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Isidoro di Siviglia, nel XII libro delle sue Etimologie, testo nel quale egli nella prima metà del VII secolo cerca di condensare su un piano enciclopedico l’intero sapere della sua epoca, a proposito dei cavalli scrive: «Sono detti equi, e cioè cavalli, poiché quando venivano legati alle quadrighe, erano allineati, e, uguali nell’aspetto e simili nella corsa, venivano appaiati. Grande è la forza vitale dei cavalli: infatti si imbaldanziscono quando si combatte in campo; percepiscono la guerra; sono incitati alla battaglia dal suono della tromba; sono incitati alla corsa dalla voce del padrone; soffrono quando sono stati sconfitti; esultano quando hanno vinto. Molti percepiscono i nemici in guerra e aggrediscono con i morsi gli avversari: alcuni riconoscono anche i propri padroni; altri non ammettono nessuno sul dorso fuorché il padrone. Dicono che molti di essi, alla morte del loro padrone, versano lacrime per alcuni giorni: solo il cavallo infatti, tra gli altri animali, piange per l’uomo e prova il sentimento del dolore. La natura dei cavalli e quella degli uomini si sono del resto mescolate nei Centauri. Così i padroni possono prevedere, dalla tristezza o dall’ardore dei cavalli, l’esito dalla battaglia». E fu proprio questa immagine del cavallo, la cui sensibilità veniva ritenuta assai prossima a quella umana, a far assumere nel Medioevo a questo animale un prestigio pari solo alla sua popolarità.
È proprio questa singolare prossimità tra il cavallo e l’uomo, nel simbolismo cristiano medievale, ad essersi tradotta in una singolare interpretazione della figura di questo equino: esso infatti era pensato come una sorta di ponte tra cielo e terra, incarnando ad un tempo il raccordo e la tensione tra la dimensione divina e quella umana. Questo animale cioè, pensato nella prospettiva del suo accettare di venire addomesticato, evocava le virtù spirituali attraverso cui il cristiano imparava a dominare gli istinti materiali, sottomettendoli alla sua essenza spirituale e domandoli costantemente per orientarli al bene, diventando metafora dell’anima umana, sospesa tra grazia divina e tentazione. La forza spirituale di cui il cavallo era simbolo, per l’immaginario dell’epoca, si radicava però nel quotidiano: la forza che questo animale sapeva sviluppare in guerra, la sua prestanza in grado di trasformarlo in un simbolo di potere, la tenace forza con la quale esso supportava gli uomini nel duro lavoro dei campi e nel trasportare pesanti carichi gli imprimevano una connotazione profondamente positiva. Certo questo non cancellava del tutto l’idea che la figura del cavallo, laddove si rifiutava di venire addomesticato e spingeva la sua ribellione fino a mostrarsi imbizzarrito, potesse cambiare di segno e trasformarsi in un simbolo negativo. E tuttavia, sebbene questa negatività potesse finire col far di lui una figura maligna, il cavallo non vide mai venir meno il suo tratto positivo.
Ad esprimere in modo estremamente efficace questa forza positiva insita nel cavallo è la sua presenza nell’olio su tela incentrato su “San Giorgio e il drago” dipinto nella seconda metà del XV secolo da Paolo Uccello ed esposto alla National Gallery di Londra (Fig. 1). Il cavallo bianco di San Giorgio, in quest’opera, riveste un ruolo che va ben al di là dell’elemento pittorico funzionale alla scena rappresentata, tanto da poter essere considerato un co-protagonista di essa. La sua eleganza, la sua forza e il suo stesso movimento assumono infatti una funzione quasi decisiva nella vittoria contro il drago, inteso come incarnazione del male pronto ad accanirsi contro un’inerme principessa. Proprio di questa durissima battaglia contro il male il cavallo diventa così un elemento tutt’altro che secondario. Per questo il colore bianco del destriero del santo non è affatto casuale, simboleggiando invece la virtù capace, proprio per la sua purezza, di sconfiggere definitivamente le forze del male nascoste dietro al contorcimento oscuro del drago che San Giorgio è intento a trafiggere. A imprimere forza a questo trafiggimento è proprio l’avanzare determinato del cavallo, che con il suo incedere sembra quasi rimarcare il carattere definitivo della sconfitta del male. Ed è così che la figura di questo algido cavallo si trasforma nel simbolo visivo stesso del trionfo dell’ordine divino sul pur dirompente disordine demoniaco.
