chiesa
Il corvo, presenza costante dei nostri paesaggi rurali, è un volatile particolarmente resistente e intelligente. Capace di interagire con il contesto circostante grazie alla sua straordinaria adattabilità, per il mondo contadino il corvo rappresenta una per nulla irrilevante minaccia per le semine, specie quando si tratta di cereali e mais. È piuttosto consueto infatti che i corvi, sempre pronti a individuare rapidamente fonti di cibo, razzino sia i terreni appena seminati sia i campi maturi e ormai pronti alla mietitura. Nonostante la figura del corvo in ambito rurale non goda di grandi favori, in realtà esso svolge anche delle funzioni positive: il suo essere un predatore naturale di insetti e piccoli roditori contribuisce a mantenere sotto controllo specie animali che potrebbero a loro volta danneggiare seriamente le coltivazioni. Mentre in passato il corvo era motivo di seria preoccupazione e si utilizzavano diversi accorgimenti per cercare di tenerlo lontano soprattutto dai campi di cereali appena seminati o piuttosto avanti nella maturazione, oggi si tende invece a cercare di sfruttare la sua presenza per equilibrare naturalmente l’ecosistema locale. L’adattabilità di questo volatile al contesto umano lo rende infatti una specie importante in molte dinamiche ecosistemiche rurali e nonostante le sue incursioni nei campi possano provocare qualche danno, il corvo rappresenta un significativo indicatore di biodiversità e di salute ambientale.
Considerato come l’uccello sacro ad Apollo, il suo volo nel mondo classico, veniva seguito e interpretato dagli auguri per cogliere soprattutto l’approssimarsi di eventuali eventi infausti. Lo stesso senso di negatività del corvo affiora anche nei testi biblici: essi infatti non solo lo classificano tra gli animali immondi della cui carne è proibito cibarsi, ma anche lo bollano come un animale inaffidabile, in quanto dopo essere stato inviato da Noè a verificare l’eventuale fine del diluvio, contrariamente a quello che avrebbe fatto la colomba, non tornò più indietro. In questo senso questo volatile avrebbe finito col trasformarsi, sulla base soprattutto del suo colore nero e del suo essere pensato come un animale che si ciba di «bestie morte», in uno dei simboli privilegiati stessi del peccato e dei peccatori: «Preghiamo dunque il Signore Gesù – scrive Cromazio, arcivescovo di Aquileia a cavallo tra il IV e il V secolo, a riguardo di questo animale – che nessuno sia trovato corvo nella chiesa del Signore e, mandato fuori, perisca. È infatti un corvo ogni impuro, ogni pagano, ogni eretico che non merita di stare nella chiesa di Cristo. Se qualcuno di noi è ancora corvo nell’animo, preghi il Signore di diventare da corvo colomba, da impuro puro, da pagano fedele, da lascivo casto, da eretico ortodosso». Tutta questa negatività non impedisce tuttavia che nella simbologia cristiana il corvo assuma anche una pur limitata valenza positiva, ben visibile nel fatto che sia stato proprio un corvo a sfamare il profeta Elia nel deserto.
La negatività del corvo è strettamente legata al ruolo giocato da questo volatile nella fase finale della navigazione intrapresa da Noè per affrontare con l’arca il diluvio e salvare sé, la sua famiglia e tutte le coppie di animali chiamati a ripopolare la terra dopo che le acque avessero nuovamente lasciato spazio all’asciutto. E fu proprio per verificare quale fosse lo stato delle cose che Mosè fece uscire per primi dall’arca due uccelli: «Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatta nell’arca e fece uscire un corvo per vedere se le acque si fossero ritirate. Esso uscì andando e tornando finche’ si prosciugarono le acque sulla terra» (Gen 8, 6-7). Mentre cioè la colomba, dopo che le acque ebbero fatto spazio all’asciutto, tornò da Noè eseguendo il compito per cui era stata fatta uscire dall’arca, non così fu per il corvo, che semplicemente non fece ritorno da Noè. E fu proprio questo atteggiamento che provocò sia la lettura negativa della figura del corvo da parte dei padri della chiesa sia l’affiorare di un’analoga prospettiva anche sul piano iconografico: al riguardo è emblematico il mosaico relativo alla fine del diluvio inserito nella decorazione del Duomo di Monreale (Fig. 1). In esso infatti, se da una parte si vede Noè protendersi verso la colomba che col suo ramo d’ulivo annuncia che le acque del diluvio stanno definitivamente calando, dall’altra a venire rappresentato è proprio il corvo che, anziché tornare da Noè, appare invece intento a cibarsi di un cadavere che galleggia nelle acque.
