cuneo
Pochi animali come il topo riuscivano a insinuarsi con tanta abilità e tenacia nel quotidiano medievale. E lo facevano popolando silenziosamente gli spazi meno frequentati di ville nobiliari e cascine, insidiando nell’uno e nell’altro caso vivande e scorte alimentari. Specie nelle campagne, dove il grano rappresentava ricchezza e sopravvivenza, la sua presenza era tutt’altro che marginale. L’utilizzo di granai e fienili, l’assenza di sistemi di conservazione davvero efficaci: tutto giocava a favore di questo piccolo ma devastante invasore. I topi rosicchiavano le scorte, le contaminavano, ne compromettevano l’utilizzo. Bastava poco per trasformare mesi di lavoro in una carestia o, peggio, in un veicolo di diffusione di malattie all’epoca difficilissime da contrastare. In un’economia fragile, la lotta contro i roditori diventava una priorità concreta. Le contromisure, seppur rudimentali, rivelavano ingegno e adattamento: si usavano gatti addestrati, si costruivano granai rialzati con basi in pietra per ostacolare l’accesso, si disponevano trappole artigianali lungo i punti di passaggio e si sigillavano i depositi con tavole spesse o porte rinforzate. E anche nei monasteri la lotta di contrasto ai topi era costante e perseguita sia attraverso un’attenta protezione del cibo, sia mediante la sua custodia in ambienti sopraelevati o chiusi con cura. Il topo, del resto, non era solo un ospite indesiderato: era una minaccia continua, un nemico silenzioso dal quale l’uomo era costretto a difendersi giorno dopo giorno. Non senza adattarsi anche a convivere con questo instancabile roditore.
Nel Medioevo, però, il topo non era soltanto un animale molesto, ma anche una figura carica di significati sostanzialmente negativi. Minuscolo, ma inquietante, incarnava ciò che corrompe in silenzio, che agisce nell’ombra e si insinua dove non dovrebbe. Viveva nella sporcizia, rosicchiava il pane, violava i luoghi sacri e le case degli uomini. Per questo la sua immagine si caricava di un forte valore simbolico, diventando emblema del peccato, della tentazione, della presenza del male nel quotidiano. La mentalità medievale, profondamente religiosa, vedeva nel topo la rappresentazione della corruzione morale: un essere notturno, sfuggente, che lavora in segreto come il peccato nell’anima. I bestiari lo descrivevano come un animale che scava nel cuore dell’uomo per minarne la fede, e le sue apparizioni nei luoghi di culto venivano interpretate come segni di decadenza spirituale. Non mancavano legami con il diavolo e la stregoneria, soprattutto nelle leggende popolari, dove il topo diventava complice di forze oscure, capace di portare malattie, discordia, rovina. Anche per questo la sua presenza suscitava più timore che disgusto. Era un simbolo vivente di ciò che si insinua, che distrugge dall’interno, che si nutre del sacro e del puro. In una società ossessionata dalla salvezza dell’anima, il topo era un promemoria costante del pericolo che abita ogni angolo dimenticato.
La negatività del topo, soprattutto nella pittura medievale a carattere religioso, sembra però non sottolinearne quel tratto demoniaco che invece questo animale in qualche modo rivestiva. Ad esserne rilevata è invece piuttosto la sua pericolosità di animale che trama nell’ombra e che, in questo senso, si connota quale simbolo del degrado, della corruzione, della minaccia cui costantemente ogni anima, per quanto virtuosa, è comunque esposta. Non senza rimarcare come questa pericolosità non si costituisca affatto nei termini di una ineluttabile necessità, ma di una possibilità concreta cui il fedele cristiano può reagire in una forma capace di sconfiggere definitivamente questa insidia. Emblematica di questa prospettiva è una delle miniature contenuta nel Libro delle Ore di Maastricht, realizzato nel XIV secolo ed attualmente conservato nella British Library di Londra (Fig. 1). Qui il topo, stretto tra le fauci del gatto, si configura come un evidente simbolo di negatività, mentre il felino che lo ha afferrato non è semplicemente un cacciatore, ma piuttosto un essere positivo capace di ristabilire l’ordine compromesso dal topo. E, in questa prospettiva, il roditore afferrato dal gatto, diviene emblema della trasgressione punita, del peccato represso duramente e definitivamente sconfitto. Vedere il topo tra le grinfie del gatto, per chi sfogliava il Libro delle Ore di Maastricht significava dunque sentirsi richiamato al fatto che a prevalere, al di là dell’apparente vittoria del disordine nella storia, alla fine sarebbe comunque stato l’ordine originario impresso da Dio al mondo.
