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10 luglio 2026

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La mitezza dell’Agnello e il suo utilizzo sacrificale nella rappresentazione cristiana dell’ “Agnus Dei”

10 novembre 2024

Cuneo

1 - Adorazione dell’agnello, Olio su tavola (particolare), Jan e Hubert van Eyck, 1426-1432, Cattedrale di Saint-Bavon, Gand (Belgio). Sulle tavole dei più prestigiosi ristoranti, e non solo italiani, non è difficile scorrendo il menu imbattersi nell’“agnello sambucano”, le cui carni riescono a dar vita a piatti ricercati per la loro grande eccellenza. Questo agnello prende il nome dal paese di Sambuco, situato nell’alta valle Stura: è qui infatti che questa razza ovina autoctona, tanto resistente da riuscire ad adattarsi perfettamente al clima delle vallate cuneesi, ha trovato il suo habitat ideale, diventando un elemento quasi irrinunciabile dello stesso paesaggio delle Alpi Marittime e Cozie. A prescindere però dalla razza in questione e da quanto tempo essa sia presente sulle montagne che ci circondano, quel che è certo è che in queste valli pecore e agnelli giocassero da sempre un ruolo di primo piano nell’alimentazione e nell’economia di queste terre. Non è affatto strano dunque che esso appartenesse all’immaginario locale, probabilmente da ben prima che il cristianesimo, attraverso un’intensa opera di evangelizzazione, sostituisse anche qui il precedente paganesimo, non di rado recependo e riconfigurando una simbologia formatasi nello scorrere dei millenni.  E in questa riconfigurazione simbolica sarebbe stato certamente coinvolta anche la figura dell’agnello, destinata a giocare nell’orizzonte della nuova religione un ruolo certamente di primissimo piano. Specie in contesti montani gli ovini erano decisivi per la carne, per il latte e per la lana che producevano. E gli agnelli, destinati ad accrescere le greggi, erano inevitabilmente percepiti come un segno di fertilità che attestava lo sguardo benevolo delle divinità su uno specifico villaggio o su un più ampio territorio. A questo aspetto se ne univa però un secondo: la vulnerabilità dell’agnello e la sua natura docile ne fecero in molte civiltà antiche, sia laddove esso era utilizzato in rituali sacrificali sia invece laddove questa pratica non era in uso, un simbolo di innocenza e di purezza. E sarà proprio in questo senso che l’agnello in ambito cristiano, fin dalle pitture murali delle catacombe e dagli affreschi delle prime basiliche romane, comincerà a simboleggiare Cristo stesso: e dunque il figlio di Dio fatto uomo che aveva accettato di essere “condotto al macello” e “pecora muta di fronte ai suoi tosatori” (Is 53, 7). Questa immagine veterotestamentaria risuonò potentemente anche nel nuovo Testamento: Cristo stesso infatti non solo sarà proposto nella poetica visionaria dell’Apocalisse come colui che, venendo a giudicare il mondo alla fine dei tempi assumerà le forme dell’“Agnello immolato” (Ap 5, 6), ma anche come “l’Agnello” destinato a sedere sul trono (Ap 22, 3) della città santa: la nuova Gerusalemme. Sarà a partire da questo orizzonte scritturistico e artistico che, nel contesto del figurativo cristiano, verrà prendendo forma l’immagine dell’Agnus Dei, il cui nome si ancora nella definizione che di Cristo diede Giovanni il Battista quando, circondato dai suoi discepoli, lo vide venirgli incontro: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo” (Gv 1, 29). Proprio l’Agnus Dei diventerà il fulcro di un autentico capolavoro che, dipinto nella prima metà del XV secolo da Jan e Hubert van Eyck, è attualmente esposta nella Cattedrale di saint-Bavon nella città belga di Gand (Fig. 1). In uno scenario naturale, dominato dal continuo contrapporsi di diverse sfumature di verde e interrotto solo dal profilo di una città e dallo svettare di una torre, a trovare posto sulla tovaglia bianca di un altare rivestito di tessuto rosso, è proprio un agnello. La sua posizione ieratica è del tutto in sintonia col suo sguardo autorevole puntato dritto dritto negli occhi di chi lo osserva. A sgorgare dal suo petto è un fiotto di sangue che, raccolto in un calice posto sull’altare, evidenzia il legame dell’opera con l’eucarestia intesa come memoria del sacrificio di Cristo. Ed è proprio questo sacrificio, attraverso cui l’agnello da vittima si è ormai trasformato nel redentore, ad essere richiamato dagli stessi angeli intenti ad adorare l’Agnus Dei, alcuni dei quali esibiscono gli strumenti della passione di Cristo: dalla croce alla colonna della flagellazione, dal bastone attraverso cui gli venne porta una spugna imbevuta di aceto, alla lancia che trapassò il suo costato. 