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“Bertu” e la vita a Pontechianale

12 maggio 2022

Cuneo

Alberto Barra Alberto (Bertu) Barra è nato a Gilba il 4 febbraio 1948, nella borgata Spagnoli: “Mio padre era Spirito, mia madre Anna Lantermino, in famiglia eravamo in cinque (con le mie sorelle Annamaria e Margherita): io scappavo dalla borgata per andare a giocare con gli altri coetanei, a nasconderci o a tirare le pietre! A Spagnoli in quegli anni eravamo una trentina di persone”. Che lavoro facevano i suoi? Avevano 4 mucche e lavoravano la terra. Mio padre in autunno partiva per andare a lavorare nelle miniere di Parigi o del Belgio, facendo ritorno a casa in primavera. Poi nel 1956 è mancato per la  leucemia, io avevo 8 anni. I consigli di mio padre mi sono mancati nella vita. Quando ha iniziato a lavorare? A giugno del 1956 sono andato a guardare delle mucche nella borgata Chiabrandi, nella famiglia di ‘Gianot dal darìe’: mi trattavano benissimo, ho tanti bei ricordi di loro! La prima elementare l’ho fatta a borgata Bianchi, eravamo una quarantina di ragazzi, in pluriclasse. Poi l’anno dopo sono andato al Convitto alpino di Sampeyre, a borgata Stentivi. La terza elementare a Castello di Pontechianale dove ci eravamo trasferiti (avevamo quattro mucche, due pecore e una capra). E poiché ero un po’ ribelle, ho ripetuto la terza a Cherasco. La quarta elementare l’ho finita coi Padri Somaschi a Narzole. E poi ho concluso la mia carriera scolastica con la seconda avviamento, ma a me i libri non piacevano tanto! La borgata Castello come era?  Ho conosciuto la borgata come era, prima dell’alluvione del giugno 1957: ricordo la grande quantità d’acqua scesa dal cielo, per un mese di seguito, che ha portato via tanti terreni. Il 16, 17 e 18 giugno c’erano stati acquazzoni impressionanti. Per fortuna la diga era vuota, ha trattenuto l’acqua ma ci sono stati molti disastri, giù a valle. La vita in quegli anni? Quando ero bambino, ricordo che a marzo passava sempre la guardia comunale a controllare quante mucche c’erano nella stalla. E se a San Giovanni uscivamo dalla stalla con una mucca in più, dovevamo pagare una tassa, perché non aveva svernato qui. I contributi per gli animali dovrebbero essere dati agli animali stanziali. Che lavori sognava di fare? Ho fatto tanti lavori, ma non avevo le idee chiare. Mi piaceva molto sciare e a 16 anni ho iniziato a fare il maestro di sci a Sestriere. Ricordo bene gli inverni di una volta, e quando è stata fatta la Seggiovia a Pontechianale arrivavano le settimane bianche e molti turisti, soprattutto dalla Francia.  Il Colle dell’Agnello? Fondamentale per i collegamenti e per l’economia locale! Ho visto nascere la strada, mi avevano chiesto se volevo lavorare nel cantiere, ma io facevo già il muratore durante l’anno e il maestro di sci d’inverno. Una birichinata? Erano gli anni dell’austerity: nei giorni festivi viaggiavano le auto con le targhe alterne. Con ‘Pupa’ Burzio di Saluzzo (caro amico e grande simpaticone, che lavorava per Enrico Olivero) siamo andati a Sampeyre a vedere la Baìo, con una “500” della quale ‘Pupa’ custodiva le chiavi nel cassetto dell’ufficio, ma non sapeva di chi era. A un certo punto sentiamo dai Carabinieri che Olivero stava cercando la sua auto: allora siamo scappati, abbiamo lasciato le chiavi nel cruscotto a Sampeyre e siamo rientrati a Pontechianale con mezzi di fortuna! Quando ha conosciuto sua moglie? Marilena Boudoin di Casteldelfino la conoscevo da anni, suo padre Chiaffredo aveva preso in gestione la ‘Taverna del sole’: finite le Medie, aveva sempre lavorato lì. Eravamo vicini di casa, è nata la simpatia e siamo stati fidanzati per due anni, le nozze sono state il 3 aprile 1976, davanti a don Costanzo Barbero. Al ‘Monte Nebin’ di Sampeyre eravamo in 120 e abbiamo mangiato bene! Il viaggio di nozze lo abbiamo fatto con la ‘Renault 14’ (a Rimini, San Marino, sulla costa adriatica, a Venezia e sulle Alpi) ed è durato una decina di giorni. Il negozio a Pontechianale? Prima di sposarmi, ero stato socio qualche anno con Sandro Bianco al ‘Ristorante La Pineta’. Poi Marilena e io abbiamo deciso di aprire il negozio di abbigliamento sportivo: per 43 anni lo abbiamo mandato avanti, ha chiuso a dicembre del 2021. Lavoravamo molto agli inizi, perché di negozi come il nostro in pianura ce ne erano pochi. Poi la concorrenza delle grosse catene ha cambiato completamente gli scenari. Voi dovete convivere con l’esperienza più difficile che possa succedere nella vita... Sì, è vero. Nostro figlio Aurelio è mancato improvvisamente a 45 anni il 12 ottobre 2021. È una esperienza difficile e disumana, faccio fatica anche a parlarne! Per fortuna con Marilena condividiamo il dolore e ci sosteniamo. Dopo la sua morte, abbiamo scoperto tante cose belle e tanti suoi gesti di attenzione verso gli altri. Aurelio ha lasciato segni importanti in tante persone che lo hanno incontrato. Il calore e il sostegno degli amici ci aiuta ad andare avanti.  In cosa crede? Di fronte a certi grandi dolori inspiegabili, mi viene da pensare: “Dio, dove hai girato la testa in quei momenti?”. Io vado a Messa, ma non sono molto praticante. Cosa è importante per lei? Rispettare gli altri. Non ho messo i soldi al primo posto nella vita e devo dire che mia moglie Marilena è più altruista di me. La mia è una vita regolare. Le sue giornate oggi? Ci siamo trasferiti da poco nella casa di Aurelio, dove prima aveva vissuto mia mamma. Alle 8.30 vado a dare da mangiare ai cani e poi qualcosa da fare c’è sempre. D’inverno vado sovente a sciare con gli amici. Il futuro delle nostre montagne? Il degrado della montagna interessa a pochi e se guardiamo i pascoli vediamo che ci sono tante cose ingiuste. La montagna dovrebbe essere prima di tutto dei montanari che ci vivono! Il segreto per far durare i matrimoni?  Avere pazienza e rispettarsi. Io Marilena la sposerei di nuovo, ci siamo fatti buona compagnia! Arriva la moglie Marilena e sorridendo conferma: “Io Bertu lo risposerei!”.
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