cuneo
Il coniglio, anche per le sue caratteristiche fisiche e il suo comportamento, è strettamente legato al contesto rurale e da quest’ultimo assai apprezzato. Questo animale, contraddistinto da una innata agilità e da una straordinaria capacità di adattamento a zone e climi anche assai differenti tra loro, ha da sempre rappresento per il mondo contadino una sorta di emblema dei cicli vitali nei quali la natura si esprime. Facilmente riconoscibile per le sue lunghe orecchie, per il suo muso affusolato, oltre che per i suoi occhi e il suo naso in continuo movimento, questo piccolo mammifero grazie al suo manto mimetico può facilmente confondersi coi terreni in cui si muove, adattandosi facilmente ad essi. Da sempre allevato in ambito contadino sia per la carne che per il pelo, non tardò a trasformarsi in una risorsa economica fondamentale per questo specifico contesto, non senza tuttavia rappresentare anche, per la voracità e insaziabilità che gli è propria, di costituirsi come una potenziale minaccia sia per i raccolti che per i foraggi. A favorirne l’allevamento era inoltre la sua straordinaria prolificità e la sua capacità di riprodursi rapidamente, consentendone anche un utilizzo alimentare facile e alla portata di ogni famiglia. Ed era questa ragione a fare del coniglio un animale che, pur non essendo domestico, da sempre rappresenta una presenza costante nei contesti rurali del nostro territorio.
Il coniglio, proprio a causa di questa sua straordinaria fertilità, fin da epoche remotissime fu considerato un simbolo di continua rinascita. Per questa ragione nelle culture più antiche, di fatto inevitabilmente legate all’agricoltura, esso era espressione della vitalità irrefrenabile legata ai cicli naturali. Proprio questo suo evocare un’energia inarrestabile ne fece dunque una sorta di emblema, ben prima dell’avvento del Cristianesimo, della rigenerazione continua e delle potenzialità esplosive della vita stessa. E fu forse proprio a partire da questo suo intrinseco legame con la fertilità e con la fecondità che, nel corso del Medioevo, in una prospettiva cristiana il coniglio finì con l’assumere una valenza doppia e ambigua: per un verso infatti esso, in una chiave tutta positiva, divenne simbolo della vita che si rinnova, risultando così non di rado associato addirittura al centralissimo tema cristiano della risurrezione da morte; per l’altro invece - come affiora con chiarezza in alcuni bestiari medievali - in una prospettiva questa volta negativa il coniglio veniva simbolicamente connesso al peccato di lussuria. La sua frenesia sessuale e il suo essere straordinariamente prolifico inducevano infatti a trasformarlo senza troppa difficoltà in una metafora dell’accondiscendenza alle tentazioni carnali, viste come vizi capaci di distogliere le persone dalla retta via della castità e della virtù cristiana.
In realtà, se nei bestiari medievali questo aspetto simbolico ambiguo del coniglio risulta fortemente sottolineato, ben diversa appare invece la situazione nell’orizzonte della rappresentazione figurativa di questo animale sia nell’epoca medioevale in senso stretto che in quella definita invece tardomedievale. In questo specifico ambito artistico infatti la dimensione simbolica del coniglio sembra passare in secondo piano, per attribuirgli invece una funzione che, il più delle volte, pare essere meramente decorativa. Emblematici al riguardo sono i numerosi conigli ricamati sugli arazzi fiamminghi del ciclo incentrato sulla cosiddetta “Dama dell’Unicorno” (Fig. 1) e attualmente conservati nel Museo di arte medievale di Parigi. In essi infatti la presenza del coniglio, che pur ne costituisce praticamente una costante, sembra fungere da mero elemento decorativo. Sebbene non manchino interpretazioni volte, collegandosi alla dama, a vedere nel coniglio il simbolo di quella stessa purezza ed innocenza che consente alla donna di rapportarsi in modo diretto e unico all’unicorno stesso. E il suo cambiare continuamente collocazione, posizione, colore, persino laddove essi sono fatti entrare in gioco nel più misterioso degli arazzi in questione, sembrano riaffermare questo suo tratto portante: quello di contribuire alla dimensione estetica dell’opera, senza necessariamente doversi caricare di una ben più onerosa funzione simbolica.
