tempo libero
Il pavone, nel medioevo legato forse più alle nostre pianure che alle nostre valli montane, aveva un ruolo sia nei contesti rurali sia nei palazzi nobiliari. Importato dalle terre orientali, si diffuse grazie agli scambi commerciali anche in Occidente, divenendo ben presto un elemento di riconoscibilità e prestigio nelle corti e nei monasteri. Nelle campagne invece era allevato, soprattutto nelle cascine più ricche e nei conventi, per poter usufruire della sua carne, considerata particolarmente pregiata, e per le sue gustose uova. Siccome però il suo allevamento, a differenza di quello dei polli e delle anatre, richiedeva spazi aperti e cure particolari, il suo allevamento non risultava di fatto così diffuso. La sua presenza dunque, anche nelle cascine, era piuttosto limitata e spesso riservata a contesti nei quali il benessere economico era più elevato della norma. Nei palazzi nobiliari invece, il pavone rivestiva una funzione principalmente estetica. Veniva lasciato libero nei giardini e nelle corti interne, con l’intento di dare attraverso la sua presenza maggior prestigio alla casata o alla famiglia. La sua carne poi, in questi contesti, era servita nei banchetti, spesso cotta e poi portata in tavola, per stupire gli ospiti, guarnita con le stesse piume del pavone. Questo spiega perché il valore del pavone più che gastronomico fosse sociale. Questo volatile infatti fungeva anche da ambito dono tra le diverse casate nobiliari, segno della loro ricchezza e delle loro relazioni commerciali. Non era raro, in questo senso, che il pavone venisse trasportato tra feudi come pegno di alleanze od omaggio a personaggi di rilievo. Da non sottovalutare infine è il ruolo rivestito dal pavone anche in ordine alla sicurezza, visto che il suo verso acuto segnalava spesso la presenza di intrusi in una specifica proprietà.
La simbologia legata al pavone è ben più antica di quella cristiana. Se infatti nel mondo greco la sua figura era abbinata all’onniscienza e alla sorveglianza divina, nel contesto romano esso evocava l’immortalità. E sarebbe stato con questa sfumatura che l’immagine del pavone sarebbe passata dalla cultura romana a quella cristiana, divenendo in quest’ultima simbolo di quella vita eterna che per i primi cristiani rappresentava certamente il fulcro stesso del loro credo. Emblematico al riguardo è un passo di Ambrogio di Milano che raccorda proprio l’incorruttibilità della carne del pavone a quella prodotta nel corpo dell’uomo dalla risurrezione: “Se il pavone, tra gli animali, conserva la sua carne intatta nel tempo, quanto più il corpo dell’uomo risorgerà incorruttibile nella gloria di Dio?”. Un raccordo ripreso da Agostino di Tagaste che in questa stessa chiave, nel De Civitate Dei, non solo afferma che «Dio ha concesso alla carne del pavone di non imputridire», ma anche narra di una sorta di esperimento da lui stesso effettuato a Cartagine nel quale un pezzo di carne di pavone, dopo ben trenta giorni dalla prima volta in cui era stato servito a tavola, continuava ad essere non solo commestibile ma anche gradevole al palato. Non stupirà dunque, in questa prospettiva, il fatto che il pavone si sia rapidamente trasformando, nel contesto del cristianesimo primitivo, nell’emblema stesso della risurrezione di Cristo e dell’immortalità. Ed è per questa ragione che la sua immagine non tardò a trovare posto dapprima nelle pitture murali catacombali e poi nei mosaici delle grandi basiliche.
Fig. 1 - Pavone; Pittura murale (particolare); Anonimo; IV secolo; Ipogeo di via Dino Compagni; Roma.
A rappresentare un pavone, peraltro in una forma piuttosto realistica e meno stilizzata di quanto accade in altre pitture catacombali, è innanzitutto un’immagine del IV secolo inserita nella decorazione dell’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma (Fig. 1). L’immagine ritrae un pavone presumibilmente sul punto di alimentarsi da una coppa il cui contenuto a tutta prima non appare immediatamente decifrabile. Il pavone, con la sua coda ampiamente aperta, è reso con un tratto semplice ma preciso, enfatizzando le sue caratteristiche distintive. La cresta e le piume maculate conferiscono all’animale un’aria quasi regale, mentre la postura sembra richiamare un comportamento dal tratto contemplativo. I suoi colori, tendenti a toni ocra e bruni, imprimono alla sua figura la sobrietà e la solennità tipica, all’epoca, delle pitture funerarie. Ad essere essenziale nella lettura di questa immagine è però proprio il raccordo che in essa si stabilisce tra il pavone stesso e la coppa. È quest’ultima infatti che, letta come un elemento volto ad evocare l’eucarestia, enfatizza al massimo grado il simbolismo di immortalità implicito al volatile stesso. Ad essere rimarcata dall’immagine nel suo complesso sarà così la dimensione di immortalità fatta coincidere dal cristianesimo con una risurrezione ottenibile dal fedele grazie al suo mettersi in comunione col corpo di Cristo tramite l’Eucarestia. L’opera dunque, pur nella sua apparente semplicità stilistica, intende trasmettere un profondo messaggio profondo di redenzione e di vita eterna, volto proprio ad la decisività della resurrezione e dell’eucarestia nel complesso della fede cristiana.
