cuneo
Il fascino enigmatico del gatto, che pare sia stato addomesticato in Medio-Oriente intorno al 7.500 a.C., è pari almeno alla sua utilità. Prezioso alleato contro il diffondersi inarrestabile dei roditori, grazie alla sua capacità di cacciare, alla sua autonomia e indipendenza, al suo muoversi silenziosamente e senza farsi troppo notare, ha saputo creare già con gli uomini di epoche remotissime una simbiosi tutta particolare. E sarebbe stata proprio quest’ultima a svilupparsi nei secoli e a far giocare al gatto un ruolo peculiare specie nei contesti rurali. Qui il gatto era apprezzato principalmente per il fatto che, per la sua abilità nel cacciare topi, rappresentava per le famiglie contadine un alleato indispensabile nel proteggere raccolti, granai e scorte alimentari. Una funzione che faceva del gatto un elemento fondamentale nell’economia agricola, per la quale il preservare con cura ogni risorsa, grande o piccola che fosse, era essenziale e di primaria importanza. E quanto questo ruolo difensivo del gatto contro i piccoli predatori fosse decisivo ce lo dicono espressioni via via divenute proverbiali come «Quando non c’è il gatto, i topi ballano» oppure «Non conta il colore del gatto, conta che acchiappi i topi». Non era però quella l’unica funzione del gatto in quello specifico contesto: la sua capacità di badare a sé stesso, senza interferire troppo nella vita di chi gli stava intorno, rendeva estremamente apprezzata la sua discreta compagnia.
A colpire gli uomini e le donne, nell’osservare il gatto, fin dagli inizi della storia che li avrebbe visti interagire furono i suoi occhi: le loro pupille verticali, capaci di dilatarsi o restringersi a seconda della luce, nel loro brillare nel buio rendevano quell’animale ad un tempo affascinante e misterioso, oltre che connotato da un’ambiguità di fondo. È proprio questa ambiguità che può venire rilevata già nella dea egizia Bastet, le cui sembianze feline la erigono a simbolo della protezione della casa e della famiglia, cui essa adempie modulando, a seconda delle situazioni, affabilità e ferocia. Ed è questa stessa ambiguità che, relativamente al gatto, verrà recepita anche dalla simbologia cristiana. Proprio gli occhi del gatto, capaci di vedere agevolmente anche al buio, e la sua propensione a muoversi soprattutto la notte finirono col far associare questo animale al mondo demoniaco, legandolo non di rado al demonio stesso o a figure, come quelle delle streghe, che del mondo diabolico erano in quell’epoca ritenute espressioni peculiari. Nemmeno questo tuttavia riuscì a impedire che il gatto, lungo tutto il Medioevo, fosse molto apprezzato: la sua funzione difensiva in relazione a topi e altri roditori fece sì che esso fosse registrabile come una presenza concreta non solo in abbazie e monasteri, dove era ritenuto essenziale per proteggere derrate e libri, ma anche tra gli eremiti, che ritenevano il suo muoversi in sordina del tutto consono al loro condurre una silenziosa vita di preghiera.
Proprio questa dimensione ambigua della figura del gatto, per un verso simbolo dell’oscuro mondo di Satana e dei suoi angeli caduti e per l’altro della capacità di essere silenziosamente vigili contro la tentazione, rende la sua presenza nei dipinti a carattere religioso non così massiccia. E tuttavia - e questo prova come l’assolutizzazione della negatività del gatto in epoca medievale e tardomedievale sia decisamente fuorviante - è la sua presenza anche in soggetti figurativi legati alla stessa storia della salvezza. A confermarci come questa presenza sul piano del figurativo potesse diventare centrale è l’olio su tela dipinto da Lorenzo Lotto e in origine destinato a decorare l’Oratorio della confraternita di Santa Maria dei Mercanti a Recanati (Fig. 1). È in quest’opera infatti, ora conservata al Museo civico di Recanati, che proprio la figura del gatto trova un’inattesa centralità: Lotto infatti lo colloca niente meno che tra Maria e l’arcangelo Gabriele nel momento stesso in cui quest’ultimo entra in scena per annunciare alla Vergine che diventerà madre del Salvatore. Il gatto è posizionato al centro della scena in un atteggiamento spaventato, con la schiena inarcata e le zampe anteriori sollevate, guardando verso l’alto, quasi spaventato da una presenza – quella dell’arcangelo – che non si attendeva. Un dettaglio ovviamente fatto oggetto di molte interpretazioni, ma che a noi serve esclusivamente per mostrare come la figura del gatto non fosse affatto incompatibile col sacro.
