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10 luglio 2026

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La docile forza del bue nel supportare i lavori agricoli assimilata al sacrificio di Cristo per salvare l’umanità

25 dicembre 2024

Cuneo

1 - Adorazione dei pastori; Pannello di pala d’altare (particolare); Niccolò di Pietro Gerini; 1383; National Gallery; Londra. L’avvento dei trattori, con la crescente potenza e duttilità che essi col tempo hanno saputo dimostrare, di fatto ha cancellato dalle nostre campagne una presenza fino ad allora ritenuta indispensabile per lavoro dei campi: quella del bue che, fino agli inizi del Novecento, era considerato l’animale da tiro per eccellenza: era lui, durante l’autunno, a muovere guidato dai contadini gli aratri che preparavano i campi alla semina; era ancora lui a trainare, in estate, i carri che portavano in cascina il fieno e il grano; ed era infine lui a supportare il lavoro in vigna, non solo durante l’autunnale vendemmia, ma anche quando invece a dover essere tracciati erano i solchi nei quali sarebbero poi state impiantate le nuove barbatelle. La sua capacità di sopportare sforzi immani, unita alla docilità del suo carattere, lo rendeva pienamente adatto a contribuire significativamente ad alleviare le fatiche dei contadini. Senza poi dimenticare che il suo cibarsi di erba e foraggio rendeva il suo mantenimento ad un tempo assai semplice e poco costoso. Ed era questa la ragione - cosa che spiega la nascita relativamente recente della “Fiera del Bue Grasso” di Carrù, almeno nella sua forma attuale esplicitamente legata al mondo degli allevatori - per cui i buoi, così importanti sul piano della gestione delle campagne, un tempo venivano macellati, per dirla così, a fine carriera. Fornendo peraltro una carne che, destinata soprattutto ai bolliti, era ritenuta prelibatissima. Un animale così apprezzato per forza e docilità non poteva che trovare un suo specifico spazio negli immaginari simbolici che dall’antichità vennero via via succedendosi. Già nel contesto delle civiltà medio-orientali, non senza che questo trovasse poi una significativa eco nel mondo nella cultura greco-romana, il bue è simbolo di forza, pazienza e sacrificio, tutte virtù che ben si addicevano a divinità legate alla terra e alla natura, oltre che alla loro salvaguardia. Fu quasi certamente in questa prospettiva che nell’antico Egitto, ritenendolo l’incarnazione del dio Ptah creatore e protettore del mondo, si venerava il bue Apis. E questo stesso legame con la fertilità venne simboleggiato dal bue anche nel mondo classico, non senza che questo bovino venisse spesso usato in sacrifici volti a ottenere dagli dei raccolti abbondanti. Nell’immaginario cristiano, non senza una certa continuità col simbolismo precedente, il bue se per un verso vede andar perso il riferimento alla fertilità, per l’altro vede invece enfatizzato quello alla perseveranza e alla pazienza. E proprio in questo senso il bue venne addirittura assunto a simbolo del sacrificio redentivo di Cristo: come questo animale da tiro portava pesi immani, sostituendosi all’agricoltore, così anche Cristo aveva portato su di sé, con pazienza e perseveranza, il peso dei peccati dell’uomo, accettando di sacrificarsi al suo posto pur di garantirgli la salvezza. Non è da escludere che quest’ associazione simbolica tra il bue e Cristo abbia a che fare con l’inserimento di questo animale nell’iconografia della natività di Cristo. Al riguardo occorre tuttavia immediatamente segnalare come i due testi canonici che raccontano la nascita di Gesù – il vangelo di Matteo e quello di Luca – non facciano cenno alcuno alla presenza dei due animali. Essi infatti, nella narrazione letteraria di questa vicenda, non rivestono nemmeno il ruolo di comparse. E questo sebbene essi in seguito sarebbero entrati a far parte delle rappresentazioni figurative di questo evento della vita di Cristo fino a trasformarsi in co-protagonisti della scena insieme a Maria, a Giuseppe e al piccolo Gesù. E, nel loro dividersi la scena, non sarebbero mancate delle opere nelle quali ad essere messa in risalto sarebbe stata proprio la figura del bue. Cosa che accade, ad esempio, nella pala d’altare dipinta da Jacopo di Cione e Niccolò di Pietro Gerini nel 1383 e destinata al convento delle Clarisse di Santa Maria di Monticelli a Firenze. 