Fig. 1 - Topo nero e gatto bianco; Manoscritto 17 (Fol. 75 v.); Libro delle Ore di Maastricht; XIV Secolo; British Library; Londra.46p
C’è forse qualcosa in più di un’analogia – forse un’autentica prossimità – tra l’affresco che nell’abbazia di San Biagio di Morozzo rappresenta un gatto che stringe tra le sue fauci un topo (Fig. 2) e la precedente miniatura nel Libro delle Ore di Maastricht. Sarebbe ingenuo pensare l’affresco conservato a Morozzo come una mera scena di caccia. Il suo inserimento all’interno di uno spazio liturgico imprime infatti all’immagine in questione un forte valore simbolico ed evocativo. Il topo, colto nell’istante della sua sconfitta, anche in questo caso intende richiamare il destino del male e di tutto ciò che di esso è espressione: venire sconfitto e represso in modo definitivo e senza alcuna possibilità di una sua eventuale vittoria nello scontro col Bene. Così la stessa posa statica del roditore e il suo corpo connotato da una rigidità cadaverica sembrano voler suggerire che la resistenza del male all’imporsi del bene non abbia possibilità alcuna di prevalere. Certo il male, al pari del topo, può insinuarsi indisturbato nell’anima, pervadendola con la sua malvagità e operando silenziosamente per corromperla. Ma, alla fine, verrà pure smascherato e annientato. È forse proprio per questo che la scena di Morozzo insiste sul momento stesso nel quale il gatto ha ormai portato a termine il suo ghermire il topo: quest’ultimo viene infatti mostrato nel culmine della sua disfatta, rendendo visibile anche in questo caso il concludersi del processo con cui il disordine viene riportato all’ordine. Il peccato dunque, in linea con la concezione cristiana medievale, sebbene tenda a proliferare, non potrà che soccombere di fronte all’ordine voluto da Dio.
Fig. 2 - Topo afferrato dal gatto; Affresco (Particolare); Anonimo; XV secolo; Monastero di San Biagio; Morozzo.
Due topi si muovono sul muro di mattoni, figure oscure ai margini della scena sacra. Non sono semplici dettagli, ma segni di un’insidia sempre presente: il peccato che si insinua nel mondo. Nell’affresco della Natività della Pieve di Santa Maria a Beinette (Fig. 3), la loro presenza non è casuale. A differenza di altre raffigurazioni medievali in cui il topo è già sconfitto, qui i due topi rappresentati restano liberi, senza impedimento alcuno al loro inesorabile erodere, simbolo di una corruzione che attesta di come la lotta tra bene e male sia ancora aperta. E a ribadire questo contrasto sembra essere anche il contrappunto alla loro presenza costituita da quella dell’angelo che sovrasta la scena. Nemmeno il suo luminoso dominare il cielo riesce ad impedire che i due neri topi si staglino nitidamente sul muro che protegge il bimbo Gesù appena nato, quasi a insidiare l’opera di salvezza dell’umanità che egli ha deciso di portare a termine non esitando a rinunciare al suo costituirsi divino per farsi uomini tra gli uomini. Ma proprio quest’opera di salvezza attuata da Cristo, pur destinata a fare i conti col male fino a subirne tutta l’inaudita ferocia in quella che sarebbe stata la sua passione e morte. Al momento tuttavia il prender forma della salvezza appare troppo agli inizi per impedire al male, di cui proprio i topi sono simbolo, di perseverare nella sua inesorabile azione. Nemmeno il farsi uomo di Cristo, nè il suo diventare egli stesso parte della storia umana appaiono sufficienti a sradicare il male. Occorrerà attendere il suo ritorno: solo allora l’azione del male verrà sconfitta e, per restare nella metafora visiva delle prime due iconografie che abbiamo considerato in questo articolo, i topi finiranno dritti dritti nelle grinfie del gatto.
Fig. 3 - Topi sullo sfondo della Natività di Cristo; Affresco (Particolare); Anonimo; XV-XVI secolo; Pieve di santa Maria; Beinette.
