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Tra gli “animali natalizi”, oltre all’asino e al bue, trova posto anche il cammello, in qualche modo legato alla figura dei magi. A collegare i cammelli (e/o i dromedari) ai magi non sono però né gli scritti del Nuovo Testamento, né i testi apocrifi e nemmeno gli scritti dei padri della chiesa. Basti pensare che di essi non si trova traccia alcuna nemmeno nei numerosi sermoni che proprio alla festa dell’epifania dedica, nel V secolo dopo Cristo, papa Leone I, il cui influsso sulla teologia e sulla prassi ecclesiale dell’epoca fu tale da farlo chiamare “Magno”, e dunque “il Grande”. È assai probabile invece che il raccordo di questi animali coi magi sia derivato da un passo del libro veterotestamentario del profeta Isaia che, successivamente interpretato come un testo capace di prefigurare in qualche modo la figura del messia: «Un redentore verrà per Sion (…), le nazioni cammineranno alla tua luce e i re allo splendore del tuo levare (…), stuoli di cammelli e dromedari di Madian e d’Efa ti copriranno; quelli di Sceba verranno tutti, portando oro ed incenso, e proclamando le lodi dell’Eterno» (Is 59, 20; 60, 3: 60, 6). E chi, se non i magi, avrebbero camminato seguendo una luce, portando oro e incenso e - a questo punto - usando come cavalcature cammelli e dromedari? Gli ingredienti per connettere i cammelli con la figura dei magi c’erano dunque tutti e non era affatto difficile, anche ad un occhio poco attento, scorgerli e rilevarne l’evidenza.
Va ovviamente tenuto presente che l’inserimento di questi animali nell’immaginario cristiano fu decisamente meno immediato di quello relativo ad altri loro simili. Si trattava infatti di animali esotici, coi quali non c’era familiarità e che tendevano a poter essere facilmente confusi. È vero che il profilo fisico del cammello si caratterizzava per un’unica gobba, mentre quello del dromedario per due gobbe: in fondo però si trattava di due animali piuttosto simili quanto ad altezza, mole e forme del muso. Sarà dunque proprio in questa prospettiva, in qualche modo assecondata anche dal passo di Isaia citato in precedenza, che una loro assimilazione non susciterà affatto stupore. Il cammello poi, per la sua capacità di bestia da soma in grado di trasportare pesi immani attraversando spazi desertici sconfinati, da più di un padre della chiesa venne paragonato a Cristo stesso, che per salvare gli uomini aveva deciso di caricare su di sé il fardello stesso del peccato. Del cammello poi, in particolare, si registrava la presenza sia in numerosi brani dell’antico testamento, sia in due passi del nuovo: quello in cui l’evangelista Marco ricorda che Giovanni il Battista “aveva un abito di peli di cammello” e l’enigmatica frase con cui Gesù avrebbe sottolineato che “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Tutti presupposti che avrebbero aperto la strada a una presenza di cammelli e dromedari, peraltro nemmeno troppo enfatizzata, nella successiva iconografia cristiana.
Difficile capire perché di questi due animali, anche il dromedario ma soprattutto il cammello, non si registri nell’iconografia cristiana in generale, ma soprattutto in quella dell’Adorazione dei Magi una presenza così frequente come ci si aspetterebbe. E questo nonostante ad inserirla in questo stesso soggetto figurativo sia stato niente meno che Giotto. È suo infatti l’affresco che, legato a questa specifica scena e dipinto nella Cappella degli Scrovegni di Padova (Fig. 1), inserisce forse per la prima volta in questa iconografia la figura del cammello. Questo affresco si connota innanzitutto anche per un’altra innovazione: è qui infatti che fa la sua apparizione inedita, nel soggetto della Natività di Cristo, la stella cometa. Una stella che, proprio nel suo arrestarsi sopra la capanna in cui è appena nato il misterioso bambino cercato dai magi, funge da indicatore della fine della lunga ricerca compiuta da essi. E, se questi ultimi sono rappresentati mentre onorano Gesù con i doni dell’oro, dell’incenso e della mirra, ecco che alle loro spalle - ricoprendo uno spazio dell’affresco corrispondente più o meno ad un terzo di esso - a trovare posto sono proprio due cammelli. E, se entrambi risultano assolutamente riconoscibili per il loro muso appuntito e per le loro orecchie aguzze, solo il primo di essi si segnala per le sue lunghe gambe e per la gobba su cui a poggiare è una rossa sella, volta ad indicarne il suo utilizzo come mezzo di trasporto di persone e merci. Più ambiguo appare invece il pelo, nell’affresco più simile a quello liscio dei dromedari che non a quello folto e irsuto dei cammelli.
