250 Comuni che hanno messo a disposizione i “registri degli Atti di Morte”.
cuneo
Un incessante via vai e un susseguirsi di osterie con stallaggi: sono le prime immagini che tornano in mente a Michele Calandri (classe ‘39), rievocando la Cuneo della sua infanzia.
È figlio di un abile cuoco, partito come lavapiatti, ma presto stimato per le sue doti culinarie, che nel ‘39 ebbe l’occasione di rilevare l’osteria La Nova (La Nuova), in via Savigliano 11, oggi a tutti noto comeHotel Ligure.
Calandri ha ricoperto la carica di direttore dell’Istituto storico della Resistenza dal 1981 (vi era entrato nel 1967 lavorandovi come ricercatore e in seguito come insegnante distaccato dal Ministero della Pubblica Istruzione), fino al 2018. Dopo il pensionamento ha continuato a prestare la sua opera a titolo volontario. Appassionato ed esperto storico (con particolare interesse per le nostre zone), è acuto e vivace nel narrare il passato che ha vissuto, studiato e descritto in numerose pubblicazioni.
“La Ferrata, Lo Zuavo, Il Cavallo Bianco, Il Turco Vecchio e L’Aquila Reale: sono solo alcune delle osterie che sorgevano attorno alla nostra.
Il martedì e venerdì c’era il mercato: era un pullulare incessante di gente. I ‘conducenti’ caricavano merci di ogni genere: tabacchi, sale, abiti, derrate alimentari e tornavano nei loro Comuni, nelle vallate. Questi carrettieri si spostavano con il cavallo o il mulo, i contadini con la bicicletta e i più agiati con la doma. Le osterie come la nostra avevano grande lavoro: lo stalliere accudiva gli animali mentre i proprietari frequentavano mercato e negozi. Gli animali venivano puliti e rifocillati, oltre che lasciati riposare, per affrontare il viaggio di ritorno. Questi avventori si fermavano nelle trattorie per una scodella di trippa o di minestra e il quartino di vino, prima di ripartire. Un’altra dinamica si ripeteva dalla domenica sera al lunedì a pranzo: arrivavano i macellai dalla Liguria a comprare i vitelli al mercato in piazza Foro Boario.
Vita all’aria aperta
La maggior parte della vita di noi ragazzi si svolgeva in strada: si giocava nelle vie e nei cortili, sovente con palloni di fortuna, sempre attenti a non incappare nelle grinfie della guardia civica, comunemente detta la Piva.
Uno scorcio che mi è rimasto nel cuore è la zona della vecchia stazione Gesso e della ‘Stella’: le cataste di pali della luce erano ideali per i giochi più bizzarri, a partire dal nascondino. In quei paraggi ho imparato a nuotare nel torrente Gesso, meno impetuoso della Stura. Ci recavamo nelle lame, zone in cui la corrente è meno forte e si formano dei piccoli laghetti. Un giorno qualcuno mi rubò gli abiti e fui costretto a tornare a casa con qualche pezzo prestato dai miei amici figli del capo stazione. Nelle ripe del gasometro, verso le Basse che vanno al cimitero, c’erano alberelli di prugne selvatiche, dove ci divertivamo a fare la berta, ovvero rubare qualche frutto. Occorreva prestare sempre attenzione alle pive che giravano in bici, per non essere multati. Erano questi i giochi che ci facevano salire l’adrenalina e ci intrattenevano per interi pomeriggi. I miei genitori erano parecchio impegnati con il lavoro dell’osteria, pertanto con mio fratello Franco, di un anno più giovane, godevo di margini di libertà.
A scuola: la bomba in classe e l’amore per la Storia
Frequentai la prima elementare dalle Suore Giuseppine dall’ottobre ‘45, mentre dal secondo anno andai in via Barbaroux. Ci arrivavo da via Savigliano e via Boves, una zona poverissima, con case decadenti e famiglie disagiate.
In seconda elementare ebbi una maestra di origine meridionale, di cui conservo un solo ricordo. Un giorno un mio compagno portò in classe una bomba a mano trovata per strada e la sistemò nel cassetto sotto al proprio banco. Fortunatamente, un altro compagno, Renato Mellano, lo vide armeggiare e lo disse alla maestra. Prontamente comprese il pericolo: evacuò la classe e diede l’allarme agli artificieri.