Fig. 1 - San Giorgio e il drago; Olio su tela; Paolo Uccello; 1460 ca.; National Gallery; Londra.
Questo stesso scontro tra bene e male, nel quale a giocare un ruolo simbolico di primo piano è sempre la figura del cavallo, trapela anche dai colori dell’anonimo affresco inserito nel ciclo delle “Storie di San Martino” posto a decorazione della chiesa di San Martino di Lignera a Saliceto (Fig. 2). Il destriero bianco di San Martino domina la scena: agile e nobile, è raffigurato in una postura tutta protesa in avanti, con le zampe anteriori sollevate, determinato a travolgere l’avversario con la sua possente forza. E in questo senso il cavallo in questione non è solo un mero animale cavalcato dal santo, ma piuttosto il suo alleato in una sfida volta a contrastare le stesse forze del male. E ad esaltare questa funzione simbolica positiva del cavallo di Martino sono il suo colore bianco, l’eleganza raffinata dei suoi finimenti, il pennacchio che ne orna il capo e, infine, la sua stessa pelle pezzata capace di richiamare alla mente l’armatura propria di un animale chiamato a svolgere un ruolo chiave in uno scontro evidentemente decisivo. E che la veemenza del cavallo, nel suo supportare il colpo assestato da Martino, contribuisca in modo per nulla irrilevante all’esito positivo del combattimento è reso evidente dalla rappresentazione dell’avversario del santo, ormai esangue e sul punto di essere disarcionato. Un esito positivo garantito anche dalla schiera di santi collocata dall’artista proprio alle spalle di colui che è chiamato a combattere.
Fig. 2 - San Martino a cavallo; Affresco (Particolare); Anonimo; XV secolo; Chiesa di San Martino; Lignera - Saliceto.
Ben diverso appare invece il ruolo del cavallo nell’affresco quattrocentesco relativo al cosiddetto “Miracolo di sant’Egidio” conservato nella chiesa parrocchiale di Bernezzo (Fig. 3). In quest’opera d’arte infatti il cavallo, anziché essere come di consueto simbolo di forza, risulta invece connotato per la condizione di estrema debolezza nella quale è venuto a trovarsi. Ad inibirne l’ordinaria potenza infatti, come evidenzia quello che potremmo definire il riquadro di sinistra, è il suo essere privato della gamba anteriore destra. Nonostante dunque il cavallo si presenti come aitante e vigoroso, nonostante la sua elegante sella in cuoio e i suoi raffinati finimenti ne evidenzino una funzione di prim’ordine nell’attestare la nobiltà del suo padrone, nonostante infine proprio quest’ultimo lo affianchi quasi a volerlo proteggere e consolare, la privazione della gamba lo rende fragile, sottraendogli proprio quell’aura di potenza che ordinariamente lo contraddistingue. A risolvere il problema del cavallo, e a dircelo è il riquadro di destra, sarà Sant’Egidio: quest’ultimo infatti, nella sua officina di fabbro, è intento proprio a “ripararne” la gamba che poi miracolosamente riapplicherà al destriero. Un miracolo cui tuttavia soggiace una sorta di solidarietà tra uomo e cavallo, forse dettata dalla “prossimità” tra i due che, come rimarcato da Isidoro di Siviglia, avrebbe connotato l’immaginario medievale relativo a questo animale.
Fig. 3 - Miracolo del cavallo; Affresco (particolare); Anonimo; Prima metà XV secolo; Parrocchiale della Madonna del Rosario; Bernezzo.
