chiesa
«Marta, che ha il titolo di merito di aver ospitato Gesù, era di origine regia tanto da parte del padre Siro, quanto da parte della madre Eucaria. Il padre governava la Siria e molte città marine, mentre Marta, con sua sorella, era padrona, per linea materna, delle intere città di Magdala e di Betania, oltre che di una parte di Gerusalemme. Non risulta da nessuna fonte scritta che mai si fosse sposata, né che abbia mai avuto relazioni con uomini. Era lei che, come nobile padrona, voleva servire il Signore, insistendo che anche la sorella servisse, perché pensava che per un tale ospite non bastasse il servizio del mondo intero». Contrariamente alla sorella, che in linea con l’agiografia medievale Iacopo da Varagine pensa come donna in un primo momento preda dei piaceri della carne e posseduta da sette demoni, e solo successivamente liberata da Gesù stesso che la scelse come prima testimone della sua risurrezione, il modo in cui egli descrive Marta ne fa quasi un personaggio antitetico a quello della sorella stessa: vergine senza se e senza ma, tutta dedita alla casa, esclusivamente attenta a servire il Signore preoccupandosi - addirittura al di là del dovuto - della qualità della sua accoglienza. E tuttavia ella sembra capire a fondo la lezione impartitale da Gesù quando egli, invitato da Marta a sollecitare Maria che lo stava ascoltando tranquillamente anziché aiutarla a servirlo, le disse: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
La certezza che Maria avesse scelto la parte migliore fu così la ragione per cui Marta cominciò a guardare alla sorella come ad un esempio da seguire non solo sul piano spirituale, ma anche nelle scelte concrete da lei operate: «Dopo l’ascensione del Signore, quando gli apostoli si dispersero, Marta con sua sorella Maria Maddalena e suo fratello Lazzaro, in compagnia anche di Massimino, che le aveva battezzate e a cui lo Spirito Santo le aveva affidato, furono caricati dagli infedeli su una zattera e gettati in mare senza remi né vele, né timone né viveri. Tuttavia, guidati dal Signore, arrivarono fino a Marsiglia. Andarono poi nella zona in cui sorge Aix-en Provence, dove convertirono gli abitanti alla fede: Marta infatti era una buona parlatrice ed era gradita a tutti». E fu lì che «Marta, chiesto il permesso al suo maestro Massimino e a sua sorella Maddalena, si fermò, dedita a continue preghiere e digiuni». A poco a poco attorno a Marta cominciò dunque a raccogliersi un gran numero di donne, attratte dalla sua fede e desiderose di condividerla con lei. Ella infatti «conduceva una vita molto severa, non mangiando carne, grassi, uova e formaggio né bevendo vino. Mangiava solo una volta al giorno e si inginocchiava ben cento volte nella giornata e altrettante la notte». Ben presto in quel luogo Marta fondò una grande basilica dedicata alla Vergine, dove visse con le sue consorelle predicando la fede cristiana e diffondendola in tutto il territorio circostante.
Proprio questo territorio, insieme all’intera Provenza, era allora terrorizzata da un mostro che viveva in un bosco tra Arles e Avignone. E non si trattava affatto di un mostro qualunque: nato in centro all’Anatolia «da un Leviatano, che è un serpente d’acqua ferocissimo e da un’animale che ha nome “onaco”, che ha la proprietà di lanciare il suo sterco contro chi lo insegue, come se fosse una freccia destinata a bruciare chi ne è colpito», era stato portato in nave proprio nel territorio in cui si sarebbe fermata Marta. Ed era un mostro davvero terribile anche nell’aspetto: «mezzo animale e mezzo pesce, un po’ più grande di un bue, più lungo di un cavallo, con denti affilati come spade, con due piastre ai fianchi come una tartaruga, nascosto nel fiume uccideva tutti coloro che lo attraversando, facendo anche affondare le navi che lo percorrevano». Proprio questo mostro sarebbe diventato uno dei simboli iconografici di santa Marta, come appare ben visibile nell’affresco della sorella della Maddalena dipinto agli inizi del XV secolo nella precettoria di sant’Antonio di Ranverso a Buttigliera Alta, nel Torinese (Fig. 1): in esso si vede il mostro in questione, conosciuto in Provenza come tarasca, accucciato ai piedi della santa, che lo tiene prigioniero con una cintura stretta intorno al collo. E che, come se con quel gesto intendesse controllare meglio i movimenti del drago ed evitare ogni sua reazione violenta, ha il capo completamente sporto verso il basso.