Fig. 2 - Pavone; Affresco (Particolare); Anonimo; XI secolo; Cappella di San Maurizio; Roccaforte di Mondovì.
Quanto all’arte tardomedievale cuneese, occorre immediatamente segnalare che la figura del pavone non ha affatto una diffusione massiccia. Sono davvero poche le occorrenze che di questo animale si riscontrano negli affreschi dell’epoca. E questo al punto che la sua presenza sembra qui essere divenuta un’eco lontana, del tutto in tensione con quella che presumibilmente doveva essere una presenza costante sia nel contesto rurale sia in quello nobiliare dell’epoca. Una traccia chiara della presenza del pavone è tuttavia riscontrabile nel registro basso del catino absidale della cappella di san Maurizio a Roccaforte Mondovì (Fig. 2). In questa specifica decorazione medievale, la cui funzione sembra quella di rappresentare il mondo umano in una forma simbolica e capace di rimandare al mondo divino che trova invece posto nel catino sovrastante, a venire collocato è proprio un susseguirsi di animali simbolici capaci nel loro insieme di dare vita ad una sorta di bestiario. Ed è fra gli animali rappresentati in esso che ad essere tratteggiato è proprio un pavone. La sua forma piuttosto stilizzata sembra in qualche modo strapparlo al mondo terreno cui appartiene, per farne invece il riflesso di quello divino che è chiamato ad evocare. A non cambiare tuttavia, rispetto all’immagine analizzata in precedenza, è proprio la sua funzione. Ad apparire del tutto evidente, anche per il raccordo che questa figura stabilisce con gli altri animali di questo singolare bestiario, è il suo evocare l’immortalità come forma assunta dal tempo umano una volta definitivamente proiettato, a seguito della risurrezione della carne, nell’eternità di Dio.
Fig. 3 - San Michele (ali di piume di pavone); Affresco (Particolare); Anonimo; XIV secolo; Cappella della Crocetta; Rocca de’Baldi.
La presenza del pavone nella pittura tardomedievale piemontese trova però anche un riscontro indiretto nel piumaggio dell’immagine dell’Arcangelo Michele dipinto nella cappella della crocetta di Rocca de’ Baldi (Fig. 3). Ad uno sguardo appena attento appare infatti evidente che il disegno complessivo delle piume delle ali spiegate dell’arcangelo che guida le milizie celesti rimanda proprio alle ali del pavone sia nel suo insieme sia nella specificità del motivo “a occhio” che nel suo ripetersi le contraddistingue. Certo dal punto di vista cromatico le ali del pavone combinano toni di bronzo, marrone dorato e verde iridescente, con riflessi metallici che mutano a seconda della luce. Nell’immagine di Rocca de’ Baldi l’evidente rimando delle ali dell’Arcangelo Michele a quelle del pavone subisce una marcata accentuazione volta a rimarcarne la tonalità dorata. Né potrebbe essere diversamente, visto che il nome stesso dell’arcangelo, che in ebraico significa “chi è come Dio?”. Proprio questo nome evidenzia infatti una su prossimità a Dio tale da dover quasi inevitabilmente essere espressa cromaticamente proprio attraverso quel color oro che, su un piano iconografico, di Dio stesso esprime ad un tempo la luminosità e l’inaccessibilità. E sarà proprio questa cromaticità dorata a fare di Michele il simbolo stesso, per un verso, del mondo divino immerso da sempre e per sempre nell’eternità e, per l’altro, del suo riflettersi continuamente sul mondo avvolgendolo nell’ordine cosmico originario: l’unico capace di renderlo un riflesso autentico del mondo divino di cui esso dovrebbe essere in ultima espressione.