Dall’anno successivo ebbi come maestro Edoardo Rossi, padre di Cino: fu colui che per primo mi fece amare lo studio della Storia. Era un vecchio liberale e anticlericale, appassionato del Risorgimento, capace di trasmettere non solo nozioni, ma vero entusiasmo per la materia. L’altro amore che mi trasmise quest’uomo fu il tifo per il ciclismo. Nel ’49, in occasione del Giro d’Italia, ci portò in gita al Colle della Maddalena, per assistere al passaggio della tappa Cuneo - Pinerolo. Ci fece posizionare in cima ai tornanti dove vedemmo chiaramente lo stacco di Coppi da Bartali: un episodio passato alla storia dello sport, che ebbi l’onore di vedere in prima persona.
L’orrore del conflitto
Da bambino guardavo sfilare i balilla e non vedevo l’ora di poterne far parte. Non immaginavo l’ideologia che sottendevano. La guerra ci fece crescere velocemente: la paura si respirava nell’aria e quando arrivavano le pattuglie fasciste nelle vicinanze dell’osteria si dava l’allarme agli avventori del nostro locale per permettere loro di scappare. L’osteria era molto lunga ed aveva un’uscita sul retro in via Alba, da dove facevamo evacuare i giovani sottrattisi alle armi della RSI o militanti nelle forze partigiane.
Quando il conflitto si inasprì, la mamma ci portò a Gratteria di Mondovì, sua frazione natale, in campagna più lontani dai pericoli dei bombardamenti. Quando la situazione pareva più tranquilla tornavamo dai nostri genitori a Cuneo. Nel gennaio ‘45 morirono i miei nonni materni a breve distanza l’uno dall’altra: raggiungemmo Gratteria con il treno fino a Mondovì, dopo una nevicata record, che ricordo di altezza pari alla mia. Ho ancora ben chiare le immagini del bombardamento dell’11 febbraio 1945 che colpì il quartiere tra via Boves, via Peveragno e i viali, in cui morì il mio compagno di asilo Antonino Riopi e il precedente, del 28 agosto, che fece un massacro nell’ospizio ‘I poveri vecchi’ di via Amedeo Rossi. Mi è rimasta negli occhi una agghiacciante scena del 28 aprile ’45, nei giorni della Liberazione: vidi morire ‘Tofu’, diminutivo di Cristoforo, un nostro abituale cliente. Era un pollivendolo originario di Bene Vagienna, che pasteggiava regolarmente dai miei genitori. In quei giorni il locale era chiuso, ma lui era di casa. Usciva da una porticina del cortile quando un cecchino lo colpì sparando da una finestra dell’Albergo Genova, a 100 metri. Lo vidi cadere in strada e corsi a chiamare papà e mamma. Appena la situazione parve più tranquilla i miei genitori uscirono con una scala a pioli su cui lo adagiarono e lo portarono nell’osteria, ma non ci fu più nulla da fare. Qualche giorno dopo, mia mamma partì in bicicletta diretta a Bene Vagienna per avvisare i suoi parenti. Di quei giorni ricordo il suono del campanone inneggiante alla fine della guerra.
La povertà del dopoguerra
La fine del conflitto riportò la pace, ma non significò l’immediato ritorno a una vita normale. Dopo quegli anni devastanti la povertà dilagava. Conservo nel cuore immagini di disperazione: una donna, nei giorni di mercato vagabondava per le osterie a chiedere la carità con un bimbo in braccio cantando mestamente una nenia: ‘ho mangiato l’insalatina, poverina poverina’. Un bambino poco più grande di me, si aggirava per i locali e vendeva di contrabbando pietrine da accendini e cartine per sigarette, per contribuire a mantenere la sua famiglia. Un poliziotto di tanto in tanto lo acciuffava e lo accompagnava fuori fingendo di strapazzarlo, ma giunto in strada lo lasciava libero, chiedendogli se aveva mangiato. Qualche volta gli pagava un panino.
