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Frate Luciano: “ Dio è più forte dei nostri dubbi”

03 febbraio 2023

Cuneo

Frate Luciano “Anche se non indossa mai il saio, è un vero francescano”: così lo dipinge padre Oreste Fabbrone, dal convento di Bra. Giuseppe Munari (poi frate Luciano) è nato il 19 aprile 1946 a Brossasco: è stato per una ventina d’anni al Monte dei Cappuccini di Torino, ma da nove mesi vive nell’Infermeria dei Cappuccini di Genova: “Spero di poter fare ritorno in qualche convento del Piemonte”. I suoi genitori? Mia madre Antonina era di origini occitane e lavorava la terra, mio padre Giorgio era di origini venete ed era arrivato in valle Varaita per costruire le dighe. Siamo una famiglia numerosa. Oltre a mio fratello Firmino (morto a 9 anni nel 1945 mentre voleva smontare una bomba), eravamo 5 figli: io, Mario, Giovanni e le nostre  due sorelle Aurelia e Maria Maddalena, che hanno già lasciato questa terra. Essendo in montagna, da bambino i miei erano giochi ‘poveri’: al pascolo ci  divertivamo con poco, una fionda bastava e giocavamo sovente a nascondino, in tutto il paese. Le scuole? Le Elementari le ho fatte a Brossasco, un po’ di qua e un po’ di là. Da bambino sognavo di poter lavorare il legno. Però presto in me è nata la vocazione. Quando ha iniziato a lavorare? A dieci anni sono già andato per cinque mesi a lavorare a Isasca, come pastore. Ero stipendiato e mi davano 8 mila lire al mese. Poi ho studiato in seminario e quando facevo il Liceo andavo a scaricare i camion ai mercati generali di Torino. Ho fatto anche il muratore in valle Varaita. Poi dopo l’esperienza di tre anni a Capo Verde, ho lavorato per anni con i miei fratelli falegnami a Brossasco. Come si è manifestata la chiamata? Era estate, avevo 10 anni e vedendo dei miei coetanei che entravano in seminario, anche io pensavo di diventare un prete. Ho iniziato gli studi e ho fatto poi il Liceo dai frati a Torino. Un giorno è arrivato frate Anselmo a Brossasco, io ho servito Messa, poi lui mi ha presentato ai frati Cappuccini di Busca e di lì è iniziato il mio percorso religioso. Nei conventi non ci sono stato molto, finiti gli studi dovevamo vivere del nostro lavoro nelle nostre fraternità a Torino, era il 1969, dopo il Concilio. Dopo l’esperienza alle isole di Capo Verde, nel 1977 sono stato per anni con i miei fratelli e quindi per 20 anni ho fatto il portinaio al Monte dei Cappuccini di Torino. Con una breve parentesi nel convento di Ceva. Le piccole fraternità? Sono stato uno dei primi frati a vivere quelle esperienze a Torino, nel 1969 e lavoravo come operaio tornitore alla Fiat. Poi ne abbiamo aperte altre con altri studenti. Erano dei tentativi di vivere a fianco dei poveri e delle famiglie, facendo lavori ‘normali’. Frate Luciano, perché lei non indossa il saio francescano? Non ho neanche un saio da portare, la mia ‘divisa’ è come io mi sento dentro! Con un maglione e un paio di pantaloni, e poichè non mi sento di rappresentare il mondo dei Cappuccini, preferisco indossare abiti borghesi. A volte ha dei dubbi sull’esistenza di Dio? Oh, ho più dubbi su di me che su Dio! A volte mi sento inadeguato e non fedele alle sue chiamate: sono sprofondato anche in periodi di depressione, dopo l’esperienza nelle isole di Capo Verde. Di quegli anni ho tanti ricordi: il grande impegno dei miei fratelli frati missionari, la povertà della gente, la grande siccità di quelle isole. Tornato in Italia, ho dato una mano a frate Mario Borello, a padre Ottavio e al nostro Centro missionario di Fossano.  Il mondo di oggi? È completamente diverso da quando ero giovane, è cambiato tutto! Ma non sono del tutto pessimista. Mancano i valori, anche nel mio paese di origine: si è perso, purtroppo, il senso di comunità. Mi piace una poesia di Padre Silverio Cismondi di Busca, dove lui scrive in piemontese (‘Nella grande piazza, cammino nella mia solitudine fra altra gente affrettata, nelle loro solitudini’). Oggi manca molto il contatto umano e io non sono capace di usare il computer, perché non sono tecnologico. Cosa è importante per lei? Il rapporto con Dio, cercando di dimenticare i miei problemi. Dio è più forte dei nostri dubbi. Io a volte sono ancora un po’ bambino. Come mai lei ha la valle Varaita nel cuore? L’ho percorsa a piedi, dal Colle dell’Agnello a Saluzzo. E ho viaggiato per anni in autostop. Ero integrato bene a Brossasco, una realtà vivace dove si discuteva. Ho poi imparato ad amare le cime. Un giorno ho raggiunto la cima del Monviso partendo da Pontechianale e alle 19 ero di nuovo giù: una esperienza indimenticabile! Un grande amore per la montagna, condiviso da tanti.
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