“È molto importante, visto che parlo a degli insegnanti, la necessità di ripensare la narrazione storica. In questo momento la narrazione storica, la lettura della memoria e la sorte degli eventi per israeliani e palestinesi sono totalmente contrapposte l’una all’altra”.
Così ha detto il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, in collegamento con gli insegnanti di religione durante la seconda giornata del corso di aggiornamento “Artigiani di una pace disarmante: sentieri educativi per la scuola di oggi”, che si è tenuta a Fossano giovedì 27 agosto, richiamando al ruolo fondamentale della scuola.
Pizzaballa ha ripercorso nel suo intervento come sono nate le tensioni tra israeliani e palestinesi dando una lettura della situazione che ha offerto materiale su cui riflettere ai docenti presenti all’incontro.
La situazione a Gaza è nota, “a causa della guerra iniziata il 7 ottobre, quando Hamas ha fatto il massacro che conosciamo, la reazione israeliana è stata durissima. Due terzi della Striscia di Gaza è praticamente raso al suolo. Non c’è più nulla, tutta l’infrastruttura è distrutta, insomma, la situazione umanitaria è catastrofica su tutti i punti di vista”, ha detto il patriarca. “Ci sono 690.000 ragazzi e studenti a Gaza senza scuola da tre anni. Quindi potete immaginare: noi abbiamo avviato una scuola con migliaia di studenti, ma è una goccia nell’oceano rispetto ai bisogni che ci sono. Si parla molto di emergenza sanitaria e umanitaria, perché mancano le strutture e l’acqua. Ma c’è anche un altro aspetto, che è quello dell’educazione e della formazione scolastica, che non è meno importante, anzi è prioritario. Ogni volta che vado a Gaza, la prima cosa che mi dicono le famiglie e i genitori, prima ancora che dell’ospedale, è: ‘Vogliamo la scuola per i nostri figli’, basta”.
Inoltre ha illustrato ciò che sta succedendo in Cisgiordania: “le violenze e le aggressioni dei coloni sulla popolazione palestinese sono ormai continue e quotidiane”.
Al di là della cronaca, Pizzaballa ha cercato di delineare le ragioni di questa escalation di violenza.
Un evento traumatico
Per israeliani e palestinesi il 7 ottobre 2023 è stato un evento traumatico che ha rotto qualsiasi spiraglio di fiducia reciproca. “La sfiducia e l’odio profondo derivano dal fatto che sono due popolazioni traumatizzate. Il 7 ottobre è stato per Israele – per il mondo ebraico in generale, e per Israele in particolare – un trauma profondo, che ha fatto rivivere, come ho detto anche nella lettera (“Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa”, pubblicata il 27 aprile 2026, ndr.), che è stata contestata questa parte, il trauma di quello che è accaduto in Europa 80 anni fa: la Shoah. È stato un punto di non ritorno, il pensiero di essere stati traditi, di non potersi più fidare e di dover lottare per la propria sopravvivenza”, ha detto Pizzaballa.
Se questa è la parte israeliana, il rovescio della medaglia è la parte palestinese: “La guerra di Gaza, e quello che è accaduto e accade adesso anche in Cisgiordania, rappresenta per la parte palestinese un altro trauma. La Nakba, il trasferimento dopo le guerre del ‘48 e del ‘67, ha insegnato cosa significhi lo spostamento di quasi un milione di palestinesi dalla loro terra, e adesso c’è il terrore che accada una nuova Nakba, un ennesimo trasferimento. Per cui sono due popolazioni traumatizzate, che leggono tutti gli eventi attraverso la lente del proprio trauma. Ciascuno si sente l’unica vittima: gli israeliani si sentono vittime e i palestinesi si sentono vittime. È un circolo vizioso dal quale è molto difficile uscire, e tutto questo rende la situazione molto pesante”.
Una percezione di ciò che succede molto diversa dalla nostra europea: “Dall’Europa e dall’Italia c’è uno sguardo sì emozionato, ma che cerca comunque di vedere i fatti per quello che sono; nella popolazione israeliana e in quella palestinese, invece, la percezione è totalmente diversa”, si è entrati in un momento totalmente nuovo della storia.
Manuali scolastici
In questo contesto, dice Pizzaballa: “ciascuno si sente vittima e la lettura della propria storia – fino al 7 ottobre o fino alla guerra di Gaza, a seconda dei casi – è una lettura in cui loro sono la vittima e gli altri sono i carnefici. E questo si vede nelle scuole, nelle moschee, ovunque, nelle università, nei luoghi di formazione: questa narrativa viene rafforzata continuamente”.
Un caso particolare ricordato dal patriarca sono i libri scolastici: “Se i libri di storia israeliani parlano degli altri come di coloro che hanno sempre cercato di farli fuori, se i manuali e i sussidiari scolastici palestinesi non presentano la mappa di Israele – Israele non esiste –, beh, così crei già le premesse, non educhi alla pace e al riconoscimento dell’altro: l’altro è il nemico, è de-umanizzato. Tutto questo è ormai diventato pane quotidiano ed è, dal mio punto di vista, molto importante e necessario che negli ambienti accademici e di formazione – là dove si forma il pensiero o si influenza quello comunitario e collettivo – avvenga una sorta di “purificazione della memoria”, come la chiamava Giovanni Paolo II. Cioè una lettura storica che non nega i fatti, gli eventi o la verità (perché una memoria senza verità non educa), ma che non ti lascia fermo, aiutando invece a interpretare quegli eventi per evitare che giustifichino le scelte di violenza di oggi”.
Le basi della violenza
“Io sono convinto che la violenza che vediamo oggi non sia soltanto violenza militare, fisica o materiale, ma una violenza culturale - continua il patriarca -. Quello che i coloni stanno facendo è innanzitutto il frutto di un pensiero. Può sembrare strano sentirlo dire, ma loro sono convinti di fare una cosa buona liberando la terra dall’occupazione palestinese: sono stati formati in quel modo, sono convinti di adempiere a ciò che è scritto nella Scrittura, nel libro del Deuteronomio, nel libro di Giosuè e così via. Anche qui, la responsabilità religiosa è molto importante: l’interpretazione delle Scritture, il modo di leggerle e il ruolo della leadership religiosa. La violenza nel linguaggio è all’origine di questa violenza. Un linguaggio violento crea una cultura di violenza, che poi diventa violenza reale. Quello che vediamo oggi è il frutto di un pensiero che era già a monte e che poi ha prodotto ciò che ha prodotto” ha detto Pizzaballa, richiamando il cristianesimo a una interpretazione solida delle Scritture, che condividono ebrei e cristiani, per superare il conflitto.
Gettare un seme
Una via d’uscita è possibile per il patriarca di Gerusalemme: “Bisogna fare rete con le associazioni civili israeliane e palestinesi; e poi parlare, cercare di fare rete con gli insegnanti, con i ricercatori delle università (queste persone ci sono) per gettare in qualche modo un seme. Non siamo verso la fine di tutto questo: la notte è ancora lunga, ci vorrà del tempo, ancora molto tempo, però è importante prepararsi. Prepararsi con queste associazioni civili e con le tante persone che ci sono, perché se le istituzioni sono fragili, nella società civile c’è vivacità. Prepararsi per gettare il seme, se volete, in modo che quando verrà il momento si sia pronti a presentare una narrativa diversa”.