Sono andata a conoscere quelli dell’Isola.
Detta così, viene spontaneo pensare al mare. Invece l’Isola è un piccolo borgo della Valle Grande, una valle laterale della Valle Vermenagna. Qui gli abitanti di Palanfrè vengono chiamati così da sempre. Un soprannome nato forse perché questo paese è sempre stato un mondo a sé, circondato non dall’acqua, ma dai boschi, dalle montagne e dal silenzio.
Oggi qui vivono appena tredici persone. Eppure c’è stato un tempo in cui Palanfrè era uno dei paesi più popolosi della valle. Le case erano distribuite tra Tèit Sutan (in italiano spesso scritto Tetto Sottano) La Capela (oppure La Cappella in italiano) Tèit Giurdan (italianizzato Tetto Giordano), le famiglie erano una quarantina e gli abitanti alcune centinaia. C’erano una scuola, bambini che correvano tra le borgate, stalle piene e una comunità che viveva seguendo il ritmo delle stagioni e dell’allevamento. Oggi nella vecchia scuola abitano persone e tutto sembra silenzioso, ma vivo.
Per conoscere questo piccolo meraviglioso borgo alpino bisogna incontrare Rita.
Quando arrivò a Palanfrè, Rita aveva ventitré anni, oggi ha superato la settantina. Aspettava il suo primo figlio e aveva lasciato la pianura per trasferirsi in montagna, nella casa della suocera.
“Piangevo sempre”, racconta con una sincerità disarmante. “Non perché aspettassi un bambino. Piangevo perché mi mancava la vita che avevo lasciato”.
All’epoca Palanfrè era un paese vivo. La vita ruotava intorno all’allevamento. Si lavorava con le mucche, si produceva il formaggio, d’estate si saliva agli alpeggi e in autunno si tornava più a valle. In tavola c’erano polenta, latte, tagliatelle fatte in casa e, quando arrivava la stagione, le castagne raccolte nei boschi. Quella montagna le sembrava dura e lontana da tutto ciò che aveva avuto in pianura. E dura lo era davvero.
“Preferivo quei tempi a quelli di adesso”, dice Rita senza esitazione. Non parla della fatica, che era tanta, ma di un paese pieno di persone, di voci e di vita.
Poi arrivò lo spopolamento. Nell’autunno del 1971 a Palanfrè erano rimaste soltanto tre famiglie. Pochi mesi dopo, il 17 febbraio 1972, una valanga travolse alcune case e costò la vita a una mamma e a suo figlio.
Per oltre trent’anni, durante l’inverno, Palanfrè rimase praticamente deserto. Soltanto d’estate gli allevatori tornavano con le mandrie agli alpeggi.
Eppure Rita non ha dubbi.
“Preferivo quei tempi a quelli di adesso”.
Non parla della fatica, che era tanta. Parla di un paese pieno di persone, di voci e di vita.
Poi arrivò lo spopolamento. Come in tante vallate alpine, anche da qui si partì per cercare lavoro altrove. Nell’autunno del 1971 a Palanfrè erano rimaste soltanto tre famiglie.
Poi, nel 2002, cambia tutto.
L’idea lungimirante di Michelino che con Bruno e Sergio e Nicola, i figli di Rita, decidono di ritornare a Palanfrè stabilmente tutto l’anno. Negli anni li hanno affiancati Daniela e Gabriele e oggi è presente anche Elisa, la cognata. Là dove molti vedevano soltanto un paese destinato a scomparire, loro videro una possibilità. Riportarono il lavoro tra queste montagne, svilupparono l’azienda agricola e iniziarono a trasformare il latte direttamente a Palanfrè.
Il caseificio diventò molto più di un’attività economica. Fu il segnale che in quel paese si poteva ancora vivere, lavorare e costruire un futuro.


La loro scelta contribuì a rimettere in movimento anche il resto del borgo. Alcune case vennero recuperate, altre tornarono ad aprirsi durante l’anno. Lentamente, nell’inverno di Palanfrè ricomparvero luci accese dietro alle finestre.
Oggi, passeggiando tra le sue borgate, si ha la sensazione che qui il tempo abbia deciso di rallentare. Le case in pietra sono curate con amore, i balconi traboccano di fiori, i prati sono ordinati e ogni angolo racconta l’attenzione di chi questo paese lo abita davvero.
Non c’è nulla di costruito per stupire il turista. C’è una montagna autentica, dove il ritmo è ancora quello delle stagioni, ci si saluta passando davanti a una porta aperta e una chiacchierata può durare senza che nessuno senta il bisogno di guardare l’orologio.
È una di quelle rare località dove sembra di ritrovare la montagna com’era una volta.
Ma un paese non vive soltanto grazie a chi lo abita e ci lavora. Ha bisogno anche di una porta aperta per chi arriva.
A Palanfrè quella porta ha il volto di Silvana, la figlia di Rita.
