editoriale
Tra le figure rappresentate sulle pareti dei muri delle cappelle tardomedievali del Piemonte, alcune di esse segnatamente nel Cuneese o più globalmente in Piemonte, a poter essere rinvenuta è quella di un vescovo dall’identità dubbia. Il problema posto da questa figura infatti, pur dopo aver stabilito che essa vada identificata con san Siro, è di capire di quale san Siro si tratti. Di san Siro infatti ce ne sono due: il primo vescovo di Pavia ed il terzo vescovo di Genova. Entrambi peraltro risultano collocabili nella medesima epoca e cioè nel IV secolo, anche se per il vescovo di Genova non mancano fonti che ne fisserebbero il periodo di episcopato uno o due secoli più tardi. Ed anche la diffusione del loro culto non è di grande aiuto: entrambe le diocesi che i due santi vescovi guidarono sono infatti piuttosto prossime al Piemonte, impedendo così di ipotizzare con un certo grado di probabilità che possa trattarsi dell’uno o dell’altro. Dunque, nelle iconografie che andremo a trattare al loro riguardo, il dubbio su quale dei due san Siro si tratta permarrà come una costante, senza che ci sia offerta una qualche possibilità di addivenire ad una precisazione che sia davvero risolutiva della questione. Un unico elemento, salvo che in un caso, potrebbe però deporre a favore di un’identificazione del san Siro rappresentato in epoca tardomedievale, col vescovo di Genova. L’utilizzo come frequentata fonte di ispirazione da parte dei frescanti di questo periodo della Legenda aurea potrebbe indurre ad avanzare, sia pure con estrema prudenza questa ipotesi. E infatti solo a san Siro vescovo di Genova, e non al primo vescovo di Pavia, che Iacopo da Varagine dedica un intero capitolo.
La ragione di questa scelta dell’autore della Legenda aurea è facilmente spiegabile: Iacopo da Varagine, sia pure nella seconda metà del XIII secolo, fu lui stesso vescovo di Genova. Non è dunque per nulla strano che egli abbia deciso di dare ampio spazio, nella sua opera, ad una figura di santo che, pur non essendo tra i nomi più illustri della galassia agiografica cristiana, era pur sempre stato un suo predecessore. Ecco dunque perché, mentre san Siro di Pavia appare citato nella Legenda aurea del tutto marginalmente, di san Siro di Genova vengono narrati, in modo peraltro piuttosto dettagliato, vita e miracoli. E questo sebbene l’autore dell’opera, connotando il suo predecessore come «silenzioso rispetto allo strepito dell’inquietudine del mondo» sembri quasi suggerire che al suo riguardo le notizie non risultino così abbondanti. In ogni caso Iacopo da Varagine non si sottrae al suo impegno e avvia la narrazione della vita di Siro da Genova sottolineando come egli, «già santo da bambino, cominciò ad attendere alle virtù con perseveranza, a passare il suo tempo negli studi e a riempirsi, come un vaso nuovo, di tutto ciò che in seguito avrebbe per sempre conservato». Questa sua santità infantile non si espresse però soltanto nella sua vita virtuosa, ma anche in numerosi prodigi: come quando, essendogli morto un merlo, gli «mise un po’ di saliva sul becco, e subito egli riprese vita» o come nel caso in cui, con una mistura di saliva e terra passata suo volto, restituì a un cieco «la luce degli occhi che la natura gli aveva negato».
Fig. 1 - San Siro; Affresco; Anonimo; Seconda metà XV secolo; Cappella di San Sebastiano; Sale San Giovanni;.
Essendo questi miracoli del santo proseguiti sia nel momento in cui egli «fu affidato dai genitori al vescovo della città (…) perché lo facesse istruire nelle sacre lettere e lo facesse crescere nelle sacre virtù», sia quando egli fu chiamato da san Felice stesso a diventare «suo diacono», nel momento in cui il vescovo di Genova morì, «san Siro fu eletto all’unanimità come suo successore». E fu in questo ruolo che egli «governava i suoi fedeli con grande attenzione, li riempiva di ardore e li istruiva con cura». Ed è forse proprio per questa ragione che le rappresentazioni di san Siro che ci sono rimaste, pur mantenendo l’ambiguità di cui si parlava precedentemente, puntano tutte su quello che è stato il suo ruolo di guida del territorio a lui affidato. Ed è dunque nei suoi abiti di vescovo che lo troviamo dipinto all’interno della piccola cappella di san Sebastiano a Sale san Giovanni in un affresco della seconda metà del Quattrocento (Fig. 1): ad esservi rappresentato è dunque un vescovo che, avvolto in un ampio piviale dal colore verde, porta in testa una mitra nera abbellita da decorazioni rosse, tiene nella mano destra un pastorale e stringe a sé con la sinistra un voluminoso libro rosso facilmente identificabile con un evangelario. E chi sia effettivamente questo vescovo, che senza questa precisazione resterebbe senza un’identità specifica, è proprio l’iscrizione posta sopra il suo capo, che lo indica in latino come “San Syrus Episcopus”.
