
“Nascosto al mondo” eppure in profonda unione con l’intera umanità. È il paradosso della vita eremitica e contemplativa che Charles de Foucauld sceglie a ventotto anni, nel 1886, allorché riscopre la fede.
Scelta radicale che rompe con la carriera militare, cui era destinato in qualità di giovane figlio di famiglia aristocratica: prima trappista, poi eremita nel Sahara fra i Tuareg, dove sente di realizzare la propria missione di testimoniare Cristo nel nascondimento e nel silenzio, semplicemente condividendo con gli altri le giornate.
La parte dell’epistolario dedicata alle decine di lettere inviate ai familiari, in particolare al cugino Louis, aprono sulla dimensione intima profondamente umana di Charles de Foucauld. Sono una porzione della sua vita. Lontana da riflessioni teologiche o mistiche si nutre comunque di esse nell’umiltà.
Gli scritti accolgono la fame di solitudine come il desiderio di rivedere la famiglia. Non è nostalgia. Non guarda al passato, ma vive il presente consapevole di essere intessuto di relazioni cresciute altrove e tuttora vive.
Il senso comune, che della vita contemplativa enfatizza il “distacco” dal mondo, si rivela fragile a fronte della persistenza di questi forti legami. La distanza, confessa, è un peso, ma non è separazione: “è una consolazione intrattenersi da lontano” attraverso il fitto scambio di lettere. Nel 1914 da Tamanrasset ancora ammette di “divorare” gli scritti che gli arrivano e contare i giorni che mancano ai successivi.
Nell’epistolario i pensieri ai familiari si accavallano. Le preoccupazioni per la salute dei cari lontani, la gioia per la maternità della cugina, le preghiere per il cammino di fede di Louis e per il suo lavoro, lo sguardo sui nipoti si rinnovano ad ogni scritto perché “quando ci si vuole bene non ci si scrive per parlare di cose indifferenti”. Parole che sono sempre accompagnate da un vivo senso di vicinanza. all’inizio del suo cammino nella trappa, scrive, “l’anima si tiene alla presenza di Dio e pensa a coloro che ama”.
L’altro aspetto di queste lettere è l’attenzione al mondo. Anche su questo terreno sfida le convenzioni allorché al cugino scrive: “faresti fatica a credere fino a che punto, in fondo al convento, si può ignorare tutto quello che avviene nel mondo; lo si ignora, ma non per questo si è indifferenti”. Anche nel Sahara “ignora” quanto succede, ma è sinceramente attento a cogliere i fremiti dell’umanità che sta vivendo momento difficili. La sua Francia ferita dai disordini (sono gli anni dell’”affare Dreyfus”), il mondo che precipita nel conflitto mondiale, le tensioni fra le tribù sahariane e, vicino a lui, la povertà della gente del deserto sono ben presenti nelle sue preghiere e insieme rinnovano la sua disponibilità.
Lì nel Sahara definisce i tratti del suo essere testimone del Vangelo tra queste genti, “non predicando, ma vivendo vicino a loro nella preghiera, nel silenzio e nella carità”. Questo essere in mezzo agli altri diventa stile di vita e, nella sua concretezza quotidiana, si pone a fianco e quasi completa il suo essere eremita.
Il buon Dio è un grande architetto
di Charles de Foucauld
Editrice Centro Ambrosiano
euro 22