Questa storia inizia da un pavimento. Un pavimento consumato, fatto di antiche cementine, una diversa dall’altra, che ha visto passare sopra di sé tante vite e tante stagioni e che, nonostante tutto, è rimasto lì.
E parte da un libro. In “Stella errante”, romanzo di Jean-Marie Gustave Le Clézio, la giovane protagonista Esther arriva con la madre da Saint-Martin e trova rifugio proprio a Festiona. Nel libro il paese entra nella storia con la sua pensione, con le sue case, con la famosa e ormai chiusa da tempo “Trattoria dei passeggeri”, con la gente che passa e con quel tempo sospeso che Le Clézio riassume in poche parole: «A Festiona il tempo scorreva sempre uguale».
Due tracce molto diverse, un pavimento e un romanzo, che portano nello stesso luogo. Ed è da qui che si può cominciare a raccontare Festiona.
Per capire com’era una volta bisogna affidarsi alla memoria di chi qui è cresciuto. Adriana ricorda un paese che oggi è difficile immaginare.
Negli anni Sessanta, a 710 metri di quota, Festiona, Valle Stura, contava circa cinquecento abitanti. «C’erano la posta, il tabacchino, tre negozi, tre bar. E tutti lavoravano».
C’erano le scuole, organizzate in pluriclassi, e c’era l’asilo. Una parte importante della vita del paese ruotava intorno alle suore, che vivevano proprio nell’edificio che oggi ospita un nuovo ristorante.
Non si occupavano soltanto dei bambini. Erano anche un punto di riferimento per la comunità: se qualcuno non stava bene, ci si rivolgeva a loro. Facevano piccole medicazioni, davano i rimedi che avevano a disposizione e, in un paese di montagna in cui non tutto era facilmente raggiungibile, rappresentavano una presenza importante.
Adriana ricorda soprattutto suor Benigna, severissima, e suor Angela, la cuoca, molto più dolce. Di suor Benigna conserva ancora oggi un episodio che racconta perfettamente l’epoca. Adriana e le sue sorelle furono tra le prime ragazze del paese a presentarsi in chiesa con i pantaloni lunghi. La suora non gradì affatto quella novità. Le prese per le orecchie, le accompagnò fuori dalla chiesa davanti a tutti e disse loro che non erano maschi e che sarebbero potute rientrare soltanto dopo aver rimesso la gonna.

Suor Angela era invece più indulgente. Talmente desiderosa di convincere i bambini a mangiare che, per rendere più appetibile il merluzzo, arrivava a metterci sopra lo zucchero. Adriana ride ancora quando lo racconta: il risultato fu che prese in antipatia il pesce e da allora non lo volle più mangiare.
Sono piccoli ricordi, ma dentro hanno un mondo intero. Un mondo in cui si iniziava presto a lavorare. Prima di andare a scuola si potevano raccogliere le castagne lungo la strada, d’estate si rastrellava il fieno, si accudivano le mucche e si portavano gli animali al pascolo. Il lavoro faceva parte della vita quotidiana dei bambini e dei ragazzi.
Dopo la quinta elementare, per molti arrivava già il momento di contribuire seriamente all’economia della famiglia. Anche attraversando il confine.
Adriana partì giovanissima per le vendemmie in Francia. Non era un’eccezione: dalla valle erano in molti a partire. Si andava verso la fine di settembre, si restava una ventina di giorni e si tornava a casa con i franchi da cambiare in lire. Il viaggio spesso veniva pagato dai proprietari delle vigne e il guadagno, una volta rientrati, finiva in famiglia. Il cambio favorevole rendeva quei giorni di lavoro particolarmente preziosi.
La Francia, però, non significava soltanto lavoro.
Molti abitanti di Festiona erano emigrati proprio lì e durante l’estate tornavano al paese. Luglio e agosto riportavano vita nelle case, nelle stanze affittate, negli alberghi, nei ristoranti. E ancora oggi è così. Poi arrivavano le feste patronali, Santa Margherita e San Magno, che è anche adesso la manifestazione più sentita e che per una settimana intera anima tutta la comunità. Festiona, oggi come allora, d’estate torna a riempirsi.