Fig. 1 - Conigli; Arazzo; 1500 ca.; Ciclo della Dama dell’unicorno (Gusto); Museo nazionale del Medioevo; Parigi.
Analogamente, almeno per quanto riguarda la pittura tardomedievale sviluppatasi nel territorio cuneese dell’epoca o legata ad esponenti che hanno operata in quest’area, il coniglio trova posto in affreschi e tavole in una forma che non sembra voler insistere troppo sulla sua valenza simbolica, preferendo invece imprimergli una rilevanza prevalentemente decorativa. Emblematico di questo specifico approccio è il dipinto su tavola chiamato “Madonna del coniglio” (Fig. 2), attribuito ad Hans Clemer ed attualmente conservato nel Museo Bardini di Firenze. Ad emergere dallo sfondo dorato dell’opera è la figura di Maria che, guardandolo con una serena espressione materna, tiene fra le braccia il bambino Gesù. Il coniglio che dà il nome al quadro, nel suo essere posizionato in basso a destra, non appare affatto elemento centrale dell’opera.
Tuttavia, anche laddove lo si dovesse considerare come un mero dettaglio, non si potrebbe comunque negare di trovarsi di fronte ad un dettaglio decorativo estremamente efficace. Esso risulta infatti capace di arricchire in modo sostanziale la composizione, conferendole un tratto che ne implementa l’atmosfera di perfetta armonia che già gli è proprio. Né forse potrebbe essere diversamente, visto che il coniglio, collocato ai piedi di Maria in un prato verde trapuntato di fiori multicolori, sembra perfettamente in sintonia con l’ambiente circostante e per nulla messo a disagio dalla presenza della donna e del figlio.
Fig. 2 - Madonna del coniglio; Tecnica mista e oro su tavola; Attribuito ad Hans Clemer; 1503-1505 ca.; Museo Bardini; Firenze.
È certamente una “Madonna del latte” (Fig. 3) quella dipinta da Tommaso e Matteo Biazaci nella seconda metà del XV secolo sulla parete sinistra della chiesa parrocchiale di Sampeyre. Eppure potrebbe non essere strano se essa venisse invece chiamata “Madonna dei conigli”. Non del coniglio, ma dei conigli, visto che a circondare la Vergine, intenta ad allattare il piccolo Gesù, è un vero e proprio stuolo di conigli. Anche in questo caso, l’aspetto simbolico del coniglio sembra però passare in secondo piano, mentre a prevalere nettamente è ancora una volta l’aspetto decorativo. Per comprenderlo è sufficiente soffermarsi sulle figure della Vergine e del Bambino per capire come a rappresentare il fulcro della scena sia proprio il rapporto tra la madre e il figlio che qui viene pittoricamente evidenziato.
Che il ruolo centrale vada attribuito al Bambino, rappresentato aggrappato ad uno dei seni della Vergine intento a suggerne il latte, appare evidente proprio dall’atteggiamento della madre, le cui mani giunte in atteggiamento di adorante preghiera pongono quasi in secondo piano il suo abbigliamento da dama di alto rango con in capo una corono che ne sancisce il ruolo di regina. Ed è proprio nell’“hortus conclusus” all’interno del quale è collocata la scelta che a circolare liberamente, imprimendogli movimento e vitalità, sono proprio alcuni conigli dei quali a colpire – come già nell’affresco precedente – è la straordinaria naturalezza con cui essi si muovono sia all’esterno che all’interno delle loro tane.
Fig. 3 - Conigli ai piedi della Madonna del latte; Affresco (Particolare); Tommaso e Matteo Biazaci; Seconda metà del XV secolo; Parrocchiale dei santi Pietro e Paolo; Sampeyre.