La potenza del cavallo e il legame col suo cavaliere come supporto alla sfida contro le forze del male
02 febbraio 2025
Cuneo
Isidoro di Siviglia, nel XII libro delle sue Etimologie, testo nel quale egli nella prima metà del VII secolo cerca di condensare su un piano enciclopedico l’intero sapere della sua epoca, a proposito dei cavalli scrive: «Sono detti equi, e cioè cavalli, poiché quando venivano legati alle quadrighe, erano allineati, e, uguali nell’aspetto e simili nella corsa, venivano appaiati. Grande è la forza vitale dei cavalli: infatti si imbaldanziscono quando si combatte in campo; percepiscono la guerra; sono incitati alla battaglia dal suono della tromba; sono incitati alla corsa dalla voce del padrone; soffrono quando sono stati sconfitti; esultano quando hanno vinto. Molti percepiscono i nemici in guerra e aggrediscono con i morsi gli avversari: alcuni riconoscono anche i propri padroni; altri non ammettono nessuno sul dorso fuorché il padrone. Dicono che molti di essi, alla morte del loro padrone, versano lacrime per alcuni giorni: solo il cavallo infatti, tra gli altri animali, piange per l’uomo e prova il sentimento del dolore. La natura dei cavalli e quella degli uomini si sono del resto mescolate nei Centauri. Così i padroni possono prevedere, dalla tristezza o dall’ardore dei cavalli, l’esito dalla battaglia». E fu proprio questa immagine del cavallo, la cui sensibilità veniva ritenuta assai prossima a quella umana, a far assumere nel Medioevo a questo animale un prestigio pari solo alla sua popolarità.
È proprio questa singolare prossimità tra il cavallo e l’uomo, nel simbolismo cristiano medievale, ad essersi tradotta in una singolare interpretazione della figura di questo equino: esso infatti era pensato come una sorta di ponte tra cielo e terra, incarnando ad un tempo il raccordo e la tensione tra la dimensione divina e quella umana. Questo animale cioè, pensato nella prospettiva del suo accettare di venire addomesticato, evocava le virtù spirituali attraverso cui il cristiano imparava a dominare gli istinti materiali, sottomettendoli alla sua essenza spirituale e domandoli costantemente per orientarli al bene, diventando metafora dell’anima umana, sospesa tra grazia divina e tentazione. La forza spirituale di cui il cavallo era simbolo, per l’immaginario dell’epoca, si radicava però nel quotidiano: la forza che questo animale sapeva sviluppare in guerra, la sua prestanza in grado di trasformarlo in un simbolo di potere, la tenace forza con la quale esso supportava gli uomini nel duro lavoro dei campi e nel trasportare pesanti carichi gli imprimevano una connotazione profondamente positiva. Certo questo non cancellava del tutto l’idea che la figura del cavallo, laddove si rifiutava di venire addomesticato e spingeva la sua ribellione fino a mostrarsi imbizzarrito, potesse cambiare di segno e trasformarsi in un simbolo negativo. E tuttavia, sebbene questa negatività potesse finire col far di lui una figura maligna, il cavallo non vide mai venir meno il suo tratto positivo.
Ad esprimere in modo estremamente efficace questa forza positiva insita nel cavallo è la sua presenza nell’olio su tela incentrato su “San Giorgio e il drago” dipinto nella seconda metà del XV secolo da Paolo Uccello ed esposto alla National Gallery di Londra (Fig. 1). Il cavallo bianco di San Giorgio, in quest’opera, riveste un ruolo che va ben al di là dell’elemento pittorico funzionale alla scena rappresentata, tanto da poter essere considerato un co-protagonista di essa. La sua eleganza, la sua forza e il suo stesso movimento assumono infatti una funzione quasi decisiva nella vittoria contro il drago, inteso come incarnazione del male pronto ad accanirsi contro un’inerme principessa. Proprio di questa durissima battaglia contro il male il cavallo diventa così un elemento tutt’altro che secondario. Per questo il colore bianco del destriero del santo non è affatto casuale, simboleggiando invece la virtù capace, proprio per la sua purezza, di sconfiggere definitivamente le forze del male nascoste dietro al contorcimento oscuro del drago che San Giorgio è intento a trafiggere. A imprimere forza a questo trafiggimento è proprio l’avanzare determinato del cavallo, che con il suo incedere sembra quasi rimarcare il carattere definitivo della sconfitta del male. Ed è così che la figura di questo algido cavallo si trasforma nel simbolo visivo stesso del trionfo dell’ordine divino sul pur dirompente disordine demoniaco.
