Arrivando a Colletto di Castelmagno, in valle Grana, è difficile immaginare che ci sia stato un tempo in cui c’erano due scuole. Oggi le case si riaprono nei fine settimana e nei mesi estivi, qualcuno torna da Torino, Genova, Novara, altri hanno scelto questo angolo di montagna pur non essendovi nati. Gli abitanti stabili sono pochissimi. Eppure Colletto non dà l’impressione di un paese morto. E ci sono persone che non hanno nessuna intenzione di lasciare andare ciò che è stato.

Per conoscere Colletto bisogna iniziare dall’Osteria da Marì. Dentro, tra fotografie e ricordi, incontro il figlio di Maria, Franco. Maria era nata poco più sotto, in frazione Croce, nel 1921. A otto anni lasciò Castelmagno insieme alla madre e partì per la Francia. “Da Croce è andata a piedi a Cuneo. La strada non c’era.” Da lì prese il treno. Era il 1928 e la destinazione era Tolone. In Francia Maria terminò le scuole elementari e cominciò a lavorare con i fiori. Si sposò giovanissima, a 19 anni, ed ebbe un bambino. Mentre suo figlio racconta quegli anni, tira fuori un dettaglio che sembra appartenere a un’altra storia. “Mia mamma portava i fiori a Fernandel”, quello di Don Camillo. Lavorava nel settore dei fiori e, secondo ciò che ha sempre raccontato in famiglia, veniva mandata anche a fare consegne nei luoghi dove l’attore lavorava.
Poi dalla montagna arrivò una notizia. La madre di Maria, tornata a Castelmagno, stava molto male. Aveva 39 anni. Maria lasciò Tolone e tornò in Italia con il figlio. Il marito rimase in Francia. “Allora non c’era WhatsApp”, dice suo figlio sorridendo. Dentro quella battuta c’è un mondo che oggi facciamo fatica a immaginare: lettere, distanze, confini, notizie che arrivavano tardi e vite che potevano separarsi senza sapere bene quando e se si sarebbero incontrate di nuovo.
A Colletto Maria conobbe l’uomo con cui avrebbe costruito una nuova famiglia. Lui apparteneva alla famiglia Salin e qui esisteva già una vecchia osteria. Il divorzio non esisteva ancora e Maria risultava sposata con l’uomo rimasto in Francia. Così i quattro figli nati dalla nuova unione portarono il cognome del primo marito. Maria riuscì a sposare il loro padre soltanto molti anni dopo, quando il marito francese morì. Dopo pochi mesi morì anche il secondo marito. In mezzo, però, c’era stata una vita intera, passata dietro il bancone di quell’osteria.
Durante la guerra da queste montagne passavano partigiani e soldati. “Mia mamma dava da mangiare a tutti. Se serviva, nascondeva anche i partigiani, ma dava da mangiare anche ai tedeschi.” “Le donne qui non odiavano nessuno. Dovevano arrangiarsi.” Gli uomini erano lontani. Il padre di Franco aveva combattuto tra Albania e Jugoslavia. Due zii erano partiti per la Russia e uno di loro non sarebbe tornato. Alle donne rimanevano le case, gli animali, i figli e tutto ciò che serviva per continuare a vivere. Maria di figli ne aveva cinque. “Le donne si facevano un mazzo incredibile”, dice. Maria, però, era una donna particolare. A Tolone aveva conosciuto una città, aveva lavorato, era andata al mare. Era tornata in una borgata di montagna portandosi dietro qualcosa di quel mondo. Chi l’ha conosciuta la ricorda come una donna moderna.
L’osteria, invece, moderna non lo era affatto. Suo figlio la ricorda vecchia, con il pavimento irregolare e i mobili che per stare dritti avevano bisogno di pezzi di legno infilati sotto le gambe. “Era anche brutta” - poi però aggiunge -: “Ma era pulitissima. Mia mamma ci teneva.” E soprattutto era piena di gente e non c’era ancora il turismo. Le persone arrivavano dalle altre borgate, da Chiotti, Chiappi, Croce. Qualcuno raggiungeva Colletto passando dalla val Maira. La domenica ci si ritrovava lì. Si mangiava, si parlava, si fumava. E si beveva, molto. “Bevevano tutti”, racconta ridendo. L’osteria era uno dei luoghi dove il paese si incontrava.
D’estate tornavano anche quelli che erano emigrati a Torino. A Croce ad agosto potevano arrivare trenta persone. Tornavano nelle vecchie case, dove magari per i bisogni si usciva ancora nei campi. Eppure tornavano. Perché quella era casa. Anche la festa di Sant’Ambrogio racconta questa storia. Si festeggerebbe a dicembre, ma a Colletto la ricorrenza è sempre stata celebrata nella seconda domenica di agosto, perché era allora che chi viveva a Torino poteva essere presente. Ancora oggi la festa continua e negli ultimi anni è stata ripresa anche la processione. Il grande stendardo viene tirato fuori e portato per le strade della borgata.