La figura del coniglio nell’arte tardomedievale cuneese
09 febbraio 2025
Cuneo
Il coniglio, anche per le sue caratteristiche fisiche e il suo comportamento, è strettamente legato al contesto rurale e da quest’ultimo assai apprezzato. Questo animale, contraddistinto da una innata agilità e da una straordinaria capacità di adattamento a zone e climi anche assai differenti tra loro, ha da sempre rappresento per il mondo contadino una sorta di emblema dei cicli vitali nei quali la natura si esprime. Facilmente riconoscibile per le sue lunghe orecchie, per il suo muso affusolato, oltre che per i suoi occhi e il suo naso in continuo movimento, questo piccolo mammifero grazie al suo manto mimetico può facilmente confondersi coi terreni in cui si muove, adattandosi facilmente ad essi. Da sempre allevato in ambito contadino sia per la carne che per il pelo, non tardò a trasformarsi in una risorsa economica fondamentale per questo specifico contesto, non senza tuttavia rappresentare anche, per la voracità e insaziabilità che gli è propria, di costituirsi come una potenziale minaccia sia per i raccolti che per i foraggi. A favorirne l’allevamento era inoltre la sua straordinaria prolificità e la sua capacità di riprodursi rapidamente, consentendone anche un utilizzo alimentare facile e alla portata di ogni famiglia. Ed era questa ragione a fare del coniglio un animale che, pur non essendo domestico, da sempre rappresenta una presenza costante nei contesti rurali del nostro territorio.
Il coniglio, proprio a causa di questa sua straordinaria fertilità, fin da epoche remotissime fu considerato un simbolo di continua rinascita. Per questa ragione nelle culture più antiche, di fatto inevitabilmente legate all’agricoltura, esso era espressione della vitalità irrefrenabile legata ai cicli naturali. Proprio questo suo evocare un’energia inarrestabile ne fece dunque una sorta di emblema, ben prima dell’avvento del Cristianesimo, della rigenerazione continua e delle potenzialità esplosive della vita stessa. E fu forse proprio a partire da questo suo intrinseco legame con la fertilità e con la fecondità che, nel corso del Medioevo, in una prospettiva cristiana il coniglio finì con l’assumere una valenza doppia e ambigua: per un verso infatti esso, in una chiave tutta positiva, divenne simbolo della vita che si rinnova, risultando così non di rado associato addirittura al centralissimo tema cristiano della risurrezione da morte; per l’altro invece - come affiora con chiarezza in alcuni bestiari medievali - in una prospettiva questa volta negativa il coniglio veniva simbolicamente connesso al peccato di lussuria. La sua frenesia sessuale e il suo essere straordinariamente prolifico inducevano infatti a trasformarlo senza troppa difficoltà in una metafora dell’accondiscendenza alle tentazioni carnali, viste come vizi capaci di distogliere le persone dalla retta via della castità e della virtù cristiana.
In realtà, se nei bestiari medievali questo aspetto simbolico ambiguo del coniglio risulta fortemente sottolineato, ben diversa appare invece la situazione nell’orizzonte della rappresentazione figurativa di questo animale sia nell’epoca medioevale in senso stretto che in quella definita invece tardomedievale. In questo specifico ambito artistico infatti la dimensione simbolica del coniglio sembra passare in secondo piano, per attribuirgli invece una funzione che, il più delle volte, pare essere meramente decorativa. Emblematici al riguardo sono i numerosi conigli ricamati sugli arazzi fiamminghi del ciclo incentrato sulla cosiddetta “Dama dell’Unicorno” (Fig. 1) e attualmente conservati nel Museo di arte medievale di Parigi. In essi infatti la presenza del coniglio, che pur ne costituisce praticamente una costante, sembra fungere da mero elemento decorativo. Sebbene non manchino interpretazioni volte, collegandosi alla dama, a vedere nel coniglio il simbolo di quella stessa purezza ed innocenza che consente alla donna di rapportarsi in modo diretto e unico all’unicorno stesso. E il suo cambiare continuamente collocazione, posizione, colore, persino laddove essi sono fatti entrare in gioco nel più misterioso degli arazzi in questione, sembrano riaffermare questo suo tratto portante: quello di contribuire alla dimensione estetica dell’opera, senza necessariamente doversi caricare di una ben più onerosa funzione simbolica.