Da fine anni Quaranta iniziò a cambiare la nostra clientela: scomparvero i cavalli e iniziò l’epoca dei rappresentanti che, con la propria vettura, giungevano a Cuneo per prendere gli ordini e fare le consegne. Pranzavano nelle osterie e sovente vi pernottavano fermandosi in città un paio di giorni, per completare il loro giro. Mio padre riprese presto a sbizzarrirsi con i suoi piatti in cucina riscuotendo un certo successo. Le stalle non servivano più e fu lesto nel comprendere il cambiamento in atto. Ammodernò i locali dotandoli di acqua corrente e trasformando le ex stalle in garage. Nacque così l’hotel Ligure a cui diede il nome che aveva contraddistinto l’inizio della sua attività lavorativa di cuoco stagionale in Liguria.
La rinascita
Gli anni ‘50 iniziarono con il sindaco Mario Del Pozzo, che fu primo cittadino per ben tre mandati dal 1951 al 1965, durante il boom edilizio, che gestì con lungimiranza e, tra l’altro, dotò la città di tutte le scuole superiori. La ristorazione visse una vera rinascita: vi era l’abitudine di ‘bagnare i tetti’ cioè inaugurare i nuovi edifici, che in quell’epoca abbondavano. I pranzi di nozze tornarono ad essere fastosi e ricchi di portate. La fame sofferta durante la guerra indusse per contrasto a festeggiare i momenti speciali con pranzi pantagruelici, che duravano un’intera giornata. Cuneo era, inoltre, una città di caserme: contava 4- 5.000 soldati che nelle libere uscite frequentavano i locali pubblici e il giorno del giuramento venivano raggiunti a centinaia dalle loro famiglie di origine, per la cerimonia che finiva il Car (l’addestramento reclute). In quelle giornate di punta arrivavamo a servire 300 coperti.
Al posto dell’attuale palazzo di Zara sorgeva il Gran Bar Italia, un locale chic con biliardi e soprattutto sala da ballo. Ce n’erano altri in città: primo fra tutti il Gerbaudo, locale elegante frequentato da un’élite di professionisti e commercianti. Oltre il biliardo e il ballo, aveva l’orchestra Chiocchio che suonava nel dehors. Marinavamo la scuola per andare a giocare a biliardo o a sciare al Campidoglio, la riva che scende verso le basse di Sant’Anna. Cuneo era concentrata nell’attuale centro storico e di fatto finiva in piazza Galimberti. Per raggiungere il Liceo Scientifico che frequentai dal ‘53 al ‘58, mio fratello ed io prendevamo la filovia dinanzi al cinema Nazionale, oggi Hotel Palazzo Lovera. Ciò dà la dimensione di quanto la considerassimo una distanza già di rilievo ritenendo il Liceo e il vicino palazzo delle filovie fuori città. Oltrepassare corso Dante era come ‘passare il Rubicone’! Tra i pochi studenti di Cuneo vi erano già futuri artisti: ero amico di Duilio Delprete, Pierangelo Civera - bellissima voce di doppiatore -, la regista Ida Bassignano e suo fratello Ernesto “Tinin”, cantautore e Beppe Chierici. Mi laureai in Scienze Politiche, facoltà dove conobbi il professor Guido Quazza, docente di Storia Contemporanea, che fece germogliare quell’amore per la storia che mi aveva instillato il maestro Rossi, ma era poi rimasto sopito per anni.
Sogni di gioventù
Avevo conosciuto molti partigiani ed ero interessato ad approfondire la loro storia sul nostro territorio: su questo argomento chiesi la tesi di laurea al professor Quazza, che però in quel momento era intento in altri studi e mi commissionò, invece, la tesi sulla nascita del Fascismo in provincia di Cuneo.
Assolsi all’obbligo militare nell’aeronautica, avendo conseguito il brevetto di volo, poiché con Gianfranco Donadei sognavo di andare a lanciare i volantini antifascisti sulla Spagna del dittatore Franco. Con il primo stipendio acquistai un paio di sci, che da bambino avevo tanto sognato, ma mio padre per timore mi facessi male non mi aveva mai comprato!
Ottenni presto la cattedra in Geografia economica all’istituto Bonelli e a quello per Segretarie d’azienda. Piero Camilla mi introdusse e propose, più tardi, alla guida dell’Istituto storico per la Resistenza. Fu una passione dedicarmi alla ricerca di documenti e costruire l’archivio storico, con materiale raccolto tra i privati e negli enti pubblici.
