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Il cervo tra il suo riscontro reale e l’articolata simbologia cristiana

30 marzo 2025

Cuneo

2 - Cervo; Affresco (Particolare); Anonimo; XIV secolo; Sala Baronale del Castello; Manta.   Nel Medioevo la presenza del cervo nelle montagne cuneesi era piuttosto diffusa, tanto da rendere questo animale piuttosto prezioso per le comunità rurali montane. E questo perché, se la sua carne costituiva una risorsa alimentare prelibata, la sua pelle e le sue corna venivano impiegate per realizzare abiti, utensili e manufatti. In realtà però, la caccia al cervo era spesso limitata ai nobili o a gruppi di cacciatori da essi autorizzati attraverso rigide consuetudini locali. Per questo, intorno a questo grande ungulato, anche tenuto conto della resa che poteva avere sia sul piano dell’alimentazione diretta delle famiglie che della vendita, venne sviluppandosi ben presto il fenomeno del bracconaggio, e dunque della sua caccia di frodo effettuata da persone non autorizzate, ma disposte a correre il rischio che queste loro azioni comportavano. La convivenza tra uomo e cervo del resto non era sempre pacifica: i branchi, in cerca di cibo, potevano danneggiare coltivazioni e pascoli, creando tensioni con agricoltori, che tentavano così di difendersi dalle incursioni di questi animali. Tuttavia, la presenza del cervo contribuiva anche alla ricchezza ambientale e alla continuità delle pratiche venatorie. Il rapporto tra montanari e cervi era dunque ambivalente, segnato da necessità economiche, rispetto per la natura e rivalità territoriali. Durante i periodi invernali, quando il cibo scarseggiava, i cervi potevano avvicinarsi ai villaggi, spingendo gli abitanti a intensificare la caccia. Alcune comunità svilupparono poi tecniche specifiche per la cattura, come le battute organizzate o l’uso di recinti naturali. Nel Medioevo il cervo, la cui figura già in precedenza era stata letta in chiave metaforica, assunse in chiave cristiana un forte valore simbolico. Esso del resto poteva contare, già sul piano biblico, di un notevole riscontro. Nel Salmo 42, che recitava: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio”, il cervo veniva identificato con l’anima in cerca della grazia divina. Un’identificazione che non tardò a trapassare nei bestiari medievali, in cui il cervo finì col rappresentare il fedele capace di sfuggire alle insidie del peccato per dissetarsi alla fonte della fede. Un’altra credenza piuttosto diffusa lo descriveva invece come nemico naturale del serpente, simbolo del male, poiché lo stanava per poi ucciderlo. Questo rafforzava l’idea del cervo come immagine di Cristo, vincitore del peccato e della morte. I testi agiografici e omiletici poi ne esaltavano la purezza e la capacità di rinnovamento, perché si credeva che, bevendo da fonti d’acqua pura, potesse addirittura ringiovanire. L’acqua, segno del battesimo, legava così il cervo al tema della rinascita spirituale, associandolo alla salvezza e alla ricerca della verità divina. La sua presenza evocava il cammino dell’uomo verso Dio, tra tentazioni e redenzione, facendolo descrivere in alcuni testi monastici come una creatura mansueta e vigilante, capace di fungere da esempio di disciplina spirituale. Analogamente anche alcuni testi eremitici e mistici considerano il cervo simbolo della solitudine ricercata per potersi avvicinare a Dio. 1 - Visione di Sant’ Eustachio; Tempera su tavola (particolare); Pisanello; 1438-1442; National Gallery; Londra. Fig. 1 - Visione di Sant’ Eustachio; Tempera su tavola (particolare); Pisanello; 1438-1442; National Gallery; Londra. Nella quattrocentesca tempera su tavola “Visione di Sant’Eustachio” del Pisanello, attualmente conservata alla National Gallery di Londra (Fig. 1), a costituirsi come elemento centrale è proprio il cervo simbolicamente inteso come espressione visiva e teologica di Cristo. La scena rappresenta il momento in cui Eustachio ha una visione del Crocifisso tra le corna di un cervo durante una caccia. In questo contesto, il cervo non è solo un animale, ma un potente simbolo del Cristo Redentore, come suggerito dalle corna che richiamano il sacrificio e la passione. Il pittore, con grande attenzione ai dettagli, enfatizza la connessione tra natura e spiritualità. Le corna, che nel linguaggio teologico sono associate alla sofferenza, racchiudono la figura di Cristo, creando un