cuneo
In territorio cuneese la diffusione dell’iconografia tardomedievale di Leonardo di Noblac è decisamente rara. Fatto quest’ultimo che appare piuttosto strano, visto che invece la fama di santità di questo santo dalla Francia era penetrata significativamente nelle terre al di qua delle Alpi, come peraltro dimostra la presenza di altre immagini di san Leonardo in diverse zone del Piemonte. La ragione di questa fama era legata innanzitutto al suo essere considerato vicino a prigionieri e carcerati, peraltro in un’epoca in cui il cadere in questa condizione spesso era frutto di puro arbitrio e di palesi ingiustizie. La sua venerazione inoltre, a causa dei numerosi miracoli a lui attribuiti, riguardava anche persone che nulla avevano a che vedere con la detenzione o la galera: dai parti complessi alle emicranie, dalle malattie del bestiame agli eventi atmosferici avversi, soprattutto nel mondo delle campagne il suo nome veniva invocato continuamente. Ed è sicuramente per questa sua straordinaria fama, peraltro piuttosto capillare e diffusa in tutta Italia, che la sua figura venne inserita anche da Iacopo da Varagine nella Legenda aurea paragonandolo a un leone: Leonardo infatti, al pari di un leone, ebbe una forza tutta riposta «nel petto e nel capo (…): nel petto, sapendo porre freno ai pensieri cattivi, e nel capo, per la sua instancabile contemplazione delle cose divine». Ed è proprio lungo questa direttrice che Iacopo da Varagine incentrerà il suo breve capitolo dedicato alla vita di san Leonardo.«Leonardo visse intorno al 500. Fu battezzato nel sacro fonte da Remigio, Vescovo di Reims e da lui istruito nella dottrina della salvezza. I suoi genitori occupavano posizioni di massimo spicco alla corte del re di Francia (…). La fama della sua santità andava crescendo e il re lo voleva molto spesso con sé, per potergli poi affidare, a tempo debito, l’episcopato». Ed è in questa fase della vita di Leonardo che emerge in lui l’attitudine che lo renderà, più tardi, patrono dei carcerati: il santo infatti «godeva di tale considerazione presso il re che tutti i prigionieri che andava a visitare erano subito messi in libertà». Il sovrano infatti riponeva una tale fiducia in lui che aveva dato disposizioni per cui, laddove egli dopo aver visitato un prigioniero decidesse che quello andava liberato, questa sua decisione si trasformasse immediatamente in un ordine e che esso fosse eseguito come se a impartirlo fosse il re stesso. Il desiderio di quest’ultimo di fare di Leonardo un vescovo si scontrò però con la ritrosia del santo, che amava troppo la solitudine per accettare di rivestire quel ruolo. Fu dunque per questa ragione che «lasciato tutto, se ne andò predicando col suo fratello Lifardo, sin verso Orleans, dove vissero per qualche tempo in un monastero». Poi, mentre Lifardo decise di vivere una vita solitaria sulle sponde della Loira, Leonardo fece la medesima scelta, decidendo però di vivere «in un bosco presso la città di Limoges, dove c’era una dimora del re destinata alla caccia».
Leonardo, che aveva già rifiutato la nomina a vescovo, si sottrasse anche all’ordinazione sacerdotale, ritenendosi indegno di entrambe ed accettando soltanto di ricoprire il ruolo di diacono. Ed è per questo che la sua iconografia lo vede quasi sempre rappresentato con la dalmatica e cioè con i paramenti sacri che evocano questo ruolo. Al riguardo va però precisato come in realtà la dalmatica sia entrata in uso soltanto a partire dal IX secolo in avanti. Conseguentemente dunque l’iconografia tardomedievale usa la dalmatica per indicare il ruolo di Leonardo, senza che lui l’abbia in realtà mai indossata. In ogni caso, è proprio con questo paramento sacro che noi troviamo questo santo rappresentato nell’affresco del XIV secolo nella chiesa di santa Maria della Valle a Valgrana (Fig. 1).
Fig. 1 - San Leonardo di Noblac; Affresco; Anonimo; XIV secolo; Chiesa di Santa Maria della Valle; Valgrana.
Una dalmatica che, di colore verde e impreziosita dalla stoffa dorata che caratterizza il girocollo e il giromanica, avvolge quasi completamente il santo, che tiene nella mano destra un solido codice dalla copertina rossa, simbolo del suo impegno nel predicare con passione il vangelo. Il suo viso, identificato dall’iscrizione soprastante e connotato da una certa fissità, appare sereno, seppur improntato ad una severità di fondo forse giustificata anche dal continuo contatto del santo con persone incarcerate e dalla vita segnata da condizioni di detenzione per noi oggi inimmaginabili. Ed è proprio questa prigionia ad essere richiamata proprio dal massiccio ceppo di ferro che, destinato a immobilizzare i prigionieri, Leonardo tiene nella mano sinistra (Fig. 2).