Dopo la morte di Maria l’osteria rimase chiusa per alcuni anni. Suo figlio non aveva nessuna intenzione di continuare. Era cresciuto lì, aveva imparato a cucinare dalla madre e durante la vita aveva lavorato anche negli alberghi, come cameriere e aiuto cuoco. Ma riaprire l’osteria di famiglia proprio no. Poi gli amici hanno cominciato a dirgli: perché non apri? Lo hanno detto una volta, poi un’altra. Alla fine ha convinto sua sorella, che purtroppo oggi non c’è più. Quattordici anni fa hanno riaperto. “Mia mamma, se mi vedesse, si capovolgerebbe. Perché io non volevo saperne.” Poi sorride. Forse sarebbe contenta. Perché alcuni dei suoi piatti ci sono ancora: gli gnocchi al Castelmagno, le frittate alle erbe e poi un dolce che allora si chiamava fiocca. Non esistevano frigoriferi. Maria preparava la crema di latte, la metteva in un secchiello, la copriva e poi infilava tutto nella neve. Il giorno dopo la serviva. Oggi la ricetta è stata adattata, ma il figlio ha cercato di conservarne il sapore con una crema di panna, miele e caffè macinato. È una di quelle cose che raccontano un’epoca meglio di tante parole.

Poco distante dall’osteria c’è un altro luogo dove Colletto continua a conservare il proprio passato. È il piccolo museo del paese. A custodirlo c’è Olga Martino, una donna che qui è nata e che da bambina, a differenza di tanti suoi coetanei, aveva qualcosa che la rendeva quasi privilegiata: i suoi genitori gestivano la bottega del paese. “Io mangiavo pane e cioccolata.” Gli altri bambini spesso soltanto pane. Allora poteva bastare per creare una distanza. “Erano gelosi. Non sempre volevano giocare con me.” Anche lei, però, faceva la vita dei bambini di montagna. Aveva una capra e in autunno la portava al pascolo insieme a un’altra bambina. Dovevano controllarla perché non entrasse negli orti. E in quelle giornate c’era anche il tempo per inventarsi un gioco. “Con l’ombrello scavavamo una buca nella terra.” Accendevano un piccolo fuoco e ci mettevano dentro le patate più piccole. Le lasciavano cuocere mentre sorvegliavano la capra.
Allora nella parte bassa di Castelmagno le famiglie vivevano con pochissimo. “Eravamo tutti un po’ miseri.” Le stalle potevano ospitare al massimo una o due mucche. Il problema non era soltanto lo spazio. Era riuscire a nutrirle. L’erba doveva essere tagliata a mano e portata nella stalla. Bisognava preparare il fieno per l’inverno. La terra era poca e spesso dura, rocciosa. Qualcuno aveva un asino o una mula. Negli orti si coltivavano patate, porri, cavoli e rape. Prima dell’arrivo della neve le verdure venivano tolte dalla terra e portate nelle cantine. Lì si preparava uno spazio con altra terra e venivano interrate di nuovo per conservarle durante l’inverno. Quasi nulla arrivava facilmente.
Nemmeno la merce della bottega. Il padre scendeva fino a Pradleves con il mulo. Due ore per andare, due per tornare. Poi c’era il tempo necessario per comprare, sistemare e caricare. E non comprava nemmeno da un grossista. “Andava in un altro negozio, comprava lì e poi rivendeva qui.” D’estate prendeva frutta e verdura. Dentro c’era un grande mobile con otto cassetti. Pasta, riso, meliga. Tutto veniva venduto sfuso. Si apriva il cassetto, si prendeva con la paletta e si pesava. Lei, però, di quella bottega conserva anche un altro ricordo. “Rubavo le caramelle.” I bambini del paese entravano per comprare biscotti o dolci. Se non avevano i soldi, uscivano dicendo: “Mamma passa e paga.” Le famiglie si conoscevano. Il conto si sarebbe sistemato.
Una volta il parroco portò alcuni bambini in gita premio a Cuneo. Già arrivare in città era un avvenimento. Poi concesse anche un gelato. Tutti si misero in fila davanti al carrettino con il proprio soldino. Quando arrivò il turno di uno dei bambini di Colletto, lui prese il gelato e, con assoluta naturalezza, disse al gelataio: “Mamma passa e paga.” Il gelataio rimase interdetto. Il parroco sorrise e pagò.
Così come esiste ancora la bottega dei genitori. Olga ha cercato di ricrearla il più fedelmente possibile. Ed è forse proprio lì che capisco davvero perché ha costruito questo museo. Il Piccolo Museo della Vita di Quassù, in occitano “Pichot mouzeou d’ la vito d’isi”.


