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Rosbella, un luogo semplice e un rifugio per animi complessi

Una manciata di case, una chiesa, vecchi forni, boschi, una strada che sale e la sfida della "globalizzazione al contrario” della Rosbettola

Cinzia Dutto 08 settembre 2026

Boves

«I luoghi semplici sono il rifugio degli animi complessi». La frase è scritta alla Rosbettola e mi ha colpita appena l’ho letta. Forse perché, dopo essere arrivata fin quassù, ho pensato che poche parole potessero raccontare meglio Rosbella. Siamo a mille metri di altitudine, nella più alta frazione di Boves, in posizione dominante sulla valle Colla e con di fronte il monte Bisalta. Boves dista appena sette chilometri, Cuneo quattordici, eppure salendo fin qui la sensazione è quella di essersi allontanati molto di più.


Per raggiungere Rosbella, dalla borgata Merlat, a monte della frazione Castellar, si imbocca la strada che risale il vallone Peroca. Intorno ci sono soprattutto boschi, castagni secolari e case che diventano sempre più rade man mano che si sale. Un’altra strada, più tortuosa, arriva da Madonna dei Boschi, mentre poco sopra l’abitato una camminata di una quindicina di minuti conduce allo spartiacque tra la valle Colla e la valle Vermenagna, in corrispondenza del Pra du Sòj e del Bec du Corn. Oggi le vecchie mulattiere sono diventate anche percorsi per escursionisti, mountain bike e cavalli, ma per comprendere Rosbella bisogna provare a immaginarla quando queste montagne erano tutt’altro che silenziose.



Alla fine degli anni Cinquanta qui vivevano circa trecento persone, distribuite non soltanto nel nucleo principale intorno alla chiesa, il Tet Gros, ma nelle numerose borgate sparse sul territorio: Tet Giampér, Tet Chel Prit, Tet Lisòt, Tet Pra du Sòj, Tet Macari, Tet Peroca e altre ancora. Ogni piccolo nucleo aveva almeno un forno comune nel quale cuocere il pane; nel centro di Rosbella se ne conservano ancora due. di cui uno ristrutturato e tutt’oggi funzionante.


C’erano la chiesa, il sacerdote che viveva nella canonica e soprattutto c’era la scuola. Nel 1949 la pluriclasse contava 31 bambini e la maestra disponeva di un appartamento all’interno dell’edificio scolastico, dove rimaneva durante tutto l’anno.


Rosbella porta con sé anche una pagina dolorosa della nostra storia. Proprio qui e nella valle Colla nacquero le prime formazioni partigiane dopo lo sbandamento della IV Armata seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943. Pochi giorni più tardi, il 19 settembre, Boves sarebbe diventata teatro della prima rappresaglia nazista contro la popolazione civile in Italia e il 31 dicembre dello stesso anno anche alcune case di Rosbella vennero incendiate.

Poi, come è accaduto in moltissimi paesi delle nostre montagne, cominciò lentamente lo spopolamento. Nel 1969 a scuola erano rimasti appena tre bambini.


La scuola chiuse e Rosbella fu la prima frazione di Boves a perdere la propria pluriclasse. All’inizio degli anni Novanta gli abitanti erano ormai meno di dieci, con un’età media vicina agli ottant’anni. Alcune vecchie case furono acquistate e recuperate da villeggianti, soprattutto liguri, ma sembrava ormai difficile immaginare che qualcuno potesse scegliere Rosbella non soltanto per trascorrervi qualche settimana, ma per viverci davvero.

E invece nel 2000 accadde esattamente questo. Marzia Pellegrino e Sandro Gastinelli arrivarono a Rosbella con la figlia Edith, che allora aveva quattro anni, e decisero di stabilirsi qui. Sandro, regista e documentarista, aveva già alle spalle un lungo percorso professionale legato anche al racconto della montagna e delle sue comunità. Insieme a Marzia aveva conosciuto molti di questi luoghi prima attraverso il lavoro e poi aveva deciso di compiere un passo diverso: non limitarsi più a raccontare la montagna, ma sceglierla come luogo in cui vivere e crescere la propria famiglia.


Una scelta controcorrente: mentre per decenni dalla montagna si era scesi, loro decisero di salire. Ad accoglierli c’era ancora Giuseppe Baudino, per tutti Pinu Montagna, classe 1934, l’ultimo nativo del posto rimasto a viverci.

In seguito nacque Leo, secondogenito di Marzia e Sandro e primo bambino nato e battezzato a Rosbella dopo quasi quarant’anni. Nel 2005 arrivarono Giorgio Falco ed Elisa Dani, una giovane coppia di sposi, e nel 2012 nacque il loro figlio Davide. Con il tempo altre persone hanno fatto la stessa scelta: alcune vivono qui tutto l’anno, altre per periodi più lunghi o più brevi. Oggi Rosbella conta circa 15 abitanti stanziali.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più belli della storia di Rosbella: qualcuno ha dovuto essere il primo a credere che un luogo che si stava svuotando potesse essere nuovamente abitato. Quella scelta non ha riportato improvvisamente trecento persone tra queste case, ma ha dimostrato che tornare era possibile. E quando una luce torna ad accendersi in una casa di montagna, può capitare che qualcun altro decida di accenderne un’altra.