1 - Adorazione dell’agnello, Olio su tavola (particolare), Jan e Hubert van Eyck, 1426-1432, Cattedrale di Saint-Bavon, Gand (Belgio). Fig. 1 Adorazione dell’agnello, Olio su tavola (particolare), Jan e Hubert van Eyck, 1426-1432, Cattedrale di Saint-Bavon, Gand (Belgio). A sottolineare invece lo stretto legame tra l’Agnus Dei e Giovanni il Battista è l’affresco di Hans Clemer collocato in un corridoio del Castello Rosso di Costigliole Saluzzo (Fig. 2). A consentire l’identificazione del santo rappresentato con il Precursore sono sia la sua tunica rossa, che ne attesta l’essere morto martire per mano di Erode Antipa cui Giovanni aveva contestato la sua convivenza con la cognata Erodiade, sia la pietra preziosa che brilla all’altezza del suo collo, forse un sottile riferimento al suo aver dato anche la vita per testimoniare l’approssimarsi del Regno di Dio (Cfr. Mt 13, 45-46). A connotare in modo specifico la figura del Battista, nel suo ruolo biblico di colui che è chiamato a manifestare profeticamente chi sarà l’effettivo Salvatore atteso da Israele, è però l’agnello indicato da Giovanni con la mano destra, mentre lo sorregge con la sinistra su un supporto in legno. E che proprio questo agnello sia l’Agnus Dei non ci sono dubbi: a confermarlo sono infatti sia l’aureola da cui il suo capo e circonfuso, ma soprattutto il vessillo pasquale collocato alle sue spalle. Un vessillo che, pur in assenza nell’affresco di qualsivoglia riferimento al sangue, attraverso la croce che in esso si intravvede rimarca come questo agnello vada identificato con Cristo come Figlio di Dio che, per salvare l’umanità dal peccato e dalla morte, ha accettato di morire crocefisso. L’Agnus Dei, Affresco, Fine XV secolo, Hans Clemer, Castello Rosso, Costigliole Saluzzo. Fig. 2 L’Agnus Dei, Affresco, Fine XV secolo, Hans Clemer, Castello Rosso, Costigliole Saluzzo. Una presenza meno incisiva dell’agnello, seppur non per questo destinata a marginalizzare questa figura, la si può invece rilevare nell’affresco trecentesco di sant’Agnese collocata nella volta della chiesa di san Domenico ad Alba (Fig. 3). Inserita in una delle quattro vele nelle quali trovano posto altrettante sante l’epilogo della cui vita è rappresentato dal martirio, Agnese ha in questo caso le forme di una donna in età avanzata, ormai assisa su un trono che ne rimarca l’ormai ottenuta partecipazione alla gloria stessa di Dio. Ed è proprio ai piedi di Agnese, e più precisamente alla sua destra, che trova posto un agnello. In questo caso occorre però immediatamente segnalare come l’agnello in questione non possa in alcun modo essere identificato con l’Agnus Dei. Al contrario esso si connota come un semplice agnello volto ad assumere però un tratto simbolico volto a richiamare la figura stesso di Agnese: secondo la tradizione infatti il nome di quest’ultima deriverebbe dal latino agna, termine col quale si indicava l’“agnella”.  E, nella logica del nomen homen, il nome “Agnese” anticipava un tratto decisivo della sua figura: il suo essere cioè mite e umile come un’agnella. Saranno dunque proprio questa mitezza e umiltà a legare inscindibilmente la figura di Agnese, pur in modo indiretto, all’Agnus Dei, modello di mitezza e umiltà per tutti coloro che avrebbero seguito le sue orme fino ad affrontare, per lui, il sacrificio del martirio. Sant’Agnese, Affresco, Ignoto, Prima metà XIV secolo, Chiesa di San Domenico, Alba. Fig. 3 Sant’Agnese, Affresco, Ignoto, Prima metà XIV secolo, Chiesa di San Domenico, Alba.
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