Nel 2011 ha deciso di prendere in gestione il rifugio, rimasto chiuso per oltre vent’anni. Una scelta che molti avrebbero considerato azzardata. Gestire un’attività in un piccolo borgo di montagna significa convivere con stagioni brevi, distanze e tanto lavoro. Lei, invece, in quel locale ha visto un’opportunità.
“Se una persona arriva fin quassù e trova tutto chiuso, magari non torna più”, racconta.
Negli anni il rifugio è cresciuto insieme a lei. Quello che era iniziato come un progetto coraggioso è diventato il suo mondo. E qualche anno fa è arrivata anche la soddisfazione più grande: riuscire ad acquistarlo. Un sogno inseguito a lungo e finalmente realizzato.

Con l’arrivo di Giancarlo, il suo compagno, che fa un altro lavoro, ma divide con lei il lavoro quotidiano della gestione della struttura, soprattutto nel fine settimana, il posto è diventato ancora più bello e accogliente. Si percepisce subito che qui nulla è lasciato al caso.
Le sale raccontano la montagna in ogni dettaglio: il legno, gli oggetti della tradizione, gli arredi scelti con gusto, l’atmosfera calda che ricorda i rifugi del Trentino. Anche le camere seguono lo stesso stile, curate con attenzione e impreziosite da particolari che fanno sentire gli ospiti lontani dalla frenesia quotidiana. Basta varcare la soglia per avere la sensazione di essere entrati in un altro mondo.
E poi c’è la cucina. Quella autentica della montagna, fatta di sapori del territorio, piatti preparati con cura e prodotti locali, dove ogni portata racconta il legame con queste vallate.
Entrando nel rifugio si ha più l’impressione di essere ospiti che clienti. C’è sempre una porta aperta, un sorriso, il tempo per fare due chiacchiere e la voglia di raccontare Palanfrè a chi arriva per la prima volta.
Ma basta parlare con Silvana qualche minuto perché il presente lasci spazio ai ricordi.
Quando racconta la Palanfrè della sua infanzia, la sua voce cambia. Riaffiorano le sere d’estate, quando dopo cena tutti i bambini del paese si ritrovavano in piazza. Ad aspettarli c’erano Gian e Gepu, due fratelli che conoscevano decine di storie e leggende sulle masche. Bastava che iniziassero a parlare perché calasse il silenzio. Era un appuntamento fisso e atteso.
“Ci raccontavano storie bellissime. Poi, quando dovevamo andare a prendere l’acqua, avevamo quasi paura”, ricorda sorridendo.
Non erano soltanto racconti. Erano il modo in cui un paese tramandava la propria memoria. Le serate trascorrevano così, seduti uno accanto all’altro, senza televisori, senza telefoni, con il buio della montagna che faceva da cornice e la fantasia che faceva il resto.
Forse è anche questo che Silvana cerca di conservare ogni giorno nel suo rifugio: quello spirito di accoglienza e di comunità che ha conosciuto da bambina e che oggi continua a considerare la vera ricchezza di Palanfrè.
Silvana non parla degli altri come concorrenti. Al contrario, è contenta quando il caseificio lavora, quando aprono nuove attività e quando le persone trovano più di una ragione per fermarsi.
“Da soli non si manda avanti un territorio. Bisogna essere in tanti”.
È forse questa la frase che racconta meglio Palanfrè. La sua rinascita non appartiene a una sola persona, ma a chi ha scelto di tornare, a chi ha deciso di restare e a chi ogni giorno collabora per mantenere vivo il paese.
Prima di ripartire torno a salutare Rita.
Nella borsa ho il formaggio prodotto dai suoi figli. Poco prima, al caseificio, avevo aspettato il mio turno in una fila di persone arrivate fin quassù per portarsi a casa un pezzo di Palanfrè.
Ripenso a quella ragazza di ventitré anni arrivata dalla pianura con il cuore pesante, convinta di aver lasciato la propria vita alle spalle. A quella giovane donna che piangeva perché la montagna le sembrava troppo dura. Alla Rita di oggi che non può più condividere la vita con suo marito, che ha lasciato un dolore nel suo cuore, ma chè rimasta comunque qui con i suoi figli a dare un aiuto.
Se qualcuno le avesse detto che, un giorno, sarebbero stati proprio i suoi figli a restituire un futuro a quel paese, probabilmente non ci avrebbe creduto.
Fuori i fiori colorano i balconi, le porte sono aperte e il tempo scorre con la calma di un’altra epoca. Ci sono voci di bambini di passaggio e quella di Giovanni, il figlio di Silvana, che vive qui tutto l’anno e che sta crescendo qui, in questo piccolo paradiso.
Forse è questo il vero privilegio di chi arriva a Palanfrè: scoprire che esistono ancora luoghi dove non si viene soltanto a guardare un paesaggio, ma a incontrare persone.
Persone che, con ostinazione e semplicità, hanno scelto di restare, di tornare e di aprire una porta: quelli dell’Isola.