1 - Adorazione dei pastori; Pannello di pala d’altare (particolare); Niccolò di Pietro Gerini; 1383; National Gallery; Londra. Fig. 1 - Adorazione dei pastori; Pannello di pala d’altare (particolare); Niccolò di Pietro Gerini; 1383; National Gallery; Londra. Nel pannello dedicato all’adorazione dei pastori (Fig. 1), dipinto dal secondo dei due artisti e conservata alla National Gallery di Londra, proprio il bue assume un rilievo particolare: il suo muso affilato, le sue corna possenti, la sua postura ieratica ne fanno quasi un alter ego del Gesù bambino sorretto a suo fianco da Maria. E i suoi occhi, quasi meditabondi, nel guardare lontano sembrano alludere proprio al sacrificio del quale Cristo è destinato a divenire vittima. Un’analoga posizione di rilevanza è assegnata proprio al bue nell’affresco di Tommaso e Matteo Biazaci incentrato sull’Adorazione dei magi e dipinto sulla parete sinistra della Chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo a Sampeyre (Fig. 2). 2 - Adorazione dei magi; Affresco (Particolare); Tommaso e Matteo Biazaci; Seconda metà XV secolo; Chiesa Parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo; Sampeyre. Fig. 2 - Adorazione dei magi; Affresco (Particolare); Tommaso e Matteo Biazaci; Seconda metà XV secolo; Chiesa Parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo; Sampeyre. Il rilievo attribuito al bue, nel pannello di Niccolò di Pietro Gerini, ne accentuava così marcatamente la dimensione simbolica da consentire addirittura di istituire un parallelo tra il bue e Cristo, entrambi pensati come vittime sacrificali. Nel caso dell’affresco dei Biazaci, in cui la figura del bue viene marcatamente evidenziata sia rispetto all’asino che sta a suo fianco sia rispetto alla scena stessa dell’Adorazione dei magi, questo stesso rilievo attribuito al bue sembra tuttavia svolgere una funzione estetica, facendo così passare in secondo piano la funzione simbolica. A mancare del tutto in quest’opera è infatti l’accostamento diretto del bue a Gesù bambino che, del dipinto precedentemente considerato, costituiva invece uno dei fulcri portanti della scena. A confermarci nella pertinenza di questa lettura del bue come semplice riempitivo della scena rappresentata, senza che in questo caso l’imponenza della sua mole e sue puntute corna riescano ad invertire la situazione, è il suo risultare quasi disinteressato a ciò che sta accadendo intorno a lui. Il suo unico obiettivo sembra infatti costituito dall’approfittare della mangiatoria che ha davanti per assumere cibo e ruminarlo. Nell’assegnare al bue un rilievo puramente estetico, i fratelli Biazaci intendono tuttavia imprimere alla scena dell’Adorazione dei magi, dove ad essere protagonisti sono in ultimo tre re e il “re dei re”, un tratto di normalità. La presenza del bue, tutto intento a mangiare tranquillamente nella greppia mentre a pochi passi da lui i magi adorano il bambino che hanno così a lungo cercato, sembra cioè svolgere la stessa funzione del paesaggio che fa da sfondo alla scena e che, nell’alternare prati, boschi, montagne e castelli, la rende più prossima e familiare a coloro che si soffermeranno a guardarla. Ed è proprio alla normalità della presenza del bue nel contesto contadino, privata del tutto di qualsiasi riferimento simbolico, che richiama l’affresco – purtroppo seriamente deteriorato – dipinto nella seconda metà del Quattrocento da Giovanni Mazzucco e conservato nell’antico convento dei Domenicani a Peveragno (Fig. 3). 3 - Buoi intenti ad arare; Affresco (particolare); Giovanni Mazzucco; Seconda metà XV secolo; Antico convento dei Domenicani; Peveragno. Fig. 3 - Buoi intenti ad arare; Affresco (particolare); Giovanni Mazzucco; Seconda metà XV secolo; Antico convento dei Domenicani; Peveragno. A trovare posto in esso, da pensarsi come un tassello di un più ampio tentativo di evocare le attività agricole svolte dai Domenicani stessi, è proprio una coppia di buoi. Questi ultimi, presumibilmente guidati da un frate in abito da lavoro, sono intenti ad arare un campo. Nient’altro dunque che una delle attività più comuni nelle quali questi animali venivano impiegati. E tuttavia, proprio dal modo in cui essi sono assorti nello svolgere il loro compito, ad affiorare sono ancora una volta quei tratti che hanno accompagnato simbolicamente il bue nella storia degli uomini: la sua forza, la sua docilità, la sua pazienza.
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