Poi arrivava l’inverno. E allora c’erano le veglie. Dopo cena ci si spostava anche da una borgata all’altra per stare insieme. Si parlava, si raccontavano le cose successe in paese, si cantava, si lavorava a maglia, si ricamava alla luce della lanterna. Adriana usa una frase bellissima per spiegarlo: «Era il giornale».
Le notizie passavano così, da una casa all’altra, da una voce all’altra.
Anche la televisione, quando arrivò, fu qualcosa da condividere. Adriana ricorda ancora la prima volta che andò a vederla nell’osteria del paese. Sul piccolo schermo in bianco e nero trasmettevano I Miserabili. Quel film le rimase così impresso che negli anni successivi lo avrebbe rivisto molte altre volte.
Erano tempi duri e Adriana non li racconta con una nostalgia facile. Non dice che si stesse meglio in tutto. Le cose erano poche, gli abiti spesso passavano da una persona all’altra, il lavoro era continuo. Ma una differenza, per lei, c’era.
«Ci si aiutava. Eravamo tutti del posto». Mentre le persone partivano e il paese cambiava, cambiavano anche i suoi edifici.
Quello in cui oggi si trova Il Posto Giusto, il nuovo ristorante aperto da poco, ne è forse uno degli esempi più significativi.
A sottolineare il valore di questa nuova apertura è anche il sindaco di Demonte, Adriano Bernardi, che guarda al progetto di Jessica come a qualcosa che va ben oltre la nascita di un’attività commerciale.
«È fondamentale che le frazioni abbiano vita», osserva.
Demonte, infatti, non è soltanto il capoluogo: una parte importante della sua comunità vive proprio nelle frazioni e Festiona, per lungo tempo, è stata una delle più popolate.
Per questo vedere nuovamente aperto e vissuto un locale come Il Posto Giusto rappresenta, per l’amministrazione, un segnale importante.
«La comunità sentiva la necessità di avere nuovamente una struttura, un locale che permettesse allo stesso tempo di acquistare anche qualche genere di prima necessità, ma soprattutto di avere un centro di ritrovo, di incontro».
Un bar e un ristorante, in una frazione di montagna, possono quindi diventare molto più di un’attività economica: «Un centro aggregativo, un centro di socializzazione», capace di mantenere viva la comunità.
Bernardi, mentre racconta la storia di questo luogo, non nasconde la soddisfazione nel vedere quegli spazi finalmente gestiti da due ragazzi giovani. La definisce una «grossa scommessa»: per loro certamente, ma anche per l’amministrazione, che ha scelto di sostenere la rinascita di un luogo rimasto a lungo in cerca di una nuova funzione.
Perché, spiega ancora il sindaco, amministrare un territorio di montagna significa anche provare a contrastarne lo spopolamento.
«Se vuoi che la gente rimanga, devi darle dei servizi».
E qualche volta un servizio può essere anche una porta aperta, un tavolo attorno al quale ritrovarsi e un luogo che torna ad accendere una luce nella frazione per tutto l’anno.
Ho iniziato parlando di un pavimento speciale ed è lo stesso sindaco a raccontarmi come, nel tempo, tutto intorno a quel pavimento si sia trasformato. I suoi dettagli si mescolano con quelli di Adriana e ricostruiscono le diverse vite di questo edificio.
Al piano terreno c’erano l’asilo e gli spazi utilizzati dalle suore, comprese la cucina e la parte giorno della loro abitazione. Al piano superiore trovavano posto le aule della scuola elementare e le camere in cui dormivano.
Poi l’asilo chiuse, le suore andarono via e parte dell’edificio rimase vuota. La scuola elementare continuò ancora per diversi anni. Al piano terreno, negli spazi dove oggi si trova la parte dedicata alla ristorazione, arrivò invece l’ufficio postale. Anche la posta, col tempo, chiuse.
Come è accaduto in tanti piccoli centri montani, uno dopo l’altro alcuni servizi se ne andarono e l’edificio rimase nuovamente vuoto. Intorno al 2010 tornò a vivere come bar, negozio e centro polifunzionale, con la vendita anche di generi di prima necessità. Poi arrivarono altri passaggi, gestioni diverse, nuove chiusure. Fino a Jessica.