Fig. 1 - Santa Marta e la Tarasca; Affresco; Giacomo Jaquerio (?); Inizi XV secolo; Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso; Buttigliera Alta (TO).
L’immagine rispecchia piuttosto fedelmente il racconto contenuto nel capitolo della Legenda aurea dedicato a Marta: «La gente del luogo la pregò di occuparsene e lei lo trovò in un bosco mentre stava mangiando un uomo. Gli gettò sopra dell’acqua benedetta e gli mostrò la croce. E fu allora che l’animale, come soggiogato, stette davanti a Marta mansueto come una pecora. Marta lo legò con la sua cintura e gli abitanti poterono così ucciderlo a colpi di lancia e di pietra. Gli abitanti chiamarono l’animale “tarascuro” e perciò, in memoria di questo prodigio, quel luogo si chiama ancora oggi Tarascona, mentre prima si chiamava Nerluc, che significa “luogo nero”, perché lì i boschi sono fitti e pieni di ombra». La scena contenuta nell’affresco di sant’Antonio di Ranverso risulta tutta incentrata sul rapporto che viene a stabilirsi tra la santa, abbigliata come una monaca i cui abiti spiccano per i loro smaglianti colori, e la yarasca, rappresentata come un mostro dal corpo ricoperto di squame e dalla bocca ferocemente spalancata, sebbene ora la sua ferocia sia stata completamente rintuzzata e resa del tutto impotente da santa Marta che lo tiene sotto controllo con la sua stessa cintura. Ad intravvedersi appena in questa immagine è lo strumento del quale la santa si è servita per ridurre il feroce mostro ad un animale del tutto mansueto: l’acqua benedetta. Proprio quella che diventerà il più costante simbolo iconografico della santa in questione.
Fig. 2 - Santa Marta; Affresco; Anonimo; Prima metà del XVI secolo; Cappella di San Francesco; Boves.
Ed è proprio l’acqua benedetta a diventare centrale in due affreschi di santa Marta: quello dipinto nella prima metà del XVI secolo nella cappella di san Francesco a Boves (Fig. 2) e quello realizzato nella seconda metà del XV secolo all’interno della Cappella di san Bernardino a Lusernetta (Fig. 3), nel Pinerolese. Nell’uno e nell’altro la figura della santa, vestita in entrambi i casi da monaca, sorregge nel primo con la mano destra e nel secondo con la sinistra un secchiello nel quale ad essere contenuta è proprio dell’acqua benedetta, come del resto evidenzia la presenza in entrambi gli affreschi dell’aspersorio, strumento del quale la santa si sarebbe servita per ammansire la tarasca.
Fig. 3 - Santa Marta; Affresco; Metà XV secolo; Maestro di Lusernetta; Cappella di San Bernardino; Lusernetta (To).
Un ultimo affresco infine, realizzato agli inizi del XIV secolo da Dux Aimo nella cappella di santa Maria Stella del comune di Macello (Fig. 4) nel Torinese, ci mostra la santa distesa su un letto color porpora, evidentemente morta, con al fianco un angelo di cui il deterioramento dell’affresco stesso impedisce di scorgere sia il viso e sia la parte alta del busto. Nonostante l’assenza di questo dettaglio, sembra essere piuttosto evidente l’ispirazione di questa immagine proprio a un dettaglio del passo dedicato dalla Legenda aurea alla morte della sorella di Marta che, «sette giorni prima di morire, cominciò a sentire i cori angelici che portavano al cielo l’anima della sorella». Un dettaglio che forse spiega la presenza dell’angelo, nell’affresco della cappella di Santa Maria Stella, forse intento a evocare con il suo canto il transito dell’anima della santa dalla terra al cielo.
Fig. 4 - Santa Marta; Affresco; Inizi XIV secolo; Dux Aimo ; Cappella di Santa Maria Stella; Macello (TO).
