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Nel Medioevo, nelle comunità rurali montane del Cuneese, vipere e bisce erano presenze temute. I contadini e i pastori le conoscevano bene, distinguendole grazie a un sapere tramandato oralmente. La vipera, con corpo tozzo e disegno dorsale a zig-zag, incuteva un terrore profondo. La biscia, più lunga e affusolata, era considerata meno pericolosa, ma non di rado veniva confusa con la vipera e uccisa per precauzione. In merito alle vipere si diceva che fossero aggressive e che, dopo essere rimaste a lungo in agguato in muretti a secco e cataste di legno, attaccassero uomini e animali senza motivo, spingendosi persino in alcuni casi ad inseguirli. Per questo i pastori temevanoi loro morsi, spesso fatali, e prestavano grande attenzione nei pascoli ad evitare quello che era considerato come un incontro potenzialmente fatali. Il morso della vipera era descritto come un dolore atroce, seguito da un gonfiore rapido e dalla perdita di sensi. Così il pericolo di incontrarne una portava le persone a evitare zone rocciose o erbose, dove si diceva si nascondessero in attesa della prossima vittima. Certo vipere e bisce avevano anche una funzione positiva: col loro cibarsi di piccoli roditori, di fatto proteggevano le scorte alimentari. Fatto che però non bastava a far evitare di percepirle come una minaccia costante. Ed è proprio sul filo di questa minaccia che, soprattutto a riguardo delle vipere, nacquero ben presto miti e leggende destinati ad alimentare la paura collettiva e inducendo a credere che esse col tempo crescessero a dismisura, fino a diventare creature mostruose.
La paura legata a questi rettili, piuttosto diffusi sulle montagne e nelle pianure cuneese prossime ad esse, si intrecciava con elementi superstiziosi. E questo al punto che non mancava chi le riteneva creature capaci di sopravvivere persino laddove venivano tagliate in due. Proprio questa impossibilità di difendersi da esse, confermata dall’inutilità di gesti scaramantici e amuleti e quasi esclusivamente legata al segno della croce, aveva un’origine squisitamente religiosa: l’immaginario cristiano, rapidamente diffusosi anche in queste aree, vedeva infatti nel serpente il simbolo stesso del demonio. Sebbene infatti nella Bibbia non ci sia traccia di questa identificazione, visto che essa si limita a parlare del serpente che sedusse Eva come della “più astuta delle bestie selvatiche create dal Signore”, ben presto il serpente assurse a immagine del male assoluto. Egli dunque, proprio in quanto protagonista dell’inganno che indusse Eva a mangiare il frutto dell’albero della conoscenza e a darne anche ad Adamo, non poté che essere pensato come la causa ultima di quel peccato dal quale derivarono all’umanità sofferenze e sventure prima sconosciute. La sottolineatura medievale del serpente quale incarnazione del demonio, sviluppata anche attraverso omelie dai toni apocalittici, amplifico l’immagine negativa di questo animale già messa a punto dai primi scrittori cristiani, amplificando sia il suo tratto repellente sia la sua eventuale pericolosità.
Fig. 1 - La tentazione di Adamo ed Eva; Affresco (particolare); Masolino d’Amico; 1424-1425; Chiesa di Santa Maria del Carmine; Firenze.
L’influsso sull’immaginario medievale della figura del serpente tentatore è ben visibile nell’affresco dedicato da Masolino D’Amico alla tentazione di Adamo ed Eva e inserito nella decorazione della Chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze (Fig. 1). In questo affresco a risultare particolarmente interessante è un dettaglio della raffigurazione iconografica del serpente che induce Eva al mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. L’essere tentatore infatti, secondo quanto sottolineato da alcune interpretazioni medievali e rinascimentali della Genesi, è qui rappresentato in forma umana, enfatizzando così la sua natura ingannatrice e seduttiva capace di persuadere attraverso il ragionamento. Egli, attorcigliato attorno all’albero, diventa in questo modo il fulcro visivo della composizione, ponendosi come raccordo tra i protagonisti e creando una connessione diretta con loro. Il suo volto umano non andrà dunque letto come un dettaglio casuale, ma come una chiara allusione alla forza sottile e ingannevole della tentazione. La sua posizione, unita all’espressione quasi eterea, rafforza l’idea che il male possa manifestarsi in una forma tutt’altro che mostruosa e repellente, ma al contrario accattivante e attraente. Il serpente così, diviene qualcosa in più del simbolo del diavolo, diventando il riflesso stesso del conflitto interiore dell’uomo, capace di scegliere tra obbedienza e peccato.
