editoriale
C’era un tempo in cui, del lupo, si sentiva parlare solo nelle storie che i nostri genitori e i nostri nonni ci raccontavano, senza che tuttavia si avesse poi modo di vederlo nella realtà. Oggi le cose sono decisamente cambiate e non è così raro incrociarne qualche esemplare, sebbene di solito pronto a sparire rapidamente dalla nostra vista, in aree sia montane che pianeggianti. Ma nemmeno questa possibilità di vederlo gironzolare talora addirittura intorno alle nostre case è riuscita a strappare il lupo, un canide carnivoro nel quale qualcuno non ha mancato di vedere l’antenato selvatico del cane domestico, all’aura negativa che per lungo tempo lo avvolse, soprattutto nei contesti rurali con i quali questo animale ha sempre avuto un rapporto complesso. La sua capacità predatoria, che ne faceva il pericolo numero uno per armenti e greggi, veniva infatti percepita come una minaccia per il bestiame e, più generalmente, per le comunità agricole per le quali l’allevamento rappresentava una decisiva fonte di sostentamento. Fu dunque per liberarsi da quello che era ritenuto un feroce predatore che il lupo divenne, nel periodo tra il medioevo e il secolo scorso, oggetto di un processo di abbattimento massiccio e sistematico che ne determinò la sparizione da buona parte dei territori europei. Solo recentemente il lupo, grazie a reinserimenti organici, è tornato a far parte di questi ecosistemi, non senza tornare a rappresentare un problema soprattutto per pastori e margari.
«Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi (Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello)». È questo l’inizio della favola del poeta greco Esopo trasposta da Fedro in latino. E sono sufficienti questi pochi versi per mostrare quanto il lupo, già nell’immaginario del mondo classico, fosse sinonimo di voracità e prepotenza: e come potrebbe essere diversamente per un animale che stando nella parte alta del ruscello, non esita ad accusare di sporcargli l’acqua l’agnello intento a bere nella parte bassa del medesimo ruscello? Questa stessa negatività viene rimarcata anche in ambito cristiano fin dalla sua fase più originaria: non è certo un caso che nel vangelo di Matteo Gesù, nell’inviare i discepoli a predicare, dica loro: «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi» (Mt 10,16); e che analogamente rimandi all’immagine del lupo nel definire quei farisei che non mancavano occasione per criticarlo e tentare di farlo cadere in trappola: «Guardatevi dai falsi profeti, i quali vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci» (Mt 7,15). Non sarà dunque strano che nel medioevo la figura del lupo si sia caricata di un’accezione sostanzialmente negativa. E a testimoniarlo sono i bestiari, veri e propri “cataloghi” di animali reali e fantastici assai diffusi in quest’epoca, per i quali il lupo è simbolo di avidità e inganno: Tanto da poterlo far coincidere addirittura col peccato e col demonio.
Fig. 1 - Il lupo e l’agnello; Miniatura in Der naturen bloeme (fol. 62r.); Seconda metà del XIII secolo.; Jacob van Maerlant; Koninklijke Bibliotheek; L’Aia.
La miniatura duecentesca di Jacob van Maerlant conservata a L’Aia (Fig. 1), nel suo raffigurare un feroce lupo nell’atto di ghermire un agnello, incarna perfettamente l’immaginario medievale. Quest’ultimo, infatti, attribuiva al lupo un valore fortemente negativo sia per la sua capacità predatoria sia per il suo essere simbolicamente evocativo del demonio. L’agnello, al contrario, con il suo manto bianco e l’atteggiamento inerme, simboleggia la purezza e l’innocenza, evocando il Cristo, l’“Agnello di Dio” sacrificato per la redenzione dell’umanità. Il contrasto visivo tra i due animali accentua il tema medievale della lotta tra il bene e il male, un topos ricorrente nelle rappresentazioni dell’epoca. L’intensità drammatica della scena è amplificata dall’espressività del lupo, raffigurato con fauci spalancate e occhi minacciosi, mentre l’agnello appare inconsapevole del pericolo imminente, accentuando il senso di vulnerabilità. L’ambientazione stilizzata, con alberi dalle forme curve e un paesaggio essenziale, non ha una funzione realistica, ma enfatizza piuttosto la dimensione simbolica della rappresentazione. Lo sfondo dorato, tipico delle miniature medievali, conferisce un’aura sacrale alla scena, suggerendo che il conflitto tra lupo e agnello non rappresenti solo un evento naturale. Esso, al contrario, si configurerà come una metafora nella quale ad essere segnalato è il pericolo rappresentato dal male laddove esso aggredisce l’anima.
