
Un padre e un figlio passeggiano nella loro vigna di Neive e tra i ricordi che si affollano nella mente. Uno ascolta e scrive. La memoria dell’altro gira a ruota libera inseguendo la propria vita di giovane in procinto di diventare adulto, “eppure, per arrivare ai ventuno della maggiore età ancora ne devo mangiare, di pagnotte, e per partire ho dovuto chiedere a mamma di firmarmi l’autorizzazione”.
“Raccontare è vivere”, confessa. Le sue parole sono percorse dall’urgenza di lasciare un’eredità almeno verbale perché “più che date e luoghi giusti, conta partire”.
Sembra ritornello pieno di speranza, di illusioni alimentate dal regime. In realtà Carlo non nasconde crepe evidenti nell’ascoltare la fanfara propagandistica. Sempre di più la terra libica appare come una “scatola di sabbia”. Neive diventa agognato, indelebile ricordo.
Cresce invece la consapevolezza che in guerra sono più le circostanze estreme, stravaganti e irrazionali rispetto alle sensatezze. “Nessuno detesta la guerra più di chi ha combattuto, anche da volontario come me”. È l’incontro con il primo nemico in carne e ossa, è il cammello abbattuto con una cannonata.
L’eroismo è altrove “sparare al cammello è stato valoroso come mitragliare un porcellino d’India”. Anche per questo i ricordi vanno soprattutto ai paesaggi, agli incontri a “qualcosa che distragga dallo schifo della guerra”. Fino alla sera in cui da un assolo di cornamuse il tempo è sospeso in pochi minuti di pace, di dialogo silenzioso a distanza con gli inglesi. Attimi che strappano una malinconica constatazione: “Le stelle brillavano come sopra la mia vigna di Neive”.
La seconda parte dei ricordi hanno ancora la guerra come sfondo, ma il clima è più disteso. Prigioniero degli inglesi, poi “Italian cooperator” in divisa americana di nuovo in Africa, poi in Normandia e infine a casa ad Alba ad ascoltare il “delizioso piemontese” del traghettatore che gli preannuncia il clima festoso velato dalla tristezza per i morti.
Un ritorno presto segnato da incomprensioni: lui lontano mentre si combatteva la guerra partigiana. Eppure la guerra ha un solo volto e quel che lascia sono ancora attesa e illusioni, un mondo da ricostruire: “avevo bisogno di un orizzonte, ma non riuscivo a trovarlo a casa”. Così rieccolo in partenza verso la Francia, migrante in cerca di lavoro sperimentando rigurgiti di intolleranza e pregiudizio.
Una vigna, una guerra
di Teresio Asola
Editrice ArabaFenice
euro 20