Fig. 2 - Eva e il serpente; Affresco (particolare); Anonimo; XII secolo; Cappella di San Salvatore; Macra.
La stessa tematica dell’opera di Masolino d’Amico è anticipata dall’anonimo affresco duecentesco dipinto su una parete della cappella di san Salvatore a Macra (Fig. 2). A catturare lo sguardo di chi lo osserva è la forza arcaica trasmessa da esso quale protagonista effettivo del momento cruciale della tentazione da lui messa in atto nei confronti di Eva. Il volto di quest’ultima, segnato da tratti essenziali e quasi ieratici, esprime una fissità enigmatica, come se la donna fosse sospesa tra la consapevolezza della gravità del gesto che sta compiendo e l’irresistibilità della tentazione attuata dal serpente. Quest’ultimo, dalla forma allungata e quasi eterea, si protende con una tensione drammatica, porgendole il frutto proibito sotto forma di presumibile fico, simbolo della trasgressione che si sta compiendo. La mano di Eva, rigida e definitiva nel gesto, sancisce l’istante in cui il peccato diventa realtà capace di coinvolgere ad un tempo lo spirito e il corpo. Lo sguardo del serpente, segnato da un brillio quasi ipnotico, è l’elemento più dinamico della scena. La sua espressione carica di astuzia trasmette un senso di movimento, come se il rettile non solo si protendesse fisicamente, ma riversasse su Eva il peso stesso del suo inganno. Il suo occhio acceso, nel trasmettere una gelida vitalità, rompe la rigidità dell’affresco, dando profondità alla narrazione e rafforzando l’idea di un peccato per nulla estraneo alla dimensione intellettuale. Ciò non impedisce tuttavia che l’intera composizione risulti attraversata da un senso di tragica fatalità: e se Eva trasmette una solennità rassegnata, il serpente simboleggia con forza l’irreversibilità della colpa.
Fig. 3 - Uomini divorati da serpenti; Affresco (particolare); Anonimo ; XV secolo; Chiesa di San Fiorenzo; Bastia Mondovì.
Enormi serpenti intenti a seminare morte sono invece i protagonisti di una scena inserita nella decorazione quattrocentesca della Chiesa di San Fiorenzo a Bastia Mondovì (Fig. 3). I rettili, incarnazione del Maligno, si attorcigliano alle vittime in una danza macabra, le fauci spalancate e gli occhi carichi di ferocia. Il sangue che sgorga amplifica la drammaticità della scena, mentre le espressioni di sgomento degli assaliti rivelano tutta la loro fragilità umana. La montagna, rifugio e minaccia, diventa teatro della lotta tra sacro e demoniaco. I serpenti appaiono mossi da una volontà oscura volta a divorare senza scampo tutto ciò che, uomini o animali che siano, trovano davanti a loro. Ad opporsi a questa carneficina è San Fiorenzo, il cui gesto benedicente sembra essere l’unico baluardo contro lo scatenarsi del male. Il santo, impassibile e risoluto, incarna il potere della fede che spezza l’orrore violento insito in ogni gesto compiuto dal Maligno. L’intera composizione si configura così come il presagio della vittoria nella lotta senza quartiere tra il male e il bene, tra il caos e l’ordine reso possibile da Dio. L’affresco non è solo racconto, ma monito contro le insidie del maligno. Il Male è ovunque, ma la fede è l’unica forza capace di sconfiggerlo, trasformando la paura in redenzione. E annullando così l’incontrastabile forza negativa rappresentata dai serpenti.