Ma nella storia di Rosbella c’è anche un ritorno che trovo particolarmente significativo. Circa un secolo fa qui esisteva un’osteria. Poi anche quella, come tante altre cose, era scomparsa. Quando la famiglia Gastinelli ha dato vita alla Rosbettola ha quindi fatto qualcosa che va oltre l’apertura di un locale: ha restituito alla frazione la sua osteria dopo quasi cent’anni. Un luogo dove incontrarsi, fermarsi, mangiare e bere e, soprattutto, un motivo in più per arrivare fin quassù.

C’è poi un’idea legata alla Rosbettola che mi piace particolarmente, quella che Sandro e Edith definiscono una sorta di “globalizzazione al contrario”. Per capirla bisogna tornare ancora una volta indietro nel tempo, alle vecchie osterie piemontesi. Molte producevano il proprio vino e quel vino si poteva bere soltanto lì. Non veniva imbottigliato per essere spedito lontano, non si cercavano mercati sempre più grandi e non era il prodotto a viaggiare: se volevi assaggiarlo, dovevi raggiungere quell’osteria. Dovevi andare in quel paese, percorrere quella strada, sederti a quel tavolo. In qualche modo, dunque, era il prodotto a portare le persone nel luogo in cui era nato.

Alla Rosbettola succede qualcosa di simile con la Rosbirra, la birra artigianale prodotta qui e che si può trovare soltanto qui. Se vuoi berla devi arrivare a Rosbella. Devi salire fino a mille metri, attraversare i boschi e raggiungere quella che, dopo quasi un secolo, è tornata ad essere l’osteria della frazione. In un mondo nel quale possiamo ordinare qualcosa prodotto dall’altra parte del pianeta e riceverlo a casa in pochi giorni, qui accade esattamente il contrario: non è Rosbella che porta il suo prodotto nel mondo, è il mondo che deve arrivare a Rosbella. Ed è difficile non pensare che anche questo sia un piccolo modo per tenere vivo un paese.


E quella che poteva sembrare soltanto una scommessa, con il tempo è diventata un vero progetto di vita. Oggi la Rosbettola permette a un’intera famiglia di vivere e lavorare a Rosbella e il locale è diventato una meta capace di portare fin quassù moltissime persone. Nei fine settimana non è raro trovare tutti i tavoli occupati: si sale apposta, si percorre quella strada e si arriva in una piccola frazione che, soltanto qualche decennio fa, sembrava destinata a svuotarsi definitivamente.

A produrre la Rosbirra è Edith, la stessa bambina che nel 2000 arrivò a Rosbella a quattro anni insieme ai genitori Sandro e Marzia. È cresciuta qui e oggi contribuisce a costruire il futuro del luogo che i suoi genitori avevano scelto come casa. Anche ciò che arriva in tavola segue la stessa filosofia: una cucina semplice, legata al territorio, con prodotti locali e sapori di queste montagne. Perché l’idea non è soltanto far arrivare le persone a Rosbella, ma fare in modo che, una volta arrivate, trovino qualcosa che appartiene davvero a questo luogo. Ed è forse questo l’aspetto più concreto della storia. Ripopolare la montagna non significa soltanto recuperare una casa e trasferirvisi. Significa riuscire a creare le condizioni per restarci, lavorare, crescere una famiglia e immaginare lì il proprio futuro.

La Rosbettola, alla fine, ha creato una comunità che, dopo aver rischiato di scomparire, ha visto arrivare nuove persone. Non sono numeri capaci di riportare Rosbella ai trecento abitanti degli anni Cinquanta e forse non è neppure questo il punto. La sua storia dimostra piuttosto che il destino dei piccoli paesi di montagna non è necessariamente già scritto.

Prima di scendere ripenso ancora a quella frase incontrata nel locale: “I luoghi semplici sono il rifugio degli animi complessi”. Rosbella, in fondo, è proprio un luogo semplice. Una manciata di case, una chiesa, vecchi forni, boschi e una strada che sale. Ma dentro questa semplicità ci sono una scuola che un tempo accoglieva 31 bambini, una guerra che ha lasciato le sue ferite, un paese che si è quasi svuotato, una famiglia che ha deciso di fare il percorso contrario e altre persone che, con il tempo, hanno scelto di seguirne l’esempio. E c’è un’osteria che, dopo quasi cent’anni, è tornata ad aprire una porta.

A volte, per far rinascere un luogo, non occorre riportarlo a ciò che era. Basta trovare qualcuno capace di immaginare ciò che può ancora diventare.


Rosbella