Idee e ideali
Ebbi l’enorme fortuna di conoscere e lavorare con Nuto Revelli: fu per me un padre spirituale, da cui imparai tutto. Sono profondamente grato anche a mio padre che mi lasciò scegliere e perseguire i miei interessi. Abile e acuto, colse la mia mancanza di spirito imprenditoriale e non provò mai a convincermi a dedicarmi agli affari di famiglia, in cui giustamente spinse, invece, mio fratello che notoriamente ebbe successo e seppe trasmetterlo ai figli. Sono profondamente innamorato di Cuneo, che continua ad essere una città piccola e quindi vivibile e governabile, pulita, dotata di verde con gente in genere educata e caratterizzata da tradizioni civili.
Ciò che più mi manca di quell’epoca giovanile è lo spirito di contestazione: eravamo politicizzati e ci cimentavamo in discussioni e pubbliche manifestazioni. Mi sono sempre identificato negli ideali di ‘giustizia e libertà’ e nell’antifascismo. Vado molto fiero del semestrale ‘Il presente e la storia’- già ‘Notiziario’ -, rivista del mio Istituto Storico che ha superato i cinquant’anni di vita e della tenacia dei suoi valenti redattori e collaboratori”.
Tra le numerose pubblicazioni di Michele Calandri, va sicuramente ricordata: “Vite spezzate. I 15.510 morti nella guerra 1940-45. Un censimento in provincia di Cuneo – 2ª edizione 2007”, laborioso computo delle vittime della (e nella) provincia di Cuneo. Trent’anni di lavoro iniziato da altri e supportato da vari collaboratori, che ha restituito la fotografia precisa del costo in vite umane della guerra fascista e la memoria di una grande e precoce lotta di liberazione, del conflitto supportato dalla popolazione nella provincia partigiana per eccellenza. L’opera ha coinvolto capillarmente le istituzioni della provincia, in particolare il Distretto Militare, i quattro tribunali (Alba, Cuneo, Mondovì e Saluzzo) e i 250 Comuni che hanno messo a disposizione i “registri degli Atti di Morte”.
Michele Calandri, “profondamente innamorato di Cuneo”
21 maggio 2023
Cuneo
Un incessante via vai e un susseguirsi di osterie con stallaggi: sono le prime immagini che tornano in mente a Michele Calandri (classe ‘39), rievocando la Cuneo della sua infanzia.
È figlio di un abile cuoco, partito come lavapiatti, ma presto stimato per le sue doti culinarie, che nel ‘39 ebbe l’occasione di rilevare l’osteria La Nova (La Nuova), in via Savigliano 11, oggi a tutti noto comeHotel Ligure.
Calandri ha ricoperto la carica di direttore dell’Istituto storico della Resistenza dal 1981 (vi era entrato nel 1967 lavorandovi come ricercatore e in seguito come insegnante distaccato dal Ministero della Pubblica Istruzione), fino al 2018. Dopo il pensionamento ha continuato a prestare la sua opera a titolo volontario. Appassionato ed esperto storico (con particolare interesse per le nostre zone), è acuto e vivace nel narrare il passato che ha vissuto, studiato e descritto in numerose pubblicazioni.
“La Ferrata, Lo Zuavo, Il Cavallo Bianco, Il Turco Vecchio e L’Aquila Reale: sono solo alcune delle osterie che sorgevano attorno alla nostra.
Il martedì e venerdì c’era il mercato: era un pullulare incessante di gente. I ‘conducenti’ caricavano merci di ogni genere: tabacchi, sale, abiti, derrate alimentari e tornavano nei loro Comuni, nelle vallate. Questi carrettieri si spostavano con il cavallo o il mulo, i contadini con la bicicletta e i più agiati con la doma. Le osterie come la nostra avevano grande lavoro: lo stalliere accudiva gli animali mentre i proprietari frequentavano mercato e negozi. Gli animali venivano puliti e rifocillati, oltre che lasciati riposare, per affrontare il viaggio di ritorno. Questi avventori si fermavano nelle trattorie per una scodella di trippa o di minestra e il quartino di vino, prima di ripartire. Un’altra dinamica si ripeteva dalla domenica sera al lunedì a pranzo: arrivavano i macellai dalla Liguria a comprare i vitelli al mercato in piazza Foro Boario.