La presenza costante e pericolosa sulle nostre montagne dell’astuto animale che nell’Eden riuscì ad ingannare Eva
13 aprile 2025
Cuneo
Nel Medioevo, nelle comunità rurali montane del Cuneese, vipere e bisce erano presenze temute. I contadini e i pastori le conoscevano bene, distinguendole grazie a un sapere tramandato oralmente. La vipera, con corpo tozzo e disegno dorsale a zig-zag, incuteva un terrore profondo. La biscia, più lunga e affusolata, era considerata meno pericolosa, ma non di rado veniva confusa con la vipera e uccisa per precauzione. In merito alle vipere si diceva che fossero aggressive e che, dopo essere rimaste a lungo in agguato in muretti a secco e cataste di legno, attaccassero uomini e animali senza motivo, spingendosi persino in alcuni casi ad inseguirli. Per questo i pastori temevanoi loro morsi, spesso fatali, e prestavano grande attenzione nei pascoli ad evitare quello che era considerato come un incontro potenzialmente fatali. Il morso della vipera era descritto come un dolore atroce, seguito da un gonfiore rapido e dalla perdita di sensi. Così il pericolo di incontrarne una portava le persone a evitare zone rocciose o erbose, dove si diceva si nascondessero in attesa della prossima vittima. Certo vipere e bisce avevano anche una funzione positiva: col loro cibarsi di piccoli roditori, di fatto proteggevano le scorte alimentari. Fatto che però non bastava a far evitare di percepirle come una minaccia costante. Ed è proprio sul filo di questa minaccia che, soprattutto a riguardo delle vipere, nacquero ben presto miti e leggende destinati ad alimentare la paura collettiva e inducendo a credere che esse col tempo crescessero a dismisura, fino a diventare creature mostruose.
La paura legata a questi rettili, piuttosto diffusi sulle montagne e nelle pianure cuneese prossime ad esse, si intrecciava con elementi superstiziosi. E questo al punto che non mancava chi le riteneva creature capaci di sopravvivere persino laddove venivano tagliate in due. Proprio questa impossibilità di difendersi da esse, confermata dall’inutilità di gesti scaramantici e amuleti e quasi esclusivamente legata al segno della croce, aveva un’origine squisitamente religiosa: l’immaginario cristiano, rapidamente diffusosi anche in queste aree, vedeva infatti nel serpente il simbolo stesso del demonio. Sebbene infatti nella Bibbia non ci sia traccia di questa identificazione, visto che essa si limita a parlare del serpente che sedusse Eva come della “più astuta delle bestie selvatiche create dal Signore”, ben presto il serpente assurse a immagine del male assoluto. Egli dunque, proprio in quanto protagonista dell’inganno che indusse Eva a mangiare il frutto dell’albero della conoscenza e a darne anche ad Adamo, non poté che essere pensato come la causa ultima di quel peccato dal quale derivarono all’umanità sofferenze e sventure prima sconosciute. La sottolineatura medievale del serpente quale incarnazione del demonio, sviluppata anche attraverso omelie dai toni apocalittici, amplifico l’immagine negativa di questo animale già messa a punto dai primi scrittori cristiani, amplificando sia il suo tratto repellente sia la sua eventuale pericolosità.
Fig. 1 - La tentazione di Adamo ed Eva; Affresco (particolare); Masolino d’Amico; 1424-1425; Chiesa di Santa Maria del Carmine; Firenze.
L’influsso sull’immaginario medievale della figura del serpente tentatore è ben visibile nell’affresco dedicato da Masolino D’Amico alla tentazione di Adamo ed Eva e inserito nella decorazione della Chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze (Fig. 1). In questo affresco a risultare particolarmente interessante è un dettaglio della raffigurazione iconografica del serpente che induce Eva al mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. L’essere tentatore infatti, secondo quanto sottolineato da alcune interpretazioni medievali e rinascimentali della Genesi, è qui rappresentato in forma umana, enfatizzando così la sua natura ingannatrice e seduttiva capace di persuadere attraverso il ragionamento. Egli, attorcigliato attorno all’albero, diventa in questo modo il fulcro visivo della composizione, ponendosi come raccordo tra i protagonisti e creando una connessione diretta con loro. Il suo volto umano non andrà dunque letto come un dettaglio casuale, ma come una chiara allusione alla forza sottile e ingannevole della tentazione. La sua posizione, unita all’espressione quasi eterea, rafforza l’idea che il male possa manifestarsi in una forma tutt’altro che mostruosa e repellente, ma al contrario accattivante e attraente. Il serpente così, diviene qualcosa in più del simbolo del diavolo, diventando il riflesso stesso del conflitto interiore dell’uomo, capace di scegliere tra obbedienza e peccato.