Il pavone e il suo straordinario piumaggio simbolo dell’eternità e del mondo inaccessibile di Dio
06 aprile 2025
Cuneo
Il pavone, nel medioevo legato forse più alle nostre pianure che alle nostre valli montane, aveva un ruolo sia nei contesti rurali sia nei palazzi nobiliari. Importato dalle terre orientali, si diffuse grazie agli scambi commerciali anche in Occidente, divenendo ben presto un elemento di riconoscibilità e prestigio nelle corti e nei monasteri. Nelle campagne invece era allevato, soprattutto nelle cascine più ricche e nei conventi, per poter usufruire della sua carne, considerata particolarmente pregiata, e per le sue gustose uova. Siccome però il suo allevamento, a differenza di quello dei polli e delle anatre, richiedeva spazi aperti e cure particolari, il suo allevamento non risultava di fatto così diffuso. La sua presenza dunque, anche nelle cascine, era piuttosto limitata e spesso riservata a contesti nei quali il benessere economico era più elevato della norma. Nei palazzi nobiliari invece, il pavone rivestiva una funzione principalmente estetica. Veniva lasciato libero nei giardini e nelle corti interne, con l’intento di dare attraverso la sua presenza maggior prestigio alla casata o alla famiglia. La sua carne poi, in questi contesti, era servita nei banchetti, spesso cotta e poi portata in tavola, per stupire gli ospiti, guarnita con le stesse piume del pavone. Questo spiega perché il valore del pavone più che gastronomico fosse sociale. Questo volatile infatti fungeva anche da ambito dono tra le diverse casate nobiliari, segno della loro ricchezza e delle loro relazioni commerciali. Non era raro, in questo senso, che il pavone venisse trasportato tra feudi come pegno di alleanze od omaggio a personaggi di rilievo. Da non sottovalutare infine è il ruolo rivestito dal pavone anche in ordine alla sicurezza, visto che il suo verso acuto segnalava spesso la presenza di intrusi in una specifica proprietà.
La simbologia legata al pavone è ben più antica di quella cristiana. Se infatti nel mondo greco la sua figura era abbinata all’onniscienza e alla sorveglianza divina, nel contesto romano esso evocava l’immortalità. E sarebbe stato con questa sfumatura che l’immagine del pavone sarebbe passata dalla cultura romana a quella cristiana, divenendo in quest’ultima simbolo di quella vita eterna che per i primi cristiani rappresentava certamente il fulcro stesso del loro credo. Emblematico al riguardo è un passo di Ambrogio di Milano che raccorda proprio l’incorruttibilità della carne del pavone a quella prodotta nel corpo dell’uomo dalla risurrezione: “Se il pavone, tra gli animali, conserva la sua carne intatta nel tempo, quanto più il corpo dell’uomo risorgerà incorruttibile nella gloria di Dio?”. Un raccordo ripreso da Agostino di Tagaste che in questa stessa chiave, nel De Civitate Dei, non solo afferma che «Dio ha concesso alla carne del pavone di non imputridire», ma anche narra di una sorta di esperimento da lui stesso effettuato a Cartagine nel quale un pezzo di carne di pavone, dopo ben trenta giorni dalla prima volta in cui era stato servito a tavola, continuava ad essere non solo commestibile ma anche gradevole al palato. Non stupirà dunque, in questa prospettiva, il fatto che il pavone si sia rapidamente trasformando, nel contesto del cristianesimo primitivo, nell’emblema stesso della risurrezione di Cristo e dell’immortalità. Ed è per questa ragione che la sua immagine non tardò a trovare posto dapprima nelle pitture murali catacombali e poi nei mosaici delle grandi basiliche.
Fig. 1 - Pavone; Pittura murale (particolare); Anonimo; IV secolo; Ipogeo di via Dino Compagni; Roma.