Fig. 1 - Adorazione dei Magi; Tempera su tavola; Giotto; 1303-1305; Cappella degli Scrovegni; Padova.
Senza voler escludere del tutto che ce ne possa essere qualche esempio, ciò che va certamente rimarcato è il fatto che la figura dei cammelli, nella specifica declinazione del soggetto dell’“adorazione dei magi”, non abbia di fatto riscontri. La figura del re e quella del suo seguito, nell’immaginario proprio delle nostre terre in quell’epoca, erano presumibilmente così legate alla figura del cavallo da non lasciare spazio, nemmeno in questo caso, alla sostituzione di esso con animali il cui tratto esotico avrebbe certamente vivacizzato e reso più curiosa la scena in questione. Il cammello appare invece con una certa costanza, sia pure in una forma indiretta, nell’abbigliamento del Precursore: il suo austero abito, fatto di una pelle che richiama assai da vicino proprio quella folta e irsuta del cammello. Emblematico in questa prospettiva è il vestito di pelle animale fatto indossare dall’anonimo artista proprio a Giovanni il Battista nella sua immagine inserita nel ciclo di affreschi della chiesa di sant’Agostino a Saliceto (Fig. 2). Ricoperto da un mantello rosso e del tutto in tono con la capigliatura scarmigliata del santo rappresentato, la corta tunica da lui indossata - per la verità quasi una sorta di sacco dal quali fuoriescono le mani - evoca visivamente proprio il pelo del cammello. Quello di cui il già citato passo del vangelo di Marco ci narra andasse vestito il Battista in segno di penitenza.
Fig. 2 - San Giovanni Battista; Affresco (Particolare); Anonimo; XV secolo; Chiesa di Sant’Agostino; Saliceto.
Se la presenza del cammello non viene registrata nell’arte cuneese tardomedievale, almeno per quanto riguarda le pur numerose rappresentazioni dell’“Adorazione dei Magi” che ci sono rimaste, a dover invece essere registrata è la presenza isolata di un’immagine del dromedario. Essa si materializza in una teoria di animali ed esseri umani che si alternano nel velario che occupa il registro inferiore dell’affresco dipinto intorno all’XI secolo a decorazione del catino absidale della cappella di san Maurizio a Roccaforte Mondovì (Fig. 3). E tra essi, le cui figure sono disegnate in una forma che ne evidenzia il contorno con un colore rosso-bruno avvolgendo ogni altro dettaglio in una sorta di evanescenza di fondo, a trovare posto nella parte del velario che fuoriesce dall’abside sulla destra è proprio un dromedario. A consentirne l’identificazione, distinguendolo dal cammello, è l’unica gobba che ne contraddistingue il profilo. Difficile però dire se l’antico pittore intendesse davvero raffigurare un dromedario o invece il cammello. Che rimandi all’uno o all’altro, la figura rappresentata assume tuttavia – al pari di tutte le altre del velario di Roccaforte – una valenza simbolica: che in ambito cristiano, per quanto riguarda sia il cammello che il dromedario, evoca la loro capacità di portare enormi pesi con determinazione e senza mai lamentarsi. Un tratto che rimanda indubbiamente al Salvatore, ma anche agli eremiti che vivevano nel deserto dedicandosi completamente ed esclusivamente a Dio.
Fig. 3 - Dromedario; Affresco (particolare); Anonimo; Seconda metà XV secolo; Cappella di San Maurizio; Roccaforte Mondovì.