La negatività assunta dal lupo nell’immaginario medievale, sia in chiave concreta che in chiave allegorica, ha come suo risvolto immediato l’inserimento di questa figura nell’iconografia denominata comunemente come “Cavalcata dei vizi”. In essa i diversi vizi vengono assimilati ad animali che ne esprimono al meglio il tratto specifico negativo di ciascuno di essi. Se l’abbinamento animale-vizio in alcuni casi assume un carattere costante, questa associazione per la figura del lupo appare variabile: talora simboleggia l’ira, talvolta l’avarizia, talaltra l’invidia e ancora la gola. Questa variabilità è probabilmente legata al costituirsi del lupo, anche sulla base evangelica di cui abbiamo già detto, come un’animale capace di simboleggiare il male stesso nella sua essenza: e dunque quel demonio che di tutti i vizi il cristianesimo pensa ad un tempo il padre e la fonte. Ed è proprio questa variabilità a far sì che, nello specifico affresco dedicato nella cappella della Missione di Villafranca Piemonte alla cavalcata dei vizi, il lupo venga qui assunto a simbolo della gola (Fig. 2). Cavalcato da una donna impegnata con la mano sinistra a portarsi alla bocca per spolparla una coscia di pollo e con la destra una capiente anfora piena di vino, il lupo trasmette un’idea di profonda insaziabilità, pronta a divorare senza sosta tutto ciò che gli capita di fronte. Evidenziando così in modo esplicito la natura predatoria, concreta e simbolica, associata alla sua figura anche dall’iconografia.
Fig. 2 - Lupo (nella cavalcata dei vizi); Affresco (Particolare); Prima metà del XV secolo; Dux Aimo; Santa Maria della Missione; Villafranca Piemonte.
Nell’arte tardomedievale cuneese la figura del lupo assume anche una connotazione positiva, soltanto però in funzione apotropaica, e dunque di simbolo volto a esprimere ad un tempo protezione e difesa non solo di case private, ma anche di edifici sacri. Estremamente significativo in questo senso è il cosiddetto campanile “des quatres loups” (Fig. 3), unico resto dell’antica chiesa cimiteriale di Santo Stefano a Pietraporzio che si erge come imponente testimonianza della cultura alpina medievale. Questa torre in pietra, risalente al XIV-XV secolo, colpisce per la presenza di quattro sculture apotropaiche raffiguranti teste di lupo, che si stagliano agli angoli della struttura. Il lupo dunque, creatura emblematica del paesaggio alpino, è qui investito di un significato simbolico e protettivo: la sua immagine, scolpita nella pietra, assume il ruolo di guardiano spirituale, quasi di sentinella posta a difesa del sacro e della comunità che è chiamata a sorvegliare. Le sculture del campanile in questione sembrano così incarnare proprio questa duplice essenza: l’aspetto minaccioso delle teste di lupo si trasforma in un monito per il male, impedendogli di aggredire e colpire tutti coloro che, nella chiesa di cui il campanile è espressione, trovano riparo e protezione. Ed il lupo stesso, quasi in tensione con la visione negativa implicita alla sua simbologia, sembra trovare un inatteso tratto finalmente positivo.
Fig. 3 - Campanile dei quattro lupi; Sculture apotropaiche (Particolare); Anonimo; XIV-XV secolo; Chiesa cimiteriale di Santo Stefano; Pietraporzio.