Fig. 1 - Annunciazione; Olio su Tela; Lorenzo Lotto; 1534 ca.; Museo Civico; Recanati.
L’immagine del gatto, nel dipinto di Lotto appena considerato, evidenzia comunque una irriducibile ambiguità: il suo ritrarsi di fronte all’angelo, se può essere semplicemente letto come la reazione immediata dell’animale a una presenza inattesa, al contrario può essere invece interpretato come l’esplodere del terrore, in un’animale legato al maligno, nel trovarsi di fronte alla potenza di un angelo. Questa ambiguità risulta invece del tutto dissolta nell’affresco tardo quattrocentesco dell’Annunciazione conservato nella Cappella di Sant’Anna a Cercenasco (Fig. 2) e dipinto da un pittore al quale, proprio per la sua attività svolta su questi muri, è stato attribuito il nome di “Maestro di Cercenasco”.
Fig. 2 - Annunciazione; Affresco; Maestro di Cercenasco; Fine XV secolo; Cappella di Sant’Anna; Cercenasco (To).
In questa pittura murale il gatto, il cui manto è di colore beige chiaro con due macchie tendenti al nero all’altezza del collo e sulla parte terminale della zampa destra, è rappresentato nell’atto di giocare con un lembo inferiore del mantello blu che avvolge la Madonna assorta in preghiera con in mano un libro. L’arcangelo Gabriele, curiosamente assente da questo dipinto incentrato sull’Annunciazione, viene quasi sostituito dallo Spirito Santo che, sotto forma di colomba, è rappresentato al termine del volo col quale raggiunge Maria per stendere su di lei «l’ombra dell’Altissimo». La sua presenza non sembra tuttavia turbare il gatto che continua imperterrito a giocherellare con l’abito di Maria.
Se dunque nel primo dipinto qui considerato ad avvolgere la figura del gatto è un’aura ambigua, che non preclude del tutto un suo legame col mondo del diabolico, questo aspetto specifico nell’affresco di Cercenasco - di cui non va sottovalutato l’essere cronologicamente precedente a quello di Lotto - appare del tutto rimosso. E questo al punto che la presenza del gatto, nella scena in questione, sembra quasi voler rimarcare il suo costituirsi come animale domestico la cui presenza quotidiana nelle case dell’epoca doveva essere del tutto normale. E a confermarlo, nell’arte figurativa del territorio cuneese e di quelli limitrofi, è la presenza tutt’altro che irrisoria di questa figura nelle opere d’arte volte a decorare sia edifici sacri che palazzi e castelli. Così a diventare emblematico in ordine a questa presenza è un affresco che, dipinto nella Confraternita di sant’Agostino a Saliceto (Fig. 3), rappresenta un parto. È piuttosto evidente che non si tratta né di una natività di Cristo né di quella di Maria, visto che nessuna delle figure rappresentate è contraddistinto dall’aureola. Al contrario ad essere assunto come soggetto dell’affresco è la nascita di un bimbo/bimba presumibilmente in una delle sale del locale castello. Ed è proprio da una nicchia ad arco, collocata nel muro della sala che un gatto dal pelo di colore grigio osserva il movimento che si è creato intorno al neonato. Non senza per questo scomporsi più di tanto.
Fig. 3 - Gatto (particolare); Affresco; Anonimo; Fine XV secolo; Confraternita di Sant’Agostino; Saliceto.