Vita all’aria aperta
La maggior parte della vita di noi ragazzi si svolgeva in strada: si giocava nelle vie e nei cortili, sovente con palloni di fortuna, sempre attenti a non incappare nelle grinfie della guardia civica, comunemente detta la Piva.
Uno scorcio che mi è rimasto nel cuore è la zona della vecchia stazione Gesso e della ‘Stella’: le cataste di pali della luce erano ideali per i giochi più bizzarri, a partire dal nascondino. In quei paraggi ho imparato a nuotare nel torrente Gesso, meno impetuoso della Stura. Ci recavamo nelle lame, zone in cui la corrente è meno forte e si formano dei piccoli laghetti. Un giorno qualcuno mi rubò gli abiti e fui costretto a tornare a casa con qualche pezzo prestato dai miei amici figli del capo stazione. Nelle ripe del gasometro, verso le Basse che vanno al cimitero, c’erano alberelli di prugne selvatiche, dove ci divertivamo a fare la berta, ovvero rubare qualche frutto. Occorreva prestare sempre attenzione alle pive che giravano in bici, per non essere multati. Erano questi i giochi che ci facevano salire l’adrenalina e ci intrattenevano per interi pomeriggi. I miei genitori erano parecchio impegnati con il lavoro dell’osteria, pertanto con mio fratello Franco, di un anno più giovane, godevo di margini di libertà.
A scuola: la bomba in classe e l’amore per la Storia
Frequentai la prima elementare dalle Suore Giuseppine dall’ottobre ‘45, mentre dal secondo anno andai in via Barbaroux. Ci arrivavo da via Savigliano e via Boves, una zona poverissima, con case decadenti e famiglie disagiate.
In seconda elementare ebbi una maestra di origine meridionale, di cui conservo un solo ricordo. Un giorno un mio compagno portò in classe una bomba a mano trovata per strada e la sistemò nel cassetto sotto al proprio banco. Fortunatamente, un altro compagno, Renato Mellano, lo vide armeggiare e lo disse alla maestra. Prontamente comprese il pericolo: evacuò la classe e diede l’allarme agli artificieri.
Dall’anno successivo ebbi come maestro Edoardo Rossi, padre di Cino: fu colui che per primo mi fece amare lo studio della Storia. Era un vecchio liberale e anticlericale, appassionato del Risorgimento, capace di trasmettere non solo nozioni, ma vero entusiasmo per la materia. L’altro amore che mi trasmise quest’uomo fu il tifo per il ciclismo. Nel ’49, in occasione del Giro d’Italia, ci portò in gita al Colle della Maddalena, per assistere al passaggio della tappa Cuneo - Pinerolo. Ci fece posizionare in cima ai tornanti dove vedemmo chiaramente lo stacco di Coppi da Bartali: un episodio passato alla storia dello sport, che ebbi l’onore di vedere in prima persona.
L’orrore del conflitto
Da bambino guardavo sfilare i balilla e non vedevo l’ora di poterne far parte. Non immaginavo l’ideologia che sottendevano. La guerra ci fece crescere velocemente: la paura si respirava nell’aria e quando arrivavano le pattuglie fasciste nelle vicinanze dell’osteria si dava l’allarme agli avventori del nostro locale per permettere loro di scappare. L’osteria era molto lunga ed aveva un’uscita sul retro in via Alba, da dove facevamo evacuare i giovani sottrattisi alle armi della RSI o militanti nelle forze partigiane.
