Nei suoi settantacinque anni di vita, l’Unione Europea ha giocato nel mondo partite in competizioni difficili, ha segnato punti importanti, ma anche mancato occasioni e commesso errori.
Da domenica scorsa, il voto tedesco in Sassonia-Anhalt ha visto l’estrema destra di “Alternativa per la Germania” attorno al 44% dei consensi, grazie a una partecipazione al voto dell’80% degli aventi diritto, aprendo un nuovo ciclo politico per la Germania e per l’Unione Europea.
La Germania e l’UE erano sembrate vincenti nell’ultimo decennio del secolo scorso, dopo l’abbattimento del Muro di Berlino, la riunificazione tedesca e la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Ma già allora un allarme preoccupante era suonato alle nostre immediate frontiere, con le guerre nei Balcani e, poco dopo, anche al nostro interno, con la crisi finanziaria a cavallo del primo decennio del secolo. Economicamente malconcia, l’UE si risollevò, la moneta unica rimase argine di stabilità e, nella difficile competizione internazionale, l’Unione sembrava potere segnare nuovi importanti punti.
Ma la squadra, allargata dopo la riunificazione tedesca e il grande allargamento a est, era poco affiatata tra i suoi vari reparti, segnati da permanenti faglie storiche tra nord e sud e tra ovest ed est, sia in Germania che nell’UE.
Non aiutarono le inattese invasioni di campo, come quelle belliche ai suoi confini, con l’aggressione russa all’Ucraina, l’esplosione del conflitto israelo-palestinese e la guerra in Iran.
Ancor meno fu di aiuto all’UE l’irruzione nel campo della politica mondiale di Donald Trump, ormai pericoloso ex-alleato e socio in affari di Putin contro l’Europa e, nella competizione commerciale, la penetrazione cinese, mentre si andavano ingrossando i flussi di migranti in Europa.
E qui la partita ha cambiato verso e qualcosa si è inceppato, con l’assetto della squadra UE rimasto quasi immutato da quando i giocatori erano i sei Paesi fondatori o i quindici, prima del grande allargamento di inizio 2000. Così il gioco si è fatto più lento, ognuno ha cercato di segnare punti per sé, la tenuta della squadra si è allentata e gli avversari del progetto europeo hanno avuto buon gioco ad approfittarne.
Nuovi segnali d’allarme sono arrivati nei giorni scorsi dall’esito del referendum in Islanda, dall’irrisolta questione dei migranti a Ceuta, con la sospensione dell’Accordo di Schengen tra Italia e Spagna, dalla guerra ibrida da parte della Russia e dal prolungarsi del conflitto in Ucraina e in Iran.
Da ieri, il livello di allarme nell’UE si è alzato non di poco dopo l’esito elettorale in Sassonia di un partito di estrema destra con nostalgie naziste, che ha sfiorato la maggioranza a livello regionale, mentre si conferma come il primo partito a livello nazionale, raddoppiando i consensi rispetto alle ultime elezioni, a fronte del dimezzamento di quelli del partito del Cancelliere Merz, preannunciando giorni difficili per la fragile coalizione di governo federale.
Come dire che, tenuto conto del ruolo della Germania nel percorso di integrazione europea, adesso nella partita in corso nell’UE, siamo ai tempi supplementari, quelli in cui non si pareggia: o si vince o si perde.
Si può vincere se si rilancia un progetto politico convincente per i cittadini che, nella partita in corso, hanno pagato il biglietto di un credito all’UE che si va consumando; se chi è ai vertici della direzione della squadra trova il coraggio di rivedere radicalmente gli schemi di gioco, senza escludere che si faccia da parte chi non ha statura per governare.
Si perde se si continua a rinviare decisioni urgenti, se non si affrontano riforme radicali, se nell’UE non si mette mano a una manutenzione straordinaria delle istituzioni e delle relative procedure decisionali.
I risultati elettorali in Sassonia e quelli che verranno, in Germania e nell’UE nei prossimi giorni e mesi, dicono chiaro che non c’è tempo da perdere.