Fig. 2 - Eva e il serpente; Affresco (particolare); Anonimo; XII secolo; Cappella di San Salvatore; Macra.
La stessa tematica dell’opera di Masolino d’Amico è anticipata dall’anonimo affresco duecentesco dipinto su una parete della cappella di san Salvatore a Macra (Fig. 2). A catturare lo sguardo di chi lo osserva è la forza arcaica trasmessa da esso quale protagonista effettivo del momento cruciale della tentazione da lui messa in atto nei confronti di Eva. Il volto di quest’ultima, segnato da tratti essenziali e quasi ieratici, esprime una fissità enigmatica, come se la donna fosse sospesa tra la consapevolezza della gravità del gesto che sta compiendo e l’irresistibilità della tentazione attuata dal serpente. Quest’ultimo, dalla forma allungata e quasi eterea, si protende con una tensione drammatica, porgendole il frutto proibito sotto forma di presumibile fico, simbolo della trasgressione che si sta compiendo. La mano di Eva, rigida e definitiva nel gesto, sancisce l’istante in cui il peccato diventa realtà capace di coinvolgere ad un tempo lo spirito e il corpo. Lo sguardo del serpente, segnato da un brillio quasi ipnotico, è l’elemento più dinamico della scena. La sua espressione carica di astuzia trasmette un senso di movimento, come se il rettile non solo si protendesse fisicamente, ma riversasse su Eva il peso stesso del suo inganno. Il suo occhio acceso, nel trasmettere una gelida vitalità, rompe la rigidità dell’affresco, dando profondità alla narrazione e rafforzando l’idea di un peccato per nulla estraneo alla dimensione intellettuale. Ciò non impedisce tuttavia che l’intera composizione risulti attraversata da un senso di tragica fatalità: e se Eva trasmette una solennità rassegnata, il serpente simboleggia con forza l’irreversibilità della colpa.
Fig. 3 - Uomini divorati da serpenti; Affresco (particolare); Anonimo ; XV secolo; Chiesa di San Fiorenzo; Bastia Mondovì.
Enormi serpenti intenti a seminare morte sono invece i protagonisti di una scena inserita nella decorazione quattrocentesca della Chiesa di San Fiorenzo a Bastia Mondovì (Fig. 3). I rettili, incarnazione del Maligno, si attorcigliano alle vittime in una danza macabra, le fauci spalancate e gli occhi carichi di ferocia. Il sangue che sgorga amplifica la drammaticità della scena, mentre le espressioni di sgomento degli assaliti rivelano tutta la loro fragilità umana. La montagna, rifugio e minaccia, diventa teatro della lotta tra sacro e demoniaco. I serpenti appaiono mossi da una volontà oscura volta a divorare senza scampo tutto ciò che, uomini o animali che siano, trovano davanti a loro. Ad opporsi a questa carneficina è San Fiorenzo, il cui gesto benedicente sembra essere l’unico baluardo contro lo scatenarsi del male. Il santo, impassibile e risoluto, incarna il potere della fede che spezza l’orrore violento insito in ogni gesto compiuto dal Maligno. L’intera composizione si configura così come il presagio della vittoria nella lotta senza quartiere tra il male e il bene, tra il caos e l’ordine reso possibile da Dio. L’affresco non è solo racconto, ma monito contro le insidie del maligno. Il Male è ovunque, ma la fede è l’unica forza capace di sconfiggerlo, trasformando la paura in redenzione. E annullando così l’incontrastabile forza negativa rappresentata dai serpenti.