A rappresentare un pavone, peraltro in una forma piuttosto realistica e meno stilizzata di quanto accade in altre pitture catacombali, è innanzitutto un’immagine del IV secolo inserita nella decorazione dell’Ipogeo di via Dino Compagni a Roma (Fig. 1). L’immagine ritrae un pavone presumibilmente sul punto di alimentarsi da una coppa il cui contenuto a tutta prima non appare immediatamente decifrabile. Il pavone, con la sua coda ampiamente aperta, è reso con un tratto semplice ma preciso, enfatizzando le sue caratteristiche distintive. La cresta e le piume maculate conferiscono all’animale un’aria quasi regale, mentre la postura sembra richiamare un comportamento dal tratto contemplativo. I suoi colori, tendenti a toni ocra e bruni, imprimono alla sua figura la sobrietà e la solennità tipica, all’epoca, delle pitture funerarie. Ad essere essenziale nella lettura di questa immagine è però proprio il raccordo che in essa si stabilisce tra il pavone stesso e la coppa. È quest’ultima infatti che, letta come un elemento volto ad evocare l’eucarestia, enfatizza al massimo grado il simbolismo di immortalità implicito al volatile stesso. Ad essere rimarcata dall’immagine nel suo complesso sarà così la dimensione di immortalità fatta coincidere dal cristianesimo con una risurrezione ottenibile dal fedele grazie al suo mettersi in comunione col corpo di Cristo tramite l’Eucarestia. L’opera dunque, pur nella sua apparente semplicità stilistica, intende trasmettere un profondo messaggio profondo di redenzione e di vita eterna, volto proprio ad la decisività della resurrezione e dell’eucarestia nel complesso della fede cristiana.
Fig. 2 - Pavone; Affresco (Particolare); Anonimo; XI secolo; Cappella di San Maurizio; Roccaforte di Mondovì.
Quanto all’arte tardomedievale cuneese, occorre immediatamente segnalare che la figura del pavone non ha affatto una diffusione massiccia. Sono davvero poche le occorrenze che di questo animale si riscontrano negli affreschi dell’epoca. E questo al punto che la sua presenza sembra qui essere divenuta un’eco lontana, del tutto in tensione con quella che presumibilmente doveva essere una presenza costante sia nel contesto rurale sia in quello nobiliare dell’epoca. Una traccia chiara della presenza del pavone è tuttavia riscontrabile nel registro basso del catino absidale della cappella di san Maurizio a Roccaforte Mondovì (Fig. 2). In questa specifica decorazione medievale, la cui funzione sembra quella di rappresentare il mondo umano in una forma simbolica e capace di rimandare al mondo divino che trova invece posto nel catino sovrastante, a venire collocato è proprio un susseguirsi di animali simbolici capaci nel loro insieme di dare vita ad una sorta di bestiario. Ed è fra gli animali rappresentati in esso che ad essere tratteggiato è proprio un pavone. La sua forma piuttosto stilizzata sembra in qualche modo strapparlo al mondo terreno cui appartiene, per farne invece il riflesso di quello divino che è chiamato ad evocare. A non cambiare tuttavia, rispetto all’immagine analizzata in precedenza, è proprio la sua funzione. Ad apparire del tutto evidente, anche per il raccordo che questa figura stabilisce con gli altri animali di questo singolare bestiario, è il suo evocare l’immortalità come forma assunta dal tempo umano una volta definitivamente proiettato, a seguito della risurrezione della carne, nell’eternità di Dio.
Fig. 3 - San Michele (ali di piume di pavone); Affresco (Particolare); Anonimo; XIV secolo; Cappella della Crocetta; Rocca de’Baldi.
La presenza del pavone nella pittura tardomedievale piemontese trova però anche un riscontro indiretto nel piumaggio dell’immagine dell’Arcangelo Michele dipinto nella cappella della crocetta di Rocca de’ Baldi (Fig. 3). Ad uno sguardo appena attento appare infatti evidente che il disegno complessivo delle piume delle ali spiegate dell’arcangelo che guida le milizie celesti rimanda proprio alle ali del pavone sia nel suo insieme sia nella specificità del motivo “a occhio” che nel suo ripetersi le contraddistingue. Certo dal punto di vista cromatico le ali del pavone combinano toni di bronzo, marrone dorato e verde iridescente, con riflessi metallici che mutano a seconda della luce. Nell’immagine di Rocca de’ Baldi l’evidente rimando delle ali dell’Arcangelo Michele a quelle del pavone subisce una marcata accentuazione volta a rimarcarne la tonalità dorata. Né potrebbe essere diversamente, visto che il nome stesso dell’arcangelo, che in ebraico significa “chi è come Dio?”. Proprio questo nome evidenzia infatti una su prossimità a Dio tale da dover quasi inevitabilmente essere espressa cromaticamente proprio attraverso quel color oro che, su un piano iconografico, di Dio stesso esprime ad un tempo la luminosità e l’inaccessibilità. E sarà proprio questa cromaticità dorata a fare di Michele il simbolo stesso, per un verso, del mondo divino immerso da sempre e per sempre nell’eternità e, per l’altro, del suo riflettersi continuamente sul mondo avvolgendolo nell’ordine cosmico originario: l’unico capace di renderlo un riflesso autentico del mondo divino di cui esso dovrebbe essere in ultima espressione.