La valenza ambigua del gatto nell’immaginario cristiano tra seduzione diabolica e forza di opporsi alla tentazione
15 dicembre 2024
Cuneo
Il fascino enigmatico del gatto, che pare sia stato addomesticato in Medio-Oriente intorno al 7.500 a.C., è pari almeno alla sua utilità. Prezioso alleato contro il diffondersi inarrestabile dei roditori, grazie alla sua capacità di cacciare, alla sua autonomia e indipendenza, al suo muoversi silenziosamente e senza farsi troppo notare, ha saputo creare già con gli uomini di epoche remotissime una simbiosi tutta particolare. E sarebbe stata proprio quest’ultima a svilupparsi nei secoli e a far giocare al gatto un ruolo peculiare specie nei contesti rurali. Qui il gatto era apprezzato principalmente per il fatto che, per la sua abilità nel cacciare topi, rappresentava per le famiglie contadine un alleato indispensabile nel proteggere raccolti, granai e scorte alimentari. Una funzione che faceva del gatto un elemento fondamentale nell’economia agricola, per la quale il preservare con cura ogni risorsa, grande o piccola che fosse, era essenziale e di primaria importanza. E quanto questo ruolo difensivo del gatto contro i piccoli predatori fosse decisivo ce lo dicono espressioni via via divenute proverbiali come «Quando non c’è il gatto, i topi ballano» oppure «Non conta il colore del gatto, conta che acchiappi i topi». Non era però quella l’unica funzione del gatto in quello specifico contesto: la sua capacità di badare a sé stesso, senza interferire troppo nella vita di chi gli stava intorno, rendeva estremamente apprezzata la sua discreta compagnia.
A colpire gli uomini e le donne, nell’osservare il gatto, fin dagli inizi della storia che li avrebbe visti interagire furono i suoi occhi: le loro pupille verticali, capaci di dilatarsi o restringersi a seconda della luce, nel loro brillare nel buio rendevano quell’animale ad un tempo affascinante e misterioso, oltre che connotato da un’ambiguità di fondo. È proprio questa ambiguità che può venire rilevata già nella dea egizia Bastet, le cui sembianze feline la erigono a simbolo della protezione della casa e della famiglia, cui essa adempie modulando, a seconda delle situazioni, affabilità e ferocia. Ed è questa stessa ambiguità che, relativamente al gatto, verrà recepita anche dalla simbologia cristiana. Proprio gli occhi del gatto, capaci di vedere agevolmente anche al buio, e la sua propensione a muoversi soprattutto la notte finirono col far associare questo animale al mondo demoniaco, legandolo non di rado al demonio stesso o a figure, come quelle delle streghe, che del mondo diabolico erano in quell’epoca ritenute espressioni peculiari. Nemmeno questo tuttavia riuscì a impedire che il gatto, lungo tutto il Medioevo, fosse molto apprezzato: la sua funzione difensiva in relazione a topi e altri roditori fece sì che esso fosse registrabile come una presenza concreta non solo in abbazie e monasteri, dove era ritenuto essenziale per proteggere derrate e libri, ma anche tra gli eremiti, che ritenevano il suo muoversi in sordina del tutto consono al loro condurre una silenziosa vita di preghiera.
Proprio questa dimensione ambigua della figura del gatto, per un verso simbolo dell’oscuro mondo di Satana e dei suoi angeli caduti e per l’altro della capacità di essere silenziosamente vigili contro la tentazione, rende la sua presenza nei dipinti a carattere religioso non così massiccia. E tuttavia - e questo prova come l’assolutizzazione della negatività del gatto in epoca medievale e tardomedievale sia decisamente fuorviante - è la sua presenza anche in soggetti figurativi legati alla stessa storia della salvezza. A confermarci come questa presenza sul piano del figurativo potesse diventare centrale è l’olio su tela dipinto da Lorenzo Lotto e in origine destinato a decorare l’Oratorio della confraternita di Santa Maria dei Mercanti a Recanati (Fig. 1). È in quest’opera infatti, ora conservata al Museo civico di Recanati, che proprio la figura del gatto trova un’inattesa centralità: Lotto infatti lo colloca niente meno che tra Maria e l’arcangelo Gabriele nel momento stesso in cui quest’ultimo entra in scena per annunciare alla Vergine che diventerà madre del Salvatore. Il gatto è posizionato al centro della scena in un atteggiamento spaventato, con la schiena inarcata e le zampe anteriori sollevate, guardando verso l’alto, quasi spaventato da una presenza – quella dell’arcangelo – che non si attendeva. Un dettaglio ovviamente fatto oggetto di molte interpretazioni, ma che a noi serve esclusivamente per mostrare come la figura del gatto non fosse affatto incompatibile col sacro.