Jessica nella ristorazione ha sempre lavorato. Per anni lo ha fatto nei locali di altri e sa bene cosa significa gestire un’attività in montagna, dove i ritmi cambiano con le stagioni, i numeri non sono mai scontati e per continuare servono esperienza, capacità di adattarsi e molta tenacia.
A Festiona è arrivata per vivere, qui ha aperto anche un bed and breakfast e, poco alla volta, si è innamorata di questo paese.
Accanto a lei c’è Luca, il suo inseparabile compagno da tantissimi anni, presenza discreta ma costante nella sua vita e oggi anche in questo nuovo progetto.
Jessica ha un modo di fare che sembra adatto a un luogo come questo. Ha la gentilezza e l’ospitalità di chi sa accogliere, quella capacità di far sentire le persone a proprio agio che in un locale di paese conta forse ancora più che altrove. E ha soprattutto la tenacia di chi conosce questo mestiere e sa quanto lavoro ci sia dietro una porta che ogni giorno deve tornare ad aprirsi. Quando si è presentata la possibilità di prendere in mano quegli spazi, ha deciso di provarci.
Per anni aveva lavorato nella ristorazione per altri. Un locale suo non lo aveva mai avuto. Così è nato Il Posto Giusto. Il nome non è casuale.
Per Jessica rappresenta il luogo in cui ha scelto di fermarsi e investire. Ma rappresenta anche qualcosa che fino a quel momento era rimasto un sogno: avere finalmente un’attività propria, costruita sull’esperienza maturata negli anni e sul suo modo personale di intendere l’accoglienza. Un sogno che oggi condivide con Luca.
E la risposta, fin dall’inaugurazione, è stata importante. Tante persone hanno scelto di esserci, quasi a sottolineare quanto quel luogo fosse mancato e quanto fosse forte il desiderio di vederlo nuovamente aperto e vivo.
Il Posto Giusto oggi è prima di tutto un ristorante e un bar, con una cucina che guarda al territorio e ai sapori della montagna.
Una delle protagoniste è la polenta, proposta in diverse preparazioni e diventata uno dei tratti più riconoscibili del locale. E c’è una cosa che, secondo me, va assolutamente provata: il dolce che ha proprio la polenta come protagonista, una proposta particolare che parte da un ingrediente della tradizione e lo porta in una direzione inaspettata.
Accanto alla polenta trovano spazio anche altri piatti del territorio, quelli che raccontano una cucina semplice, legata alla montagna e alle sue stagioni. Ma Il Posto Giusto non è soltanto un ristorante.
Una parte del locale è anche una piccola bottega, dove si possono trovare generi di prima necessità insieme ad alcuni prodotti più particolari. Ed è qui che torna ancora una volta il senso delle parole del sindaco: in una frazione un’attività come questa può essere tante cose insieme.
Un luogo in cui mangiare, bere un caffè, comprare qualcosa che manca, trovare un prodotto diverso, ma soprattutto entrare e incontrare qualcuno. E guardando la storia di quell’edificio, il nome sembra avere anche un altro significato: è il posto che torna ancora una volta a essere utile alla comunità.
E allora torno al pavimento da cui questa storia è cominciata. È ancora lì.
Consumate e irregolari, quelle vecchie cementine hanno visto passare i bambini dell’asilo, le suore, gli insegnanti, chi andava alla posta, chi entrava nel negozio. Hanno attraversato anni pieni di voci e altri fatti di silenzio.
Oggi sopra quel pavimento camminano Jessica e Luca, il loro giovane staff, i loro clienti, gli abitanti di Festiona e chi arriva da fuori.
Tutto intorno è cambiato. Il pavimento no. Forse è per questo che racconta così bene Festiona: perché custodisce ciò che è stato senza impedire a qualcosa di nuovo di cominciare.
Le Clézio scriveva che «a Festiona il tempo scorreva sempre uguale».
Oggi forse non è più così. Ma continua a scorrere.
E, ogni tanto, porta con sé qualcuno che decide di fermarsi.