La registrazione iconografica sul territorio cuneese dell’insinuarsi del topo negli spazi frequentati dall’uomo
20 aprile 2025
Cuneo
Pochi animali come il topo riuscivano a insinuarsi con tanta abilità e tenacia nel quotidiano medievale. E lo facevano popolando silenziosamente gli spazi meno frequentati di ville nobiliari e cascine, insidiando nell’uno e nell’altro caso vivande e scorte alimentari. Specie nelle campagne, dove il grano rappresentava ricchezza e sopravvivenza, la sua presenza era tutt’altro che marginale. L’utilizzo di granai e fienili, l’assenza di sistemi di conservazione davvero efficaci: tutto giocava a favore di questo piccolo ma devastante invasore. I topi rosicchiavano le scorte, le contaminavano, ne compromettevano l’utilizzo. Bastava poco per trasformare mesi di lavoro in una carestia o, peggio, in un veicolo di diffusione di malattie all’epoca difficilissime da contrastare. In un’economia fragile, la lotta contro i roditori diventava una priorità concreta. Le contromisure, seppur rudimentali, rivelavano ingegno e adattamento: si usavano gatti addestrati, si costruivano granai rialzati con basi in pietra per ostacolare l’accesso, si disponevano trappole artigianali lungo i punti di passaggio e si sigillavano i depositi con tavole spesse o porte rinforzate. E anche nei monasteri la lotta di contrasto ai topi era costante e perseguita sia attraverso un’attenta protezione del cibo, sia mediante la sua custodia in ambienti sopraelevati o chiusi con cura. Il topo, del resto, non era solo un ospite indesiderato: era una minaccia continua, un nemico silenzioso dal quale l’uomo era costretto a difendersi giorno dopo giorno. Non senza adattarsi anche a convivere con questo instancabile roditore.
Nel Medioevo, però, il topo non era soltanto un animale molesto, ma anche una figura carica di significati sostanzialmente negativi. Minuscolo, ma inquietante, incarnava ciò che corrompe in silenzio, che agisce nell’ombra e si insinua dove non dovrebbe. Viveva nella sporcizia, rosicchiava il pane, violava i luoghi sacri e le case degli uomini. Per questo la sua immagine si caricava di un forte valore simbolico, diventando emblema del peccato, della tentazione, della presenza del male nel quotidiano. La mentalità medievale, profondamente religiosa, vedeva nel topo la rappresentazione della corruzione morale: un essere notturno, sfuggente, che lavora in segreto come il peccato nell’anima. I bestiari lo descrivevano come un animale che scava nel cuore dell’uomo per minarne la fede, e le sue apparizioni nei luoghi di culto venivano interpretate come segni di decadenza spirituale. Non mancavano legami con il diavolo e la stregoneria, soprattutto nelle leggende popolari, dove il topo diventava complice di forze oscure, capace di portare malattie, discordia, rovina. Anche per questo la sua presenza suscitava più timore che disgusto. Era un simbolo vivente di ciò che si insinua, che distrugge dall’interno, che si nutre del sacro e del puro. In una società ossessionata dalla salvezza dell’anima, il topo era un promemoria costante del pericolo che abita ogni angolo dimenticato.
La negatività del topo, soprattutto nella pittura medievale a carattere religioso, sembra però non sottolinearne quel tratto demoniaco che invece questo animale in qualche modo rivestiva. Ad esserne rilevata è invece piuttosto la sua pericolosità di animale che trama nell’ombra e che, in questo senso, si connota quale simbolo del degrado, della corruzione, della minaccia cui costantemente ogni anima, per quanto virtuosa, è comunque esposta. Non senza rimarcare come questa pericolosità non si costituisca affatto nei termini di una ineluttabile necessità, ma di una possibilità concreta cui il fedele cristiano può reagire in una forma capace di sconfiggere definitivamente questa insidia. Emblematica di questa prospettiva è una delle miniature contenuta nel Libro delle Ore di Maastricht, realizzato nel XIV secolo ed attualmente conservato nella British Library di Londra (Fig. 1). Qui il topo, stretto tra le fauci del gatto, si configura come un evidente simbolo di negatività, mentre il felino che lo ha afferrato non è semplicemente un cacciatore, ma piuttosto un essere positivo capace di ristabilire l’ordine compromesso dal topo. E, in questa prospettiva, il roditore afferrato dal gatto, diviene emblema della trasgressione punita, del peccato represso duramente e definitivamente sconfitto. Vedere il topo tra le grinfie del gatto, per chi sfogliava il Libro delle Ore di Maastricht significava dunque sentirsi richiamato al fatto che a prevalere, al di là dell’apparente vittoria del disordine nella storia, alla fine sarebbe comunque stato l’ordine originario impresso da Dio al mondo.