Fig. 1 - San Giorgio e il drago; Olio su tela; Paolo Uccello; 1460 ca.; National Gallery; Londra.
Questo stesso scontro tra bene e male, nel quale a giocare un ruolo simbolico di primo piano è sempre la figura del cavallo, trapela anche dai colori dell’anonimo affresco inserito nel ciclo delle “Storie di San Martino” posto a decorazione della chiesa di San Martino di Lignera a Saliceto (Fig. 2). Il destriero bianco di San Martino domina la scena: agile e nobile, è raffigurato in una postura tutta protesa in avanti, con le zampe anteriori sollevate, determinato a travolgere l’avversario con la sua possente forza. E in questo senso il cavallo in questione non è solo un mero animale cavalcato dal santo, ma piuttosto il suo alleato in una sfida volta a contrastare le stesse forze del male. E ad esaltare questa funzione simbolica positiva del cavallo di Martino sono il suo colore bianco, l’eleganza raffinata dei suoi finimenti, il pennacchio che ne orna il capo e, infine, la sua stessa pelle pezzata capace di richiamare alla mente l’armatura propria di un animale chiamato a svolgere un ruolo chiave in uno scontro evidentemente decisivo. E che la veemenza del cavallo, nel suo supportare il colpo assestato da Martino, contribuisca in modo per nulla irrilevante all’esito positivo del combattimento è reso evidente dalla rappresentazione dell’avversario del santo, ormai esangue e sul punto di essere disarcionato. Un esito positivo garantito anche dalla schiera di santi collocata dall’artista proprio alle spalle di colui che è chiamato a combattere.
Fig. 2 - San Martino a cavallo; Affresco (Particolare); Anonimo; XV secolo; Chiesa di San Martino; Lignera - Saliceto.
Ben diverso appare invece il ruolo del cavallo nell’affresco quattrocentesco relativo al cosiddetto “Miracolo di sant’Egidio” conservato nella chiesa parrocchiale di Bernezzo (Fig. 3). In quest’opera d’arte infatti il cavallo, anziché essere come di consueto simbolo di forza, risulta invece connotato per la condizione di estrema debolezza nella quale è venuto a trovarsi. Ad inibirne l’ordinaria potenza infatti, come evidenzia quello che potremmo definire il riquadro di sinistra, è il suo essere privato della gamba anteriore destra. Nonostante dunque il cavallo si presenti come aitante e vigoroso, nonostante la sua elegante sella in cuoio e i suoi raffinati finimenti ne evidenzino una funzione di prim’ordine nell’attestare la nobiltà del suo padrone, nonostante infine proprio quest’ultimo lo affianchi quasi a volerlo proteggere e consolare, la privazione della gamba lo rende fragile, sottraendogli proprio quell’aura di potenza che ordinariamente lo contraddistingue. A risolvere il problema del cavallo, e a dircelo è il riquadro di destra, sarà Sant’Egidio: quest’ultimo infatti, nella sua officina di fabbro, è intento proprio a “ripararne” la gamba che poi miracolosamente riapplicherà al destriero. Un miracolo cui tuttavia soggiace una sorta di solidarietà tra uomo e cavallo, forse dettata dalla “prossimità” tra i due che, come rimarcato da Isidoro di Siviglia, avrebbe connotato l’immaginario medievale relativo a questo animale.
Fig. 3 - Miracolo del cavallo; Affresco (particolare); Anonimo; Prima metà XV secolo; Parrocchiale della Madonna del Rosario; Bernezzo.