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Don Marco Pozza a Chiusa di Pesio: "La sfida è evangelizzare"

Il sacerdote si è raccontato e ha raccontato le sfide che l’oggi propone a tutti, prima fra tutti la paura della libertà

Fabio Secondo Dutto 09 settembre 2026

Chiusa di Pesio

Mercoledì 5 agosto in piazza Oreglia a Chiusa di Pesio la biblioteca civica “Alberione” con l’amministrazione comunale ha ospitato don Marco Pozza che ha presentato il suo ultimo libro “Il miele e le cipolle” pubblicato dalle Paoline. L’incontro ha visto oltre 300 partecipanti e ha permesso al pubblico l’occasione di conoscere da vicino un uomo capace di affrontare temi profondi attraverso un linguaggio diretto, concreto e vicino all’esperienza quotidiana.


All’interno del libro affronta la paura dell’ignoto, della libertà che spaventò il popolo di Israele. Oggi da cittadini liberi abbiamo paura di cosa?

Paradossalmente abbiamo paura di ciò che, a parole, diciamo di sognare ad occhi chiusi: della libertà. Sogniamo la libertà ma, quando ce l’abbiamo in mano, poi ci mettiamo ad inseguire il primo influencer (anche di chiesa) che fa capolino sullo schermo del cellulare. Diciamo di volere essere unici ma poi, spesso, accettiamo che l’uguaglianza ci omologhi: uguali a molti nel parlare, nel vestire, nell’apparire al mondo, nel ragionare. Il contrario dell’estetica non è la bruttezza, è l’anestesia: siamo vivi ma viviamo comandati da altri. Non siamo più padroni di noi stessi. Però, se chiedi a qualcuno che cosa sogna, ti dirà che sogna la libertà assoluta. Che ridere. O che piangere!


Nel libro analizza i 10 Comandamenti: sono ancora oggi una guida valida per l’uomo? Ne aggiungerebbe altri o ne sostituirebbe?

Aggiungere o sostituire anche solo una virgola al volere di Dio (sempre letto nella versione originaria, non nelle traduzioni) penso sia la tentazione del secolo: aggiungere ciò che ci piacerebbe ma che manca, togliere ciò che c’è ma che ci infastidisce. Le parole di Dio sono millimetriche, precise, contemporanee. Se letti con il cuore e l’intelligenza, sembrano scritti “in diretta” oggi. Mentre il giornale, comprato stamattina, stasera è già da cestinare.


Ha parlato di essere catturato da “un Dio in borghese” cosa intende con questa metafora?

Dio, nella storia, a qualcuno appare di persona, senza filtri: pur restìo nel mostrare il suo volto (citofonare a Mosè per la conferma), la sua voce la sa usare a meraviglia. In altre occasioni, la maggioranza delle volte, si nasconde dietro e dentro una storia feriale: di un profeta, di un pastore, di un mendicante, di un pellegrino. Io, personalmente, non l’ho mai visto faccia a faccia, nemmeno ho sentito la voce di Dio senza filtri: l’ho adocchiato, però, in tantissime storie che, a me, hanno cambiato, se non la vita, almeno la traiettoria di qualche scelta. Ho incontrato Dio “in borghese”, senza una veste che lo facesse riconoscere, luci accese: sono gli incontri migliori, una sorta di vedo-non-vedo tipico delle più affascinanti storie d’amore. Non dimentico mai che quella mia con Dio è una storia d’amore a tutti gli effetti, che funziona come funzionano tutte le storie d’amore umane.


L’incontro con Papa Francesco ha arricchito la sua vita, chi era per lei?

Papa Francesco, nella mia vita, è stata la più grande sorpresa di Dio. Lì, più di tutti gli altri incontri, ho percepito sulla pelle che, incontrando lui, io stavo incontrando Dio “in borghese”. Non amo parlarne molto: non voglio rischiare di perdere la grazia di quest’incontro che, ancora oggi, arde e brucia dentro di me. Conosco bene la legge dell’amore: più ne parli, più si impoverisce. Posso solo dire ch’io ero perduto e lui mi è venuto a cercare. Sono la pecorella che si è perduta per complicare la parola. Per provare a sfidare Dio. Devo ammetterlo, però: sta vincendo Lui.


Qual è l’incontro che le ha cambiato maggiormente lo sguardo sull’essere umano nella sua esperienza in carcere?

Mi piacerebbe fare il nome di Donato Bilancia, di Marino Occhipinti, di una quantità notevole di storie: non sarei sincero, però. L’incontro che più ha mutato il mio sguardo sull’essere umano è stato l’incontro con me stesso. Attraverso le storie di questa gente – dalla dura cervice, direbbe Mosè – ho capito meglio chi sono io, che cosa (non) voglio dalla mia vita, dove andare a scavare di più per estrarre il meglio di me. Non pensavo, il primo giorno che ho varcato la soglia di questo carcere, di entrare in una sorta di “terra promessa” nella quale fare una manutenzione così dettagliata della mia storia, della mia anima, del sacerdozio stesso. Mi verrebbe da dire che incontrando Caino ho incontrato meglio Marco.


Guardando al futuro della Chiesa, quali sono le sfide che ritiene più urgenti e quali, invece, le danno maggiore fiducia?

La sfida, per me, è l’opposto di quello che sta dettando la moda in questo momento nella Chiesa. Oggi sembra che la grande sfida sia quella di influenzare: io, invece, rimango convinto che la vera sfida sia quella evangelizzare, con la testimonianza del nostro vivere. L’influenza (è una legge di natura) passa, la testimonianza rimane. Basta aspettare: io, nel frattempo, mi tengo stretti i poveri. Caino, in particolare: con lui cammino e tento l’avventura sempre avvincente di scoprire il Volto di Dio.


Oggi è felice?

Se sono felice? I lavori sono in corso: “Ci scusiamo per il disagio: stiamo lavorando per migliorare la vostra viabilità”. Sulla mia storia potrebbe essere affisso il cartello stradale: “Aperto per lavori”.