Fig. 1 - La fine del diluvio, affresco XII-XIII secolo ca, anonimo, Duomo Monreale.
L’azione compiuta dal corvo nella scena in questione, che lo vede impegnato a nutrirsi della carne di un morto anziché adempiere al compito per il quale Noè lo aveva inviato fuori dall’arca, rimarca con forza la negatività del suo essere un animale ribelle e impuro. E tuttavia, come abbiamo già accennato, l’immagine di questo volatile fornita dalla Bibbia non è affatto univoca: se cioè nell’episodio del diluvio e in altri passi il corvo viene bollato come negativo nella sua stessa essenza, non mancano tuttavia episodi nei quali esso cambia improvvisamente di segno, assumendo invece un tratto squisitamente positivo. Il più significativo di questi episodi è quello inerente il profeta Elia: «A lui fu rivolta questa parola del Signore: “Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo”. Egli eseguì l’ordine del Signore; andò a stabilirsi sul torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente». In questo caso dunque, contrariamente a quel che accadde nel diluvio, il corvo viene descritto come un volatile obbediente e preciso. Egli infatti esegue in modo estremamente puntuale l’ordine del Signore, portando a Elia tutte le mattine del pane e tutte le sere della carne, in modo che lui avesse di che sfamarsi. Proprio questo racconto biblico, che sembra sottrarre del tutto il corvo alla sua simbologia negativa per proiettarlo in modo del tutto inatteso in una dimensione assolutamente positiva, finì col legare questo animale al mondo degli eremiti, e dunque di quei monaci che vivevano nel deserto una vita fatta esclusivamente di preghiera e di durissima penitenza. E, siccome essi praticavano abitualmente il digiuno, non tardarono a fiorire racconti nei quali la loro sopravvivenza era legata proprio al poco cibo loro puntualmente portato dai corvi stessi.
Fig. 2 - Il corvo porta il cibo a Antonio e Paolo eremita, affresco (Particolare), anonimo, XV secolo, Chiesa di San Fiorenzo Bastia Mondovì.
Anche sul piano del figurativo dunque, come ben dimostrano due immagini assai prossime riscontrabili in terra cuneese nella Chiesa di san Fiorenzo di Bastia Mondovì (Fig. 2) e nella Confraternita dei Disciplinati di Niella Tanaro (Fig. 3), in questa prospettiva legata al monachesimo eremitico anche il corvo ebbe la sua inattesa redenzione. Nell’una e nell’altra immagine ad essere rappresentato è infatti l’incontro tra due monaci di prim’ordine impegnati a vivere nella solitudine del deserto: sant’Antonio abate e san Paolo eremita. Ed è proprio durante questo incontro che un corvo, più nitido nella seconda immagine e confuso invece nella prima con la pianta che gli sta alle spalle, anziché portare ad Antonio il pezzo di pane che ogni giorno gli faceva arrivare, porta in quell’occasione due porzioni di pane, affinché ce ne sia non solo per Antonio, ma anche per Paolo. Dimostrando come il corvo non solo obbedisca a Dio, ma anche lo faccia in modo intelligente.
Fig. 3 - Il corvo porta il cibo a Antonio e Paolo eremita, affresco (Particolare), anonimo, XVI secolo, Ex-Confraternita dei Disciplinati Niella Tanaro.