L’inevitabile confondersi di cammello e dromedario nel profilo di un animale più immaginato che conosciuto
19 gennaio 2025
Cuneo
Tra gli “animali natalizi”, oltre all’asino e al bue, trova posto anche il cammello, in qualche modo legato alla figura dei magi. A collegare i cammelli (e/o i dromedari) ai magi non sono però né gli scritti del Nuovo Testamento, né i testi apocrifi e nemmeno gli scritti dei padri della chiesa. Basti pensare che di essi non si trova traccia alcuna nemmeno nei numerosi sermoni che proprio alla festa dell’epifania dedica, nel V secolo dopo Cristo, papa Leone I, il cui influsso sulla teologia e sulla prassi ecclesiale dell’epoca fu tale da farlo chiamare “Magno”, e dunque “il Grande”. È assai probabile invece che il raccordo di questi animali coi magi sia derivato da un passo del libro veterotestamentario del profeta Isaia che, successivamente interpretato come un testo capace di prefigurare in qualche modo la figura del messia: «Un redentore verrà per Sion (…), le nazioni cammineranno alla tua luce e i re allo splendore del tuo levare (…), stuoli di cammelli e dromedari di Madian e d’Efa ti copriranno; quelli di Sceba verranno tutti, portando oro ed incenso, e proclamando le lodi dell’Eterno» (Is 59, 20; 60, 3: 60, 6). E chi, se non i magi, avrebbero camminato seguendo una luce, portando oro e incenso e - a questo punto - usando come cavalcature cammelli e dromedari? Gli ingredienti per connettere i cammelli con la figura dei magi c’erano dunque tutti e non era affatto difficile, anche ad un occhio poco attento, scorgerli e rilevarne l’evidenza.
Va ovviamente tenuto presente che l’inserimento di questi animali nell’immaginario cristiano fu decisamente meno immediato di quello relativo ad altri loro simili. Si trattava infatti di animali esotici, coi quali non c’era familiarità e che tendevano a poter essere facilmente confusi. È vero che il profilo fisico del cammello si caratterizzava per un’unica gobba, mentre quello del dromedario per due gobbe: in fondo però si trattava di due animali piuttosto simili quanto ad altezza, mole e forme del muso. Sarà dunque proprio in questa prospettiva, in qualche modo assecondata anche dal passo di Isaia citato in precedenza, che una loro assimilazione non susciterà affatto stupore. Il cammello poi, per la sua capacità di bestia da soma in grado di trasportare pesi immani attraversando spazi desertici sconfinati, da più di un padre della chiesa venne paragonato a Cristo stesso, che per salvare gli uomini aveva deciso di caricare su di sé il fardello stesso del peccato. Del cammello poi, in particolare, si registrava la presenza sia in numerosi brani dell’antico testamento, sia in due passi del nuovo: quello in cui l’evangelista Marco ricorda che Giovanni il Battista “aveva un abito di peli di cammello” e l’enigmatica frase con cui Gesù avrebbe sottolineato che “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Tutti presupposti che avrebbero aperto la strada a una presenza di cammelli e dromedari, peraltro nemmeno troppo enfatizzata, nella successiva iconografia cristiana.
Difficile capire perché di questi due animali, anche il dromedario ma soprattutto il cammello, non si registri nell’iconografia cristiana in generale, ma soprattutto in quella dell’Adorazione dei Magi una presenza così frequente come ci si aspetterebbe. E questo nonostante ad inserirla in questo stesso soggetto figurativo sia stato niente meno che Giotto. È suo infatti l’affresco che, legato a questa specifica scena e dipinto nella Cappella degli Scrovegni di Padova (Fig. 1), inserisce forse per la prima volta in questa iconografia la figura del cammello. Questo affresco si connota innanzitutto anche per un’altra innovazione: è qui infatti che fa la sua apparizione inedita, nel soggetto della Natività di Cristo, la stella cometa. Una stella che, proprio nel suo arrestarsi sopra la capanna in cui è appena nato il misterioso bambino cercato dai magi, funge da indicatore della fine della lunga ricerca compiuta da essi. E, se questi ultimi sono rappresentati mentre onorano Gesù con i doni dell’oro, dell’incenso e della mirra, ecco che alle loro spalle - ricoprendo uno spazio dell’affresco corrispondente più o meno ad un terzo di esso - a trovare posto sono proprio due cammelli. E, se entrambi risultano assolutamente riconoscibili per il loro muso appuntito e per le loro orecchie aguzze, solo il primo di essi si segnala per le sue lunghe gambe e per la gobba su cui a poggiare è una rossa sella, volta ad indicarne il suo utilizzo come mezzo di trasporto di persone e merci. Più ambiguo appare invece il pelo, nell’affresco più simile a quello liscio dei dromedari che non a quello folto e irsuto dei cammelli.