Fig. 2 - San Siro; Affresco; Anonimo; XV secolo; Chiesa di San Siro; Casalborgone (TO).
Ed è ancora un vescovo ad essere rappresentato, anche in questo caso identificato dall’iscrizione latina che lo sovrasta, nell’affresco del XV secolo (Fig. 2) conservato nella chiesa di San Siro a Casalborgone, sulla collina torinese. In questo caso il prelato, abbigliato con un camice bianco quasi nascosto dal piviale questa volta all’esterno di colore rosso e all’interno verde, è rappresentato nell’atto di benedire coloro che guardano a lui. A stringere il pastorale, il cui puntale d’oro si segnala per la massiccia raffinatezza, è in questo caso la mano sinistra, rivestita al pari della destra da un guanto bianco. Il capo, su cui poggia una mitra bianca capace di imprimere una notevole solennità al soggetto che la porta, si distingue per i lunghi capelli biondi che fuoriescono da essa posandosi sulle spalle di san Siro, il cui volto dai grandi occhi e dalle guance arrossate, sembra percorso da un sentimento di preoccupazione. Questo stesso sentimento sembra animare anche la rappresentazione di san Siro rinvenibile nell’affresco dipinto agli inizi del XVI secolo da Sperindio Cagnoli nella chiesa di san Marcello a Paruzzaro (Fig. 3), nell’area del Novarese prossima al Lago Maggiore. L’opera, resa poco leggibile in quanto compromessa dal degrado legato al tempo, lascia tuttavia intravvedere un vescovo nell’atto di benedire con la mano destra e di tenere un ormai invisibile pastorale nella sinistra, mentre la mitra segnala la dignità episcopale di colui che la porta.
Fig. 3 - San Siro; Affresco; Sperindio Cagnoli; Inizi XVI secolo; Chiesa di San Marcello; Paruzzaro (NO).
C’è discussione invece tra gli storici dell’arte in merito alla figura collocata nell’affresco absidale della splendida chiesa di san Secondo a Cortazzone (Fig. 4), nell’Astigiano: potrebbe trattarsi di san Brunone di Asti, divenuto prima Abate di Montecassino e poi vescovo di Segni in Lazio, oppure proprio di san Siro, questa volta però da identificarsi non con il succitato vescovo di Genova ma piuttosto con quello invece coevo di Pavia. Non mancano ovviamente indizi tesi a far propendere per l’una e per l’altra ipotesi. Sia Brunone di Asti che Siro di Pavia furono entrambi cardinali. E proprio da cardinale, con tanto di galero in capo, è abbigliato il personaggio dipinto a Cortazzone, consentendo così di escludere che possa trattarsi di Siro di Genova e, in qualche modo confermando che proprio quest’ultimo sia invece il protagonista dei dipinti precedentemente considerati. E tuttavia a suggerire, pur con tutto con tutto il beneficio del dubbio, che a venire rappresentato nell’affresco di Cortazzone possa essere proprio Siro di Pavia c’è un elemento da non sottovalutare: il fatto cioè che il gesto del cardinale intento a donare a Cristo un modellino di chiesa sia simmetrico a quello di san Secondo di Asti. Una simmetria che potrebbe essere assai significativa, legando le due città nella chiesa di Cortazzone: un luogo che, in seguito passato sotto il dominio di Asti, tra l’XI e il XIV secolo era stato un feudo di Pavia. Cosa che, anche con un intento politico volto a sedare tensioni che in quel territorio continuavano a permanere proprio a causa del cambio di dominio col passaggio da Pavia ad Asti, potrebbe giustificare la presenza nell’affresco, in veste di cardinale, del primo prestigioso vescovo della città lombarda.
Fig. 4 - San Siro o San Brunone; Affresco; Segurano Cigna; XIV secolo; Cappella di San Secondo; Cortazzone.
San Siro vescovo di Genova o San Siro vescovo di Pavia?