Santa Marta Vergine e la sua austera vita da monaca nei boschi della Provenza
07 aprile 2024
Cuneo
«Marta, che ha il titolo di merito di aver ospitato Gesù, era di origine regia tanto da parte del padre Siro, quanto da parte della madre Eucaria. Il padre governava la Siria e molte città marine, mentre Marta, con sua sorella, era padrona, per linea materna, delle intere città di Magdala e di Betania, oltre che di una parte di Gerusalemme. Non risulta da nessuna fonte scritta che mai si fosse sposata, né che abbia mai avuto relazioni con uomini. Era lei che, come nobile padrona, voleva servire il Signore, insistendo che anche la sorella servisse, perché pensava che per un tale ospite non bastasse il servizio del mondo intero». Contrariamente alla sorella, che in linea con l’agiografia medievale Iacopo da Varagine pensa come donna in un primo momento preda dei piaceri della carne e posseduta da sette demoni, e solo successivamente liberata da Gesù stesso che la scelse come prima testimone della sua risurrezione, il modo in cui egli descrive Marta ne fa quasi un personaggio antitetico a quello della sorella stessa: vergine senza se e senza ma, tutta dedita alla casa, esclusivamente attenta a servire il Signore preoccupandosi - addirittura al di là del dovuto - della qualità della sua accoglienza. E tuttavia ella sembra capire a fondo la lezione impartitale da Gesù quando egli, invitato da Marta a sollecitare Maria che lo stava ascoltando tranquillamente anziché aiutarla a servirlo, le disse: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
La certezza che Maria avesse scelto la parte migliore fu così la ragione per cui Marta cominciò a guardare alla sorella come ad un esempio da seguire non solo sul piano spirituale, ma anche nelle scelte concrete da lei operate: «Dopo l’ascensione del Signore, quando gli apostoli si dispersero, Marta con sua sorella Maria Maddalena e suo fratello Lazzaro, in compagnia anche di Massimino, che le aveva battezzate e a cui lo Spirito Santo le aveva affidato, furono caricati dagli infedeli su una zattera e gettati in mare senza remi né vele, né timone né viveri. Tuttavia, guidati dal Signore, arrivarono fino a Marsiglia. Andarono poi nella zona in cui sorge Aix-en Provence, dove convertirono gli abitanti alla fede: Marta infatti era una buona parlatrice ed era gradita a tutti». E fu lì che «Marta, chiesto il permesso al suo maestro Massimino e a sua sorella Maddalena, si fermò, dedita a continue preghiere e digiuni». A poco a poco attorno a Marta cominciò dunque a raccogliersi un gran numero di donne, attratte dalla sua fede e desiderose di condividerla con lei. Ella infatti «conduceva una vita molto severa, non mangiando carne, grassi, uova e formaggio né bevendo vino. Mangiava solo una volta al giorno e si inginocchiava ben cento volte nella giornata e altrettante la notte». Ben presto in quel luogo Marta fondò una grande basilica dedicata alla Vergine, dove visse con le sue consorelle predicando la fede cristiana e diffondendola in tutto il territorio circostante.
Proprio questo territorio, insieme all’intera Provenza, era allora terrorizzata da un mostro che viveva in un bosco tra Arles e Avignone. E non si trattava affatto di un mostro qualunque: nato in centro all’Anatolia «da un Leviatano, che è un serpente d’acqua ferocissimo e da un’animale che ha nome “onaco”, che ha la proprietà di lanciare il suo sterco contro chi lo insegue, come se fosse una freccia destinata a bruciare chi ne è colpito», era stato portato in nave proprio nel territorio in cui si sarebbe fermata Marta. Ed era un mostro davvero terribile anche nell’aspetto: «mezzo animale e mezzo pesce, un po’ più grande di un bue, più lungo di un cavallo, con denti affilati come spade, con due piastre ai fianchi come una tartaruga, nascosto nel fiume uccideva tutti coloro che lo attraversando, facendo anche affondare le navi che lo percorrevano». Proprio questo mostro sarebbe diventato uno dei simboli iconografici di santa Marta, come appare ben visibile nell’affresco della sorella della Maddalena dipinto agli inizi del XV secolo nella precettoria di sant’Antonio di Ranverso a Buttigliera Alta, nel Torinese (Fig. 1): in esso si vede il mostro in questione, conosciuto in Provenza come tarasca, accucciato ai piedi della santa, che lo tiene prigioniero con una cintura stretta intorno al collo. E che, come se con quel gesto intendesse controllare meglio i movimenti del drago ed evitare ogni sua reazione violenta, ha il capo completamente sporto verso il basso.