Fig. 1 - Adorazione dei Magi; Tempera su tavola; Giotto; 1303-1305; Cappella degli Scrovegni; Padova.
Senza voler escludere del tutto che ce ne possa essere qualche esempio, ciò che va certamente rimarcato è il fatto che la figura dei cammelli, nella specifica declinazione del soggetto dell’“adorazione dei magi”, non abbia di fatto riscontri. La figura del re e quella del suo seguito, nell’immaginario proprio delle nostre terre in quell’epoca, erano presumibilmente così legate alla figura del cavallo da non lasciare spazio, nemmeno in questo caso, alla sostituzione di esso con animali il cui tratto esotico avrebbe certamente vivacizzato e reso più curiosa la scena in questione. Il cammello appare invece con una certa costanza, sia pure in una forma indiretta, nell’abbigliamento del Precursore: il suo austero abito, fatto di una pelle che richiama assai da vicino proprio quella folta e irsuta del cammello. Emblematico in questa prospettiva è il vestito di pelle animale fatto indossare dall’anonimo artista proprio a Giovanni il Battista nella sua immagine inserita nel ciclo di affreschi della chiesa di sant’Agostino a Saliceto (Fig. 2). Ricoperto da un mantello rosso e del tutto in tono con la capigliatura scarmigliata del santo rappresentato, la corta tunica da lui indossata - per la verità quasi una sorta di sacco dal quali fuoriescono le mani - evoca visivamente proprio il pelo del cammello. Quello di cui il già citato passo del vangelo di Marco ci narra andasse vestito il Battista in segno di penitenza.
Fig. 2 - San Giovanni Battista; Affresco (Particolare); Anonimo; XV secolo; Chiesa di Sant’Agostino; Saliceto.
Se la presenza del cammello non viene registrata nell’arte cuneese tardomedievale, almeno per quanto riguarda le pur numerose rappresentazioni dell’“Adorazione dei Magi” che ci sono rimaste, a dover invece essere registrata è la presenza isolata di un’immagine del dromedario. Essa si materializza in una teoria di animali ed esseri umani che si alternano nel velario che occupa il registro inferiore dell’affresco dipinto intorno all’XI secolo a decorazione del catino absidale della cappella di san Maurizio a Roccaforte Mondovì (Fig. 3). E tra essi, le cui figure sono disegnate in una forma che ne evidenzia il contorno con un colore rosso-bruno avvolgendo ogni altro dettaglio in una sorta di evanescenza di fondo, a trovare posto nella parte del velario che fuoriesce dall’abside sulla destra è proprio un dromedario. A consentirne l’identificazione, distinguendolo dal cammello, è l’unica gobba che ne contraddistingue il profilo. Difficile però dire se l’antico pittore intendesse davvero raffigurare un dromedario o invece il cammello. Che rimandi all’uno o all’altro, la figura rappresentata assume tuttavia – al pari di tutte le altre del velario di Roccaforte – una valenza simbolica: che in ambito cristiano, per quanto riguarda sia il cammello che il dromedario, evoca la loro capacità di portare enormi pesi con determinazione e senza mai lamentarsi. Un tratto che rimanda indubbiamente al Salvatore, ma anche agli eremiti che vivevano nel deserto dedicandosi completamente ed esclusivamente a Dio.
Fig. 3 - Dromedario; Affresco (particolare); Anonimo; Seconda metà XV secolo; Cappella di San Maurizio; Roccaforte Mondovì.