14 aprile 2024
Cuneo
Tra le figure rappresentate sulle pareti dei muri delle cappelle tardomedievali del Piemonte, alcune di esse segnatamente nel Cuneese o più globalmente in Piemonte, a poter essere rinvenuta è quella di un vescovo dall’identità dubbia. Il problema posto da questa figura infatti, pur dopo aver stabilito che essa vada identificata con san Siro, è di capire di quale san Siro si tratti. Di san Siro infatti ce ne sono due: il primo vescovo di Pavia ed il terzo vescovo di Genova. Entrambi peraltro risultano collocabili nella medesima epoca e cioè nel IV secolo, anche se per il vescovo di Genova non mancano fonti che ne fisserebbero il periodo di episcopato uno o due secoli più tardi. Ed anche la diffusione del loro culto non è di grande aiuto: entrambe le diocesi che i due santi vescovi guidarono sono infatti piuttosto prossime al Piemonte, impedendo così di ipotizzare con un certo grado di probabilità che possa trattarsi dell’uno o dell’altro. Dunque, nelle iconografie che andremo a trattare al loro riguardo, il dubbio su quale dei due san Siro si tratta permarrà come una costante, senza che ci sia offerta una qualche possibilità di addivenire ad una precisazione che sia davvero risolutiva della questione. Un unico elemento, salvo che in un caso, potrebbe però deporre a favore di un’identificazione del san Siro rappresentato in epoca tardomedievale, col vescovo di Genova. L’utilizzo come frequentata fonte di ispirazione da parte dei frescanti di questo periodo della Legenda aurea potrebbe indurre ad avanzare, sia pure con estrema prudenza questa ipotesi. E infatti solo a san Siro vescovo di Genova, e non al primo vescovo di Pavia, che Iacopo da Varagine dedica un intero capitolo.
La ragione di questa scelta dell’autore della Legenda aurea è facilmente spiegabile: Iacopo da Varagine, sia pure nella seconda metà del XIII secolo, fu lui stesso vescovo di Genova. Non è dunque per nulla strano che egli abbia deciso di dare ampio spazio, nella sua opera, ad una figura di santo che, pur non essendo tra i nomi più illustri della galassia agiografica cristiana, era pur sempre stato un suo predecessore. Ecco dunque perché, mentre san Siro di Pavia appare citato nella Legenda aurea del tutto marginalmente, di san Siro di Genova vengono narrati, in modo peraltro piuttosto dettagliato, vita e miracoli. E questo sebbene l’autore dell’opera, connotando il suo predecessore come «silenzioso rispetto allo strepito dell’inquietudine del mondo» sembri quasi suggerire che al suo riguardo le notizie non risultino così abbondanti. In ogni caso Iacopo da Varagine non si sottrae al suo impegno e avvia la narrazione della vita di Siro da Genova sottolineando come egli, «già santo da bambino, cominciò ad attendere alle virtù con perseveranza, a passare il suo tempo negli studi e a riempirsi, come un vaso nuovo, di tutto ciò che in seguito avrebbe per sempre conservato». Questa sua santità infantile non si espresse però soltanto nella sua vita virtuosa, ma anche in numerosi prodigi: come quando, essendogli morto un merlo, gli «mise un po’ di saliva sul becco, e subito egli riprese vita» o come nel caso in cui, con una mistura di saliva e terra passata suo volto, restituì a un cieco «la luce degli occhi che la natura gli aveva negato».
Fig. 1 - San Siro; Affresco; Anonimo; Seconda metà XV secolo; Cappella di San Sebastiano; Sale San Giovanni;.
Essendo questi miracoli del santo proseguiti sia nel momento in cui egli «fu affidato dai genitori al vescovo della città (…) perché lo facesse istruire nelle sacre lettere e lo facesse crescere nelle sacre virtù», sia quando egli fu chiamato da san Felice stesso a diventare «suo diacono», nel momento in cui il vescovo di Genova morì, «san Siro fu eletto all’unanimità come suo successore». E fu in questo ruolo che egli «governava i suoi fedeli con grande attenzione, li riempiva di ardore e li istruiva con cura». Ed è forse proprio per questa ragione che le rappresentazioni di san Siro che ci sono rimaste, pur mantenendo l’ambiguità di cui si parlava precedentemente, puntano tutte su quello che è stato il suo ruolo di guida del territorio a lui affidato. Ed è dunque nei suoi abiti di vescovo che lo troviamo dipinto all’interno della piccola cappella di san Sebastiano a Sale san Giovanni in un affresco della seconda metà del Quattrocento (Fig. 1): ad esservi rappresentato è dunque un vescovo che, avvolto in un ampio piviale dal colore verde, porta in testa una mitra nera abbellita da decorazioni rosse, tiene nella mano destra un pastorale e stringe a sé con la sinistra un voluminoso libro rosso facilmente identificabile con un evangelario. E chi sia effettivamente questo vescovo, che senza questa precisazione resterebbe senza un’identità specifica, è proprio l’iscrizione posta sopra il suo capo, che lo indica in latino come “San Syrus Episcopus”.