Quando il conflitto si inasprì, la mamma ci portò a Gratteria di Mondovì, sua frazione natale, in campagna più lontani dai pericoli dei bombardamenti. Quando la situazione pareva più tranquilla tornavamo dai nostri genitori a Cuneo. Nel gennaio ‘45 morirono i miei nonni materni a breve distanza l’uno dall’altra: raggiungemmo Gratteria con il treno fino a Mondovì, dopo una nevicata record, che ricordo di altezza pari alla mia. Ho ancora ben chiare le immagini del bombardamento dell’11 febbraio 1945 che colpì il quartiere tra via Boves, via Peveragno e i viali, in cui morì il mio compagno di asilo Antonino Riopi e il precedente, del 28 agosto, che fece un massacro nell’ospizio ‘I poveri vecchi’ di via Amedeo Rossi. Mi è rimasta negli occhi una agghiacciante scena del 28 aprile ’45, nei giorni della Liberazione: vidi morire ‘Tofu’, diminutivo di Cristoforo, un nostro abituale cliente. Era un pollivendolo originario di Bene Vagienna, che pasteggiava regolarmente dai miei genitori. In quei giorni il locale era chiuso, ma lui era di casa. Usciva da una porticina del cortile quando un cecchino lo colpì sparando da una finestra dell’Albergo Genova, a 100 metri. Lo vidi cadere in strada e corsi a chiamare papà e mamma. Appena la situazione parve più tranquilla i miei genitori uscirono con una scala a pioli su cui lo adagiarono e lo portarono nell’osteria, ma non ci fu più nulla da fare. Qualche giorno dopo, mia mamma partì in bicicletta diretta a Bene Vagienna per avvisare i suoi parenti. Di quei giorni ricordo il suono del campanone inneggiante alla fine della guerra.
La povertà del dopoguerra
La fine del conflitto riportò la pace, ma non significò l’immediato ritorno a una vita normale. Dopo quegli anni devastanti la povertà dilagava. Conservo nel cuore immagini di disperazione: una donna, nei giorni di mercato vagabondava per le osterie a chiedere la carità con un bimbo in braccio cantando mestamente una nenia: ‘ho mangiato l’insalatina, poverina poverina’. Un bambino poco più grande di me, si aggirava per i locali e vendeva di contrabbando pietrine da accendini e cartine per sigarette, per contribuire a mantenere la sua famiglia. Un poliziotto di tanto in tanto lo acciuffava e lo accompagnava fuori fingendo di strapazzarlo, ma giunto in strada lo lasciava libero, chiedendogli se aveva mangiato. Qualche volta gli pagava un panino.
Da fine anni Quaranta iniziò a cambiare la nostra clientela: scomparvero i cavalli e iniziò l’epoca dei rappresentanti che, con la propria vettura, giungevano a Cuneo per prendere gli ordini e fare le consegne. Pranzavano nelle osterie e sovente vi pernottavano fermandosi in città un paio di giorni, per completare il loro giro. Mio padre riprese presto a sbizzarrirsi con i suoi piatti in cucina riscuotendo un certo successo. Le stalle non servivano più e fu lesto nel comprendere il cambiamento in atto. Ammodernò i locali dotandoli di acqua corrente e trasformando le ex stalle in garage. Nacque così l’hotel Ligure a cui diede il nome che aveva contraddistinto l’inizio della sua attività lavorativa di cuoco stagionale in Liguria.
La rinascita
Gli anni ‘50 iniziarono con il sindaco Mario Del Pozzo, che fu primo cittadino per ben tre mandati dal 1951 al 1965, durante il boom edilizio, che gestì con lungimiranza e, tra l’altro, dotò la città di tutte le scuole superiori. La ristorazione visse una vera rinascita: vi era l’abitudine di ‘bagnare i tetti’ cioè inaugurare i nuovi edifici, che in quell’epoca abbondavano. I pranzi di nozze tornarono ad essere fastosi e ricchi di portate. La fame sofferta durante la guerra indusse per contrasto a festeggiare i momenti speciali con pranzi pantagruelici, che duravano un’intera giornata. Cuneo era, inoltre, una città di caserme: contava 4- 5.000 soldati che nelle libere uscite frequentavano i locali pubblici e il giorno del giuramento venivano raggiunti a centinaia dalle loro famiglie di origine, per la cerimonia che finiva il Car (l’addestramento reclute). In quelle giornate di punta arrivavamo a servire 300 coperti.