dialogo tra il divino e il terreno. La postura del cervo, quasi sospesa, esprime il momento di illuminazione e salvezza, in cui il profano e il sacro si intrecciano. E Pisanello non esita neppure ad utilizzare il paesaggio circostante per rafforzare l’idea che l’intervento divino avvenga nel cuore della vita quotidiana. Il dipinto non è solo una visione mistica, ma una manifestazione visibile del sacrificio cristiano. La scelta di un momento così carico di simbolismo mostra l’abilità dell’artista nel tradurre concetti teologici complessi in un’immagine potente e immediata. Il cervo, quindi, diventa il tramite che unisce la figura terrena di Eustachio al Cristo redentore, in un dinamismo di rivelazione spirituale. 2 - Cervo; Affresco (Particolare); Anonimo; XIV secolo; Sala Baronale del Castello; Manta. Fig. 2 - Cervo; Affresco (Particolare); Anonimo; XIV secolo; Sala Baronale del Castello; Manta. Anche nel ciclo di affreschi della Sala Baronale del Castello di Manta (Fig. 2), è registrabile la presenza di un cervo, inserito in un contesto simbolico che lega la sua figura a quella del leone. Ma qui la valenza della presenza del cervo non è religiosa, bensì “politica”. L’incontro di questi due animali, il cervo e il leone, non è casuale: entrambi rappresentano aspetti cruciali della nobiltà e della potenza, ma con caratteristiche distinte. Il cervo, con la ricrescita delle corna, simboleggia la primavera, il rinnovamento e la ciclicità della vita. La sua immagine suggerisce l’idea di un ciclo continuo di rinascita, un tema che si lega alla perpetuità del potere e al legame tra la famiglia del committente e la natura. Il leone, dall’altra parte, è simbolo di forza e regalità, emblema per eccellenza della nobiltà. Insieme al cervo, crea così un equilibrio tra il dominio terrestre e il simbolismo naturale, mostrando come la nobiltà di Valerano si rifletta non solo nella forza del casato dei Marchesi di Saluzzo, ma anche nel suo legame con il mondo naturale e ciclico. Il cervo, con la sua grazia e resistenza, contrasta con la potenza diretta del leone, ma allo stesso tempo ne integra il significato, suggerendo che il potere del marchese non è solo fisico, ma anche in grado di rinnovarsi e adattarsi alle circostanze, proprio come la natura che rinasce ogni anno. Questo raccordo tra cervo e leone va dunque ben oltre il decorativo, trasformandosi in un messaggio destinato a trasmettere visivamente l’idea di forza, rinnovamento e nobiltà, legando il casato dei Saluzzo alla grandezza della natura e alla capacità di rimanere potente attraverso i secoli. 3 - Cervo (scena di caccia); Affresco (Particolare); Anonimo; XIV secolo; Collegiata di Sainte-Marie; Clans. Fig. 3 - Cervo (scena di caccia); Affresco (Particolare); Anonimo; XIV secolo; Collegiata di Sainte-Marie; Clans. La scena di caccia curiosamente dipinta nell’abside della collegiata di Clans (Fig. 3), risalente al XIV secolo e rappresentata appena al di là del confine tra il Cuneese e la Francia, in realtà costituisce un “bestiario” carico di simbolismi religiosi. Il cervo, protagonista principale, non è solo un animale, ma un simbolo teologico profondo. Con le sue tre corna, il cervo diventa un “cervo tricefalo”, rappresentando nella sua unità le tre persone della Trinità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Questo animale, infatti, era spesso associato a Cristo nella tradizione cristiana, poiché, come il cervo che perde e rigenera le sue corna ogni anno, così Cristo rinasce con la resurrezione. In questo senso l’immagine di Clans pare una sorta di antecedente a quella del Pisanello, nella quale proprio tra le corna del Cervo troverà posto lo stesso Figlio di Dio crocefisso. Nella pittura di Clans, tuttavia, il cervo è attaccato da due cani da caccia e da un cavaliere, sebbene il carattere dominante e centrale della sua figura ne faccia l’emblema del bene pur preso di mira dal male. E questo al punto che la scena potrebbe anche voler simboleggiare, proprio a partire dall’allegoria legata al cervo, la vittoria stessa della resurrezione sulla morte e sul peccato. La presenza del cervo come simbolo cristiano risalta così non solo nella sua forma, ma anche nel contesto simbolico che lo vede inserito come protagonista di primo piano di questo singolare bestiario murale, come messaggio di speranza e di rigenerazione.  
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