Fig. 1 - Topo nero e gatto bianco; Manoscritto 17 (Fol. 75 v.); Libro delle Ore di Maastricht; XIV Secolo; British Library; Londra.46p
C’è forse qualcosa in più di un’analogia – forse un’autentica prossimità – tra l’affresco che nell’abbazia di San Biagio di Morozzo rappresenta un gatto che stringe tra le sue fauci un topo (Fig. 2) e la precedente miniatura nel Libro delle Ore di Maastricht. Sarebbe ingenuo pensare l’affresco conservato a Morozzo come una mera scena di caccia. Il suo inserimento all’interno di uno spazio liturgico imprime infatti all’immagine in questione un forte valore simbolico ed evocativo. Il topo, colto nell’istante della sua sconfitta, anche in questo caso intende richiamare il destino del male e di tutto ciò che di esso è espressione: venire sconfitto e represso in modo definitivo e senza alcuna possibilità di una sua eventuale vittoria nello scontro col Bene. Così la stessa posa statica del roditore e il suo corpo connotato da una rigidità cadaverica sembrano voler suggerire che la resistenza del male all’imporsi del bene non abbia possibilità alcuna di prevalere. Certo il male, al pari del topo, può insinuarsi indisturbato nell’anima, pervadendola con la sua malvagità e operando silenziosamente per corromperla. Ma, alla fine, verrà pure smascherato e annientato. È forse proprio per questo che la scena di Morozzo insiste sul momento stesso nel quale il gatto ha ormai portato a termine il suo ghermire il topo: quest’ultimo viene infatti mostrato nel culmine della sua disfatta, rendendo visibile anche in questo caso il concludersi del processo con cui il disordine viene riportato all’ordine. Il peccato dunque, in linea con la concezione cristiana medievale, sebbene tenda a proliferare, non potrà che soccombere di fronte all’ordine voluto da Dio.
Fig. 2 - Topo afferrato dal gatto; Affresco (Particolare); Anonimo; XV secolo; Monastero di San Biagio; Morozzo.
Due topi si muovono sul muro di mattoni, figure oscure ai margini della scena sacra. Non sono semplici dettagli, ma segni di un’insidia sempre presente: il peccato che si insinua nel mondo. Nell’affresco della Natività della Pieve di Santa Maria a Beinette (Fig. 3), la loro presenza non è casuale. A differenza di altre raffigurazioni medievali in cui il topo è già sconfitto, qui i due topi rappresentati restano liberi, senza impedimento alcuno al loro inesorabile erodere, simbolo di una corruzione che attesta di come la lotta tra bene e male sia ancora aperta. E a ribadire questo contrasto sembra essere anche il contrappunto alla loro presenza costituita da quella dell’angelo che sovrasta la scena. Nemmeno il suo luminoso dominare il cielo riesce ad impedire che i due neri topi si staglino nitidamente sul muro che protegge il bimbo Gesù appena nato, quasi a insidiare l’opera di salvezza dell’umanità che egli ha deciso di portare a termine non esitando a rinunciare al suo costituirsi divino per farsi uomini tra gli uomini. Ma proprio quest’opera di salvezza attuata da Cristo, pur destinata a fare i conti col male fino a subirne tutta l’inaudita ferocia in quella che sarebbe stata la sua passione e morte. Al momento tuttavia il prender forma della salvezza appare troppo agli inizi per impedire al male, di cui proprio i topi sono simbolo, di perseverare nella sua inesorabile azione. Nemmeno il farsi uomo di Cristo, nè il suo diventare egli stesso parte della storia umana appaiono sufficienti a sradicare il male. Occorrerà attendere il suo ritorno: solo allora l’azione del male verrà sconfitta e, per restare nella metafora visiva delle prime due iconografie che abbiamo considerato in questo articolo, i topi finiranno dritti dritti nelle grinfie del gatto.
Fig. 3 - Topi sullo sfondo della Natività di Cristo; Affresco (Particolare); Anonimo; XV-XVI secolo; Pieve di santa Maria; Beinette.