Fig. 1 - Annunciazione; Olio su Tela; Lorenzo Lotto; 1534 ca.; Museo Civico; Recanati.
L’immagine del gatto, nel dipinto di Lotto appena considerato, evidenzia comunque una irriducibile ambiguità: il suo ritrarsi di fronte all’angelo, se può essere semplicemente letto come la reazione immediata dell’animale a una presenza inattesa, al contrario può essere invece interpretato come l’esplodere del terrore, in un’animale legato al maligno, nel trovarsi di fronte alla potenza di un angelo. Questa ambiguità risulta invece del tutto dissolta nell’affresco tardo quattrocentesco dell’Annunciazione conservato nella Cappella di Sant’Anna a Cercenasco (Fig. 2) e dipinto da un pittore al quale, proprio per la sua attività svolta su questi muri, è stato attribuito il nome di “Maestro di Cercenasco”.
Fig. 2 - Annunciazione; Affresco; Maestro di Cercenasco; Fine XV secolo; Cappella di Sant’Anna; Cercenasco (To).
In questa pittura murale il gatto, il cui manto è di colore beige chiaro con due macchie tendenti al nero all’altezza del collo e sulla parte terminale della zampa destra, è rappresentato nell’atto di giocare con un lembo inferiore del mantello blu che avvolge la Madonna assorta in preghiera con in mano un libro. L’arcangelo Gabriele, curiosamente assente da questo dipinto incentrato sull’Annunciazione, viene quasi sostituito dallo Spirito Santo che, sotto forma di colomba, è rappresentato al termine del volo col quale raggiunge Maria per stendere su di lei «l’ombra dell’Altissimo». La sua presenza non sembra tuttavia turbare il gatto che continua imperterrito a giocherellare con l’abito di Maria.
Se dunque nel primo dipinto qui considerato ad avvolgere la figura del gatto è un’aura ambigua, che non preclude del tutto un suo legame col mondo del diabolico, questo aspetto specifico nell’affresco di Cercenasco - di cui non va sottovalutato l’essere cronologicamente precedente a quello di Lotto - appare del tutto rimosso. E questo al punto che la presenza del gatto, nella scena in questione, sembra quasi voler rimarcare il suo costituirsi come animale domestico la cui presenza quotidiana nelle case dell’epoca doveva essere del tutto normale. E a confermarlo, nell’arte figurativa del territorio cuneese e di quelli limitrofi, è la presenza tutt’altro che irrisoria di questa figura nelle opere d’arte volte a decorare sia edifici sacri che palazzi e castelli. Così a diventare emblematico in ordine a questa presenza è un affresco che, dipinto nella Confraternita di sant’Agostino a Saliceto (Fig. 3), rappresenta un parto. È piuttosto evidente che non si tratta né di una natività di Cristo né di quella di Maria, visto che nessuna delle figure rappresentate è contraddistinto dall’aureola. Al contrario ad essere assunto come soggetto dell’affresco è la nascita di un bimbo/bimba presumibilmente in una delle sale del locale castello. Ed è proprio da una nicchia ad arco, collocata nel muro della sala che un gatto dal pelo di colore grigio osserva il movimento che si è creato intorno al neonato. Non senza per questo scomporsi più di tanto.
Fig. 3 - Gatto (particolare); Affresco; Anonimo; Fine XV secolo; Confraternita di Sant’Agostino; Saliceto.