Fig. 1 - Santa Marta e la Tarasca; Affresco; Giacomo Jaquerio (?); Inizi XV secolo; Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso; Buttigliera Alta (TO).
L’immagine rispecchia piuttosto fedelmente il racconto contenuto nel capitolo della Legenda aurea dedicato a Marta: «La gente del luogo la pregò di occuparsene e lei lo trovò in un bosco mentre stava mangiando un uomo. Gli gettò sopra dell’acqua benedetta e gli mostrò la croce. E fu allora che l’animale, come soggiogato, stette davanti a Marta mansueto come una pecora. Marta lo legò con la sua cintura e gli abitanti poterono così ucciderlo a colpi di lancia e di pietra. Gli abitanti chiamarono l’animale “tarascuro” e perciò, in memoria di questo prodigio, quel luogo si chiama ancora oggi Tarascona, mentre prima si chiamava Nerluc, che significa “luogo nero”, perché lì i boschi sono fitti e pieni di ombra». La scena contenuta nell’affresco di sant’Antonio di Ranverso risulta tutta incentrata sul rapporto che viene a stabilirsi tra la santa, abbigliata come una monaca i cui abiti spiccano per i loro smaglianti colori, e la yarasca, rappresentata come un mostro dal corpo ricoperto di squame e dalla bocca ferocemente spalancata, sebbene ora la sua ferocia sia stata completamente rintuzzata e resa del tutto impotente da santa Marta che lo tiene sotto controllo con la sua stessa cintura. Ad intravvedersi appena in questa immagine è lo strumento del quale la santa si è servita per ridurre il feroce mostro ad un animale del tutto mansueto: l’acqua benedetta. Proprio quella che diventerà il più costante simbolo iconografico della santa in questione.
Fig. 2 - Santa Marta; Affresco; Anonimo; Prima metà del XVI secolo; Cappella di San Francesco; Boves.
Ed è proprio l’acqua benedetta a diventare centrale in due affreschi di santa Marta: quello dipinto nella prima metà del XVI secolo nella cappella di san Francesco a Boves (Fig. 2) e quello realizzato nella seconda metà del XV secolo all’interno della Cappella di san Bernardino a Lusernetta (Fig. 3), nel Pinerolese. Nell’uno e nell’altro la figura della santa, vestita in entrambi i casi da monaca, sorregge nel primo con la mano destra e nel secondo con la sinistra un secchiello nel quale ad essere contenuta è proprio dell’acqua benedetta, come del resto evidenzia la presenza in entrambi gli affreschi dell’aspersorio, strumento del quale la santa si sarebbe servita per ammansire la tarasca.
Fig. 3 - Santa Marta; Affresco; Metà XV secolo; Maestro di Lusernetta; Cappella di San Bernardino; Lusernetta (To).
Un ultimo affresco infine, realizzato agli inizi del XIV secolo da Dux Aimo nella cappella di santa Maria Stella del comune di Macello (Fig. 4) nel Torinese, ci mostra la santa distesa su un letto color porpora, evidentemente morta, con al fianco un angelo di cui il deterioramento dell’affresco stesso impedisce di scorgere sia il viso e sia la parte alta del busto. Nonostante l’assenza di questo dettaglio, sembra essere piuttosto evidente l’ispirazione di questa immagine proprio a un dettaglio del passo dedicato dalla Legenda aurea alla morte della sorella di Marta che, «sette giorni prima di morire, cominciò a sentire i cori angelici che portavano al cielo l’anima della sorella». Un dettaglio che forse spiega la presenza dell’angelo, nell’affresco della cappella di Santa Maria Stella, forse intento a evocare con il suo canto il transito dell’anima della santa dalla terra al cielo.
Fig. 4 - Santa Marta; Affresco; Inizi XIV secolo; Dux Aimo ; Cappella di Santa Maria Stella; Macello (TO).