Da ragazza Colletto le stava stretto. Voleva andarsene. Sognava una vita diversa. Poi è partita. E soltanto allora ha cominciato ad avere nostalgia. “Quando sono andata via mi è nato l’amore per questo paese.”
Da quel momento ha iniziato a conservare. Prima gli oggetti della famiglia, poi quelli delle case che venivano abbandonate. Alcuni li ha recuperati lei, altri sono stati donati dagli abitanti. Da anni aveva in mente un’idea: fare un museo. Alla fine degli anni Novanta ha cominciato davvero. Il primo locale era una vecchia stalla. Poco alla volta gli oggetti hanno trovato posto. Lei voleva ricostruire la vita. Così sono nati piccoli angoli dedicati alla scuola, alla cucina, ai mestieri, agli strumenti del lavoro e alla bottega. Il grande cassettone con gli otto cassetti non ha trovato posto, ma nel museo c’è la fotografia. Guardandola, lei può ancora raccontare cosa c’era dentro. Può raccontare delle dieci lire aggiunte alle pesche. Così un mobile smette di essere un mobile e diventa una famiglia.
Accanto al museo c’è anche un piccolo mercatino. Lei lo tiene per cercare di raccogliere qualcosa e contribuire alle spese.“Sostiene poco”. Perché anche tenere quattro fari accesi ha un costo. Anche aprire una porta. Anche custodire la memoria. Durante l’estate il museo rimane aperto con maggiore continuità. Negli ultimi anni, racconta, le persone sono diminuite un po’. La nuova viabilità permette di raggiungere altre borgate senza fermarsi a Colletto. Qualcuno passa oltre. Eppure chi entra qui scopre pezzi di montagna che difficilmente troverebbe altrove.
Anche il marito si era appassionato alla storia del paese. Aveva iniziato a fare ricerche sull’emigrazione e soprattutto sui “lustrascarpe”, perché molti degli uomini partiti da Castelmagno per Torino avevano fatto proprio quel mestiere. Lavoravano a Porta Nuova o sotto i portici. Cercando negli archivi torinesi, aveva trovato perfino vecchie denunce di commercianti che protestavano perché quei lustra scarpe si sistemavano davanti alle vetrine. In una di queste i montanari venivano descritti come ricchi, proprietari di case e terreni, arrivati in città a sporcare le vetrine. La definizione fa quasi sorridere. Basta aver ascoltato il racconto delle due mucche, delle rape interrate in cantina e delle quattro ore di mulo per capire quale ricchezza potessero avere. Eppure alcuni di loro a Torino riuscirono davvero a costruirsi una nuova vita. Forse è questa la battaglia che Colletto sta combattendo. Non contro lo spopolamento, perché il tempo non torna indietro. Ma contro la possibilità che tutto quello che c’è stato sparisca senza lasciare traccia.
Prima di andare via ripenso alla frase pronunciata quasi all’inizio della mia visita. “Le radici sono le radici”. La dice l’uomo che non voleva saperne di riaprire l’osteria di sua madre e che alla fine è tornato a cucinare i suoi piatti. Ma potrebbe dirla anche Olga, che da ragazza voleva andare via da Colletto e poi ha dedicato anni a raccogliere gli oggetti delle case abbandonate e a ricostruire nel museo la bottega dei suoi.
E forse potrebbero dirla anche due professori in pensione che quelle radici non le avevano qui, ma hanno scelto Colletto. Hanno acquistato l’antica canonica quando rischiava di cadere a pezzi e l’hanno restaurata con grande attenzione, conservando quanto più possibile della sua storia. Oggi quella è casa loro, eppure hanno deciso di non chiuderla soltanto dentro la dimensione privata: la fanno conoscere, la mostrano, la raccontano. Qualcosa da custodire ma anche da condividere.
Intanto a Colletto è nata anche un’associazione con l’obiettivo di organizzare iniziative, creare occasioni d’incontro e continuare a portare persone nella frazione. Un paese non rimane vivo soltanto perché conserva ciò che è stato. Ha bisogno anche di persone che continuino ad aprire porte.
A Colletto oggi non ci sono più due scuole, non ci sono muli che scendono a Pradleves, la fiocca non viene più conservata nella neve e nessun bambino entra in bottega. Ma c’è un’osteria che continua ad aprire, Olga che accende le luci del suo museo e mette fuori il piccolo mercatino per sostenerlo, una vecchia canonica tornata a vivere, un’associazione che prova a immaginare nuovi appuntamenti.
Forse le radici servono a questo: non a restare fermi nel punto in cui siamo nati, ma a sapere da dove ripartire.