La figura del lupo da simbolo di arroganza e prepotenza a evocazione della malvagità del demonio e di tutti
02 marzo 2025
Cuneo
C’era un tempo in cui, del lupo, si sentiva parlare solo nelle storie che i nostri genitori e i nostri nonni ci raccontavano, senza che tuttavia si avesse poi modo di vederlo nella realtà. Oggi le cose sono decisamente cambiate e non è così raro incrociarne qualche esemplare, sebbene di solito pronto a sparire rapidamente dalla nostra vista, in aree sia montane che pianeggianti. Ma nemmeno questa possibilità di vederlo gironzolare talora addirittura intorno alle nostre case è riuscita a strappare il lupo, un canide carnivoro nel quale qualcuno non ha mancato di vedere l’antenato selvatico del cane domestico, all’aura negativa che per lungo tempo lo avvolse, soprattutto nei contesti rurali con i quali questo animale ha sempre avuto un rapporto complesso. La sua capacità predatoria, che ne faceva il pericolo numero uno per armenti e greggi, veniva infatti percepita come una minaccia per il bestiame e, più generalmente, per le comunità agricole per le quali l’allevamento rappresentava una decisiva fonte di sostentamento. Fu dunque per liberarsi da quello che era ritenuto un feroce predatore che il lupo divenne, nel periodo tra il medioevo e il secolo scorso, oggetto di un processo di abbattimento massiccio e sistematico che ne determinò la sparizione da buona parte dei territori europei. Solo recentemente il lupo, grazie a reinserimenti organici, è tornato a far parte di questi ecosistemi, non senza tornare a rappresentare un problema soprattutto per pastori e margari.
«Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi (Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello)». È questo l’inizio della favola del poeta greco Esopo trasposta da Fedro in latino. E sono sufficienti questi pochi versi per mostrare quanto il lupo, già nell’immaginario del mondo classico, fosse sinonimo di voracità e prepotenza: e come potrebbe essere diversamente per un animale che stando nella parte alta del ruscello, non esita ad accusare di sporcargli l’acqua l’agnello intento a bere nella parte bassa del medesimo ruscello? Questa stessa negatività viene rimarcata anche in ambito cristiano fin dalla sua fase più originaria: non è certo un caso che nel vangelo di Matteo Gesù, nell’inviare i discepoli a predicare, dica loro: «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi» (Mt 10,16); e che analogamente rimandi all’immagine del lupo nel definire quei farisei che non mancavano occasione per criticarlo e tentare di farlo cadere in trappola: «Guardatevi dai falsi profeti, i quali vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci» (Mt 7,15). Non sarà dunque strano che nel medioevo la figura del lupo si sia caricata di un’accezione sostanzialmente negativa. E a testimoniarlo sono i bestiari, veri e propri “cataloghi” di animali reali e fantastici assai diffusi in quest’epoca, per i quali il lupo è simbolo di avidità e inganno: Tanto da poterlo far coincidere addirittura col peccato e col demonio.
Fig. 1 - Il lupo e l’agnello; Miniatura in Der naturen bloeme (fol. 62r.); Seconda metà del XIII secolo.; Jacob van Maerlant; Koninklijke Bibliotheek; L’Aia.
La miniatura duecentesca di Jacob van Maerlant conservata a L’Aia (Fig. 1), nel suo raffigurare un feroce lupo nell’atto di ghermire un agnello, incarna perfettamente l’immaginario medievale. Quest’ultimo, infatti, attribuiva al lupo un valore fortemente negativo sia per la sua capacità predatoria sia per il suo essere simbolicamente evocativo del demonio. L’agnello, al contrario, con il suo manto bianco e l’atteggiamento inerme, simboleggia la purezza e l’innocenza, evocando il Cristo, l’“Agnello di Dio” sacrificato per la redenzione dell’umanità. Il contrasto visivo tra i due animali accentua il tema medievale della lotta tra il bene e il male, un topos ricorrente nelle rappresentazioni dell’epoca. L’intensità drammatica della scena è amplificata dall’espressività del lupo, raffigurato con fauci spalancate e occhi minacciosi, mentre l’agnello appare inconsapevole del pericolo imminente, accentuando il senso di vulnerabilità. L’ambientazione stilizzata, con alberi dalle forme curve e un paesaggio essenziale, non ha una funzione realistica, ma enfatizza piuttosto la dimensione simbolica della rappresentazione. Lo sfondo dorato, tipico delle miniature medievali, conferisce un’aura sacrale alla scena, suggerendo che il conflitto tra lupo e agnello non rappresenti solo un evento naturale. Esso, al contrario, si configurerà come una metafora nella quale ad essere segnalato è il pericolo rappresentato dal male laddove esso aggredisce l’anima.