Fig. 1 - Conigli; Arazzo; 1500 ca.; Ciclo della Dama dell’unicorno (Gusto); Museo nazionale del Medioevo; Parigi.
Analogamente, almeno per quanto riguarda la pittura tardomedievale sviluppatasi nel territorio cuneese dell’epoca o legata ad esponenti che hanno operata in quest’area, il coniglio trova posto in affreschi e tavole in una forma che non sembra voler insistere troppo sulla sua valenza simbolica, preferendo invece imprimergli una rilevanza prevalentemente decorativa. Emblematico di questo specifico approccio è il dipinto su tavola chiamato “Madonna del coniglio” (Fig. 2), attribuito ad Hans Clemer ed attualmente conservato nel Museo Bardini di Firenze. Ad emergere dallo sfondo dorato dell’opera è la figura di Maria che, guardandolo con una serena espressione materna, tiene fra le braccia il bambino Gesù. Il coniglio che dà il nome al quadro, nel suo essere posizionato in basso a destra, non appare affatto elemento centrale dell’opera.
Tuttavia, anche laddove lo si dovesse considerare come un mero dettaglio, non si potrebbe comunque negare di trovarsi di fronte ad un dettaglio decorativo estremamente efficace. Esso risulta infatti capace di arricchire in modo sostanziale la composizione, conferendole un tratto che ne implementa l’atmosfera di perfetta armonia che già gli è proprio. Né forse potrebbe essere diversamente, visto che il coniglio, collocato ai piedi di Maria in un prato verde trapuntato di fiori multicolori, sembra perfettamente in sintonia con l’ambiente circostante e per nulla messo a disagio dalla presenza della donna e del figlio.
Fig. 2 - Madonna del coniglio; Tecnica mista e oro su tavola; Attribuito ad Hans Clemer; 1503-1505 ca.; Museo Bardini; Firenze.
È certamente una “Madonna del latte” (Fig. 3) quella dipinta da Tommaso e Matteo Biazaci nella seconda metà del XV secolo sulla parete sinistra della chiesa parrocchiale di Sampeyre. Eppure potrebbe non essere strano se essa venisse invece chiamata “Madonna dei conigli”. Non del coniglio, ma dei conigli, visto che a circondare la Vergine, intenta ad allattare il piccolo Gesù, è un vero e proprio stuolo di conigli. Anche in questo caso, l’aspetto simbolico del coniglio sembra però passare in secondo piano, mentre a prevalere nettamente è ancora una volta l’aspetto decorativo. Per comprenderlo è sufficiente soffermarsi sulle figure della Vergine e del Bambino per capire come a rappresentare il fulcro della scena sia proprio il rapporto tra la madre e il figlio che qui viene pittoricamente evidenziato.
Che il ruolo centrale vada attribuito al Bambino, rappresentato aggrappato ad uno dei seni della Vergine intento a suggerne il latte, appare evidente proprio dall’atteggiamento della madre, le cui mani giunte in atteggiamento di adorante preghiera pongono quasi in secondo piano il suo abbigliamento da dama di alto rango con in capo una corono che ne sancisce il ruolo di regina. Ed è proprio nell’“hortus conclusus” all’interno del quale è collocata la scelta che a circolare liberamente, imprimendogli movimento e vitalità, sono proprio alcuni conigli dei quali a colpire – come già nell’affresco precedente – è la straordinaria naturalezza con cui essi si muovono sia all’esterno che all’interno delle loro tane.
Fig. 3 - Conigli ai piedi della Madonna del latte; Affresco (Particolare); Tommaso e Matteo Biazaci; Seconda metà del XV secolo; Parrocchiale dei santi Pietro e Paolo; Sampeyre.