L’immagine del corvo e la sua doppia valenza simbolica capace di esprimere sia la ribellione che l’obbedienza
16 febbraio 2025
Cuneo
Il corvo, presenza costante dei nostri paesaggi rurali, è un volatile particolarmente resistente e intelligente. Capace di interagire con il contesto circostante grazie alla sua straordinaria adattabilità, per il mondo contadino il corvo rappresenta una per nulla irrilevante minaccia per le semine, specie quando si tratta di cereali e mais. È piuttosto consueto infatti che i corvi, sempre pronti a individuare rapidamente fonti di cibo, razzino sia i terreni appena seminati sia i campi maturi e ormai pronti alla mietitura. Nonostante la figura del corvo in ambito rurale non goda di grandi favori, in realtà esso svolge anche delle funzioni positive: il suo essere un predatore naturale di insetti e piccoli roditori contribuisce a mantenere sotto controllo specie animali che potrebbero a loro volta danneggiare seriamente le coltivazioni. Mentre in passato il corvo era motivo di seria preoccupazione e si utilizzavano diversi accorgimenti per cercare di tenerlo lontano soprattutto dai campi di cereali appena seminati o piuttosto avanti nella maturazione, oggi si tende invece a cercare di sfruttare la sua presenza per equilibrare naturalmente l’ecosistema locale. L’adattabilità di questo volatile al contesto umano lo rende infatti una specie importante in molte dinamiche ecosistemiche rurali e nonostante le sue incursioni nei campi possano provocare qualche danno, il corvo rappresenta un significativo indicatore di biodiversità e di salute ambientale.
Considerato come l’uccello sacro ad Apollo, il suo volo nel mondo classico, veniva seguito e interpretato dagli auguri per cogliere soprattutto l’approssimarsi di eventuali eventi infausti. Lo stesso senso di negatività del corvo affiora anche nei testi biblici: essi infatti non solo lo classificano tra gli animali immondi della cui carne è proibito cibarsi, ma anche lo bollano come un animale inaffidabile, in quanto dopo essere stato inviato da Noè a verificare l’eventuale fine del diluvio, contrariamente a quello che avrebbe fatto la colomba, non tornò più indietro. In questo senso questo volatile avrebbe finito col trasformarsi, sulla base soprattutto del suo colore nero e del suo essere pensato come un animale che si ciba di «bestie morte», in uno dei simboli privilegiati stessi del peccato e dei peccatori: «Preghiamo dunque il Signore Gesù – scrive Cromazio, arcivescovo di Aquileia a cavallo tra il IV e il V secolo, a riguardo di questo animale – che nessuno sia trovato corvo nella chiesa del Signore e, mandato fuori, perisca. È infatti un corvo ogni impuro, ogni pagano, ogni eretico che non merita di stare nella chiesa di Cristo. Se qualcuno di noi è ancora corvo nell’animo, preghi il Signore di diventare da corvo colomba, da impuro puro, da pagano fedele, da lascivo casto, da eretico ortodosso». Tutta questa negatività non impedisce tuttavia che nella simbologia cristiana il corvo assuma anche una pur limitata valenza positiva, ben visibile nel fatto che sia stato proprio un corvo a sfamare il profeta Elia nel deserto.
La negatività del corvo è strettamente legata al ruolo giocato da questo volatile nella fase finale della navigazione intrapresa da Noè per affrontare con l’arca il diluvio e salvare sé, la sua famiglia e tutte le coppie di animali chiamati a ripopolare la terra dopo che le acque avessero nuovamente lasciato spazio all’asciutto. E fu proprio per verificare quale fosse lo stato delle cose che Mosè fece uscire per primi dall’arca due uccelli: «Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatta nell’arca e fece uscire un corvo per vedere se le acque si fossero ritirate. Esso uscì andando e tornando finche’ si prosciugarono le acque sulla terra» (Gen 8, 6-7). Mentre cioè la colomba, dopo che le acque ebbero fatto spazio all’asciutto, tornò da Noè eseguendo il compito per cui era stata fatta uscire dall’arca, non così fu per il corvo, che semplicemente non fece ritorno da Noè. E fu proprio questo atteggiamento che provocò sia la lettura negativa della figura del corvo da parte dei padri della chiesa sia l’affiorare di un’analoga prospettiva anche sul piano iconografico: al riguardo è emblematico il mosaico relativo alla fine del diluvio inserito nella decorazione del Duomo di Monreale (Fig. 1). In esso infatti, se da una parte si vede Noè protendersi verso la colomba che col suo ramo d’ulivo annuncia che le acque del diluvio stanno definitivamente calando, dall’altra a venire rappresentato è proprio il corvo che, anziché tornare da Noè, appare invece intento a cibarsi di un cadavere che galleggia nelle acque.