Fig. 2 - San Siro; Affresco; Anonimo; XV secolo; Chiesa di San Siro; Casalborgone (TO).
Ed è ancora un vescovo ad essere rappresentato, anche in questo caso identificato dall’iscrizione latina che lo sovrasta, nell’affresco del XV secolo (Fig. 2) conservato nella chiesa di San Siro a Casalborgone, sulla collina torinese. In questo caso il prelato, abbigliato con un camice bianco quasi nascosto dal piviale questa volta all’esterno di colore rosso e all’interno verde, è rappresentato nell’atto di benedire coloro che guardano a lui. A stringere il pastorale, il cui puntale d’oro si segnala per la massiccia raffinatezza, è in questo caso la mano sinistra, rivestita al pari della destra da un guanto bianco. Il capo, su cui poggia una mitra bianca capace di imprimere una notevole solennità al soggetto che la porta, si distingue per i lunghi capelli biondi che fuoriescono da essa posandosi sulle spalle di san Siro, il cui volto dai grandi occhi e dalle guance arrossate, sembra percorso da un sentimento di preoccupazione. Questo stesso sentimento sembra animare anche la rappresentazione di san Siro rinvenibile nell’affresco dipinto agli inizi del XVI secolo da Sperindio Cagnoli nella chiesa di san Marcello a Paruzzaro (Fig. 3), nell’area del Novarese prossima al Lago Maggiore. L’opera, resa poco leggibile in quanto compromessa dal degrado legato al tempo, lascia tuttavia intravvedere un vescovo nell’atto di benedire con la mano destra e di tenere un ormai invisibile pastorale nella sinistra, mentre la mitra segnala la dignità episcopale di colui che la porta.
Fig. 3 - San Siro; Affresco; Sperindio Cagnoli; Inizi XVI secolo; Chiesa di San Marcello; Paruzzaro (NO).
C’è discussione invece tra gli storici dell’arte in merito alla figura collocata nell’affresco absidale della splendida chiesa di san Secondo a Cortazzone (Fig. 4), nell’Astigiano: potrebbe trattarsi di san Brunone di Asti, divenuto prima Abate di Montecassino e poi vescovo di Segni in Lazio, oppure proprio di san Siro, questa volta però da identificarsi non con il succitato vescovo di Genova ma piuttosto con quello invece coevo di Pavia. Non mancano ovviamente indizi tesi a far propendere per l’una e per l’altra ipotesi. Sia Brunone di Asti che Siro di Pavia furono entrambi cardinali. E proprio da cardinale, con tanto di galero in capo, è abbigliato il personaggio dipinto a Cortazzone, consentendo così di escludere che possa trattarsi di Siro di Genova e, in qualche modo confermando che proprio quest’ultimo sia invece il protagonista dei dipinti precedentemente considerati. E tuttavia a suggerire, pur con tutto con tutto il beneficio del dubbio, che a venire rappresentato nell’affresco di Cortazzone possa essere proprio Siro di Pavia c’è un elemento da non sottovalutare: il fatto cioè che il gesto del cardinale intento a donare a Cristo un modellino di chiesa sia simmetrico a quello di san Secondo di Asti. Una simmetria che potrebbe essere assai significativa, legando le due città nella chiesa di Cortazzone: un luogo che, in seguito passato sotto il dominio di Asti, tra l’XI e il XIV secolo era stato un feudo di Pavia. Cosa che, anche con un intento politico volto a sedare tensioni che in quel territorio continuavano a permanere proprio a causa del cambio di dominio col passaggio da Pavia ad Asti, potrebbe giustificare la presenza nell’affresco, in veste di cardinale, del primo prestigioso vescovo della città lombarda.
Fig. 4 - San Siro o San Brunone; Affresco; Segurano Cigna; XIV secolo; Cappella di San Secondo; Cortazzone.