La negatività assunta dal lupo nell’immaginario medievale, sia in chiave concreta che in chiave allegorica, ha come suo risvolto immediato l’inserimento di questa figura nell’iconografia denominata comunemente come “Cavalcata dei vizi”. In essa i diversi vizi vengono assimilati ad animali che ne esprimono al meglio il tratto specifico negativo di ciascuno di essi. Se l’abbinamento animale-vizio in alcuni casi assume un carattere costante, questa associazione per la figura del lupo appare variabile: talora simboleggia l’ira, talvolta l’avarizia, talaltra l’invidia e ancora la gola. Questa variabilità è probabilmente legata al costituirsi del lupo, anche sulla base evangelica di cui abbiamo già detto, come un’animale capace di simboleggiare il male stesso nella sua essenza: e dunque quel demonio che di tutti i vizi il cristianesimo pensa ad un tempo il padre e la fonte. Ed è proprio questa variabilità a far sì che, nello specifico affresco dedicato nella cappella della Missione di Villafranca Piemonte alla cavalcata dei vizi, il lupo venga qui assunto a simbolo della gola (Fig. 2). Cavalcato da una donna impegnata con la mano sinistra a portarsi alla bocca per spolparla una coscia di pollo e con la destra una capiente anfora piena di vino, il lupo trasmette un’idea di profonda insaziabilità, pronta a divorare senza sosta tutto ciò che gli capita di fronte. Evidenziando così in modo esplicito la natura predatoria, concreta e simbolica, associata alla sua figura anche dall’iconografia.
Fig. 2 - Lupo (nella cavalcata dei vizi); Affresco (Particolare); Prima metà del XV secolo; Dux Aimo; Santa Maria della Missione; Villafranca Piemonte.
Nell’arte tardomedievale cuneese la figura del lupo assume anche una connotazione positiva, soltanto però in funzione apotropaica, e dunque di simbolo volto a esprimere ad un tempo protezione e difesa non solo di case private, ma anche di edifici sacri. Estremamente significativo in questo senso è il cosiddetto campanile “des quatres loups” (Fig. 3), unico resto dell’antica chiesa cimiteriale di Santo Stefano a Pietraporzio che si erge come imponente testimonianza della cultura alpina medievale. Questa torre in pietra, risalente al XIV-XV secolo, colpisce per la presenza di quattro sculture apotropaiche raffiguranti teste di lupo, che si stagliano agli angoli della struttura. Il lupo dunque, creatura emblematica del paesaggio alpino, è qui investito di un significato simbolico e protettivo: la sua immagine, scolpita nella pietra, assume il ruolo di guardiano spirituale, quasi di sentinella posta a difesa del sacro e della comunità che è chiamata a sorvegliare. Le sculture del campanile in questione sembrano così incarnare proprio questa duplice essenza: l’aspetto minaccioso delle teste di lupo si trasforma in un monito per il male, impedendogli di aggredire e colpire tutti coloro che, nella chiesa di cui il campanile è espressione, trovano riparo e protezione. Ed il lupo stesso, quasi in tensione con la visione negativa implicita alla sua simbologia, sembra trovare un inatteso tratto finalmente positivo.
Fig. 3 - Campanile dei quattro lupi; Sculture apotropaiche (Particolare); Anonimo; XIV-XV secolo; Chiesa cimiteriale di Santo Stefano; Pietraporzio.