Fig. 1 - La fine del diluvio, affresco XII-XIII secolo ca, anonimo, Duomo Monreale.
L’azione compiuta dal corvo nella scena in questione, che lo vede impegnato a nutrirsi della carne di un morto anziché adempiere al compito per il quale Noè lo aveva inviato fuori dall’arca, rimarca con forza la negatività del suo essere un animale ribelle e impuro. E tuttavia, come abbiamo già accennato, l’immagine di questo volatile fornita dalla Bibbia non è affatto univoca: se cioè nell’episodio del diluvio e in altri passi il corvo viene bollato come negativo nella sua stessa essenza, non mancano tuttavia episodi nei quali esso cambia improvvisamente di segno, assumendo invece un tratto squisitamente positivo. Il più significativo di questi episodi è quello inerente il profeta Elia: «A lui fu rivolta questa parola del Signore: “Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo”. Egli eseguì l’ordine del Signore; andò a stabilirsi sul torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente». In questo caso dunque, contrariamente a quel che accadde nel diluvio, il corvo viene descritto come un volatile obbediente e preciso. Egli infatti esegue in modo estremamente puntuale l’ordine del Signore, portando a Elia tutte le mattine del pane e tutte le sere della carne, in modo che lui avesse di che sfamarsi. Proprio questo racconto biblico, che sembra sottrarre del tutto il corvo alla sua simbologia negativa per proiettarlo in modo del tutto inatteso in una dimensione assolutamente positiva, finì col legare questo animale al mondo degli eremiti, e dunque di quei monaci che vivevano nel deserto una vita fatta esclusivamente di preghiera e di durissima penitenza. E, siccome essi praticavano abitualmente il digiuno, non tardarono a fiorire racconti nei quali la loro sopravvivenza era legata proprio al poco cibo loro puntualmente portato dai corvi stessi.
Fig. 2 - Il corvo porta il cibo a Antonio e Paolo eremita, affresco (Particolare), anonimo, XV secolo, Chiesa di San Fiorenzo Bastia Mondovì.
Anche sul piano del figurativo dunque, come ben dimostrano due immagini assai prossime riscontrabili in terra cuneese nella Chiesa di san Fiorenzo di Bastia Mondovì (Fig. 2) e nella Confraternita dei Disciplinati di Niella Tanaro (Fig. 3), in questa prospettiva legata al monachesimo eremitico anche il corvo ebbe la sua inattesa redenzione. Nell’una e nell’altra immagine ad essere rappresentato è infatti l’incontro tra due monaci di prim’ordine impegnati a vivere nella solitudine del deserto: sant’Antonio abate e san Paolo eremita. Ed è proprio durante questo incontro che un corvo, più nitido nella seconda immagine e confuso invece nella prima con la pianta che gli sta alle spalle, anziché portare ad Antonio il pezzo di pane che ogni giorno gli faceva arrivare, porta in quell’occasione due porzioni di pane, affinché ce ne sia non solo per Antonio, ma anche per Paolo. Dimostrando come il corvo non solo obbedisca a Dio, ma anche lo faccia in modo intelligente.
Fig. 3 - Il corvo porta il cibo a Antonio e Paolo eremita, affresco (Particolare), anonimo, XVI secolo, Ex-Confraternita dei Disciplinati Niella Tanaro.