Al posto dell’attuale palazzo di Zara sorgeva il Gran Bar Italia, un locale chic con biliardi e soprattutto sala da ballo. Ce n’erano altri in città: primo fra tutti il Gerbaudo, locale elegante frequentato da un’élite di professionisti e commercianti. Oltre il biliardo e il ballo, aveva l’orchestra Chiocchio che suonava nel dehors. Marinavamo la scuola per andare a giocare a biliardo o a sciare al Campidoglio, la riva che scende verso le basse di Sant’Anna. Cuneo era concentrata nell’attuale centro storico e di fatto finiva in piazza Galimberti. Per raggiungere il Liceo Scientifico che frequentai dal ‘53 al ‘58, mio fratello ed io prendevamo la filovia dinanzi al cinema Nazionale, oggi Hotel Palazzo Lovera. Ciò dà la dimensione di quanto la considerassimo una distanza già di rilievo ritenendo il Liceo e il vicino palazzo delle filovie fuori città. Oltrepassare corso Dante era come ‘passare il Rubicone’! Tra i pochi studenti di Cuneo vi erano già futuri artisti: ero amico di Duilio Delprete, Pierangelo Civera - bellissima voce di doppiatore -, la regista Ida Bassignano e suo fratello Ernesto “Tinin”, cantautore e Beppe Chierici. Mi laureai in Scienze Politiche, facoltà dove conobbi il professor Guido Quazza, docente di Storia Contemporanea, che fece germogliare quell’amore per la storia che mi aveva instillato il maestro Rossi, ma era poi rimasto sopito per anni.
Sogni di gioventù
Avevo conosciuto molti partigiani ed ero interessato ad approfondire la loro storia sul nostro territorio: su questo argomento chiesi la tesi di laurea al professor Quazza, che però in quel momento era intento in altri studi e mi commissionò, invece, la tesi sulla nascita del Fascismo in provincia di Cuneo.
Assolsi all’obbligo militare nell’aeronautica, avendo conseguito il brevetto di volo, poiché con Gianfranco Donadei sognavo di andare a lanciare i volantini antifascisti sulla Spagna del dittatore Franco. Con il primo stipendio acquistai un paio di sci, che da bambino avevo tanto sognato, ma mio padre per timore mi facessi male non mi aveva mai comprato!
Ottenni presto la cattedra in Geografia economica all’istituto Bonelli e a quello per Segretarie d’azienda. Piero Camilla mi introdusse e propose, più tardi, alla guida dell’Istituto storico per la Resistenza. Fu una passione dedicarmi alla ricerca di documenti e costruire l’archivio storico, con materiale raccolto tra i privati e negli enti pubblici.
Idee e ideali
Ebbi l’enorme fortuna di conoscere e lavorare con Nuto Revelli: fu per me un padre spirituale, da cui imparai tutto. Sono profondamente grato anche a mio padre che mi lasciò scegliere e perseguire i miei interessi. Abile e acuto, colse la mia mancanza di spirito imprenditoriale e non provò mai a convincermi a dedicarmi agli affari di famiglia, in cui giustamente spinse, invece, mio fratello che notoriamente ebbe successo e seppe trasmetterlo ai figli. Sono profondamente innamorato di Cuneo, che continua ad essere una città piccola e quindi vivibile e governabile, pulita, dotata di verde con gente in genere educata e caratterizzata da tradizioni civili.
Ciò che più mi manca di quell’epoca giovanile è lo spirito di contestazione: eravamo politicizzati e ci cimentavamo in discussioni e pubbliche manifestazioni. Mi sono sempre identificato negli ideali di ‘giustizia e libertà’ e nell’antifascismo. Vado molto fiero del semestrale ‘Il presente e la storia’- già ‘Notiziario’ -, rivista del mio Istituto Storico che ha superato i cinquant’anni di vita e della tenacia dei suoi valenti redattori e collaboratori”.
Tra le numerose pubblicazioni di Michele Calandri, va sicuramente ricordata: “Vite spezzate. I 15.510 morti nella guerra 1940-45. Un censimento in provincia di Cuneo – 2ª edizione 2007”, laborioso computo delle vittime della (e nella) provincia di Cuneo. Trent’anni di lavoro iniziato da altri e supportato da vari collaboratori, che ha restituito la fotografia precisa del costo in vite umane della guerra fascista e la memoria di una grande e precoce lotta di liberazione, del conflitto supportato dalla popolazione nella provincia partigiana per eccellenza. L’opera ha coinvolto capillarmente le istituzioni della provincia, in particolare il Distretto Militare, i quattro tribunali (Alba, Cuneo, Mondovì e Saluzzo) e i 250 Comuni che hanno messo a disposizione i “registri degli Atti di Morte”.