Fig. 2 - San Leonardo di Noblac; Affresco (particolare); Anonimo; XIV secolo; Chiesa di Santa Maria della Valle; Valgrano.
Ed è proprio questo ceppo a diventare il simbolo iconografico identificativo di san Leonardo. Esso può assumere forme diverse, come avremo modo di vedere nei due affreschi che avremo modo di esaminare a breve. E tuttavia le sue diverse forme e, in qualche caso anche la diversità dei materiali con cui esso viene realizzato, non gli impedisce mai di fungere da rimando non solo all’attenzione del santo per prigionieri e carcerati dimostrata in vita, ma anche a un miracolo che si narra egli abbia compiuto dopo la morte: «Il visconte di Limoges, per intimorire i malviventi, aveva fatto costruire un’enorme catena, facendola poi infiggere al cippo d’una sua torre. A chiunque fosse posta al collo quella catena, esposto al rigore dell’aria, sembrava di morire non di una ma di mille morti. Ora, accadde che un servo di san Leonardo fosse legato a questa catena senza aver commesso nessuna colpa. E quando ormai stava per esalare l’ultimo respiro, pregò in cuor suo con tutte le forze san Leonardo che, come aveva liberato tanti altri, venisse in soccorso anche del suo servo. Subito san Leonardo gli apparve (…) e gli disse: “Non temere, perché non morirai. Alzati e portarti questa catena fino alla mia chiesa (…). E non appena egli fu giunto davanti alle porte san Leonardo lo rimise in libertà». E quell’uomo, per ringraziare il santo, appese quell’enorme catena davanti alla sua tomba, legando per i secoli a venire l’immagine di Leonardo alla liberazione dei carcerati.
Ceppi e catene divennero così il simbolo iconografico dal quale la rappresentazione di questo santo non può prescindere. Come accade, per esempio, nell’affresco della scuola di Giacomo Jaquerio dipinto nella prima metà del XV secolo nella Chiesa di San Pietro a Pianezza (Fig. 3), piccolo centro posto nella periferia di Torino all’imbocco della val Susa.
Fig. 3 - San Leonardo di Noblat; Affresco; Scuola di Giacomo Jaquerio; Prima metà del XV secolo; Chiesa di San Pietro; Pianezza.
In quest’opera san Leonardo, rappresentato con una dalmatica rossa e col viso compunto reso radioso da un’aureola dorata che ne evidenzia anche la tonsura, tiene anch’egli nella mano sinistra un ceppo: decisamente più sottile di quello massiccio che accompagna l’immagine del santo a Valgrana, e tuttavia inequivocabile nel suo rimarcare la figura rappresentata come legata al mondo della prigionia. Sempre dei ceppi, questa volta di colore scuro e con due anelli, è invece tenuto dal santo nella mano destra nella tempera su tavola realizzata agli inizi del XV secolo da Giovanni da Pisa e attualmente conservato a Palazzo Madama a Torino (Fig. 4).
Fig. 4 - San Leonardo di Noblat; Tempera su tavola; Giovanni da Pisa; Inizi del XV secolo; Palazzo Madama; Torino.
Un’opera nella quale a giocare un ruolo iconografico di primo piano è la dalmatica indossata dal santo e fortemente connotata dai ricami d’oro che arricchiscono i suoi tessuti e che rispecchiano perfettamente il risplendere dell’aureola che circonfonde il volto di Leonardo. Un’esplosione d’oro con cui sembra contrastare solo il colore dei ceppi neri sorretti dal santo e capaci di mostrare come la grandezza di san Leonardo affondi le sue radici proprio nella sua vicinanza ai carcerati.
San Leonardo di Noblac e la sua attenzione a prigionieri e carcerati nelle pitture di area cuneese
03 marzo 2024
Cuneo
In territorio cuneese la diffusione dell’iconografia tardomedievale di Leonardo di Noblac è decisamente rara. Fatto quest’ultimo che appare piuttosto strano, visto che invece la fama di santità di questo santo dalla Francia era penetrata significativamente nelle terre al di qua delle Alpi, come peraltro dimostra la presenza di altre immagini di san Leonardo in diverse zone del Piemonte. La ragione di questa fama era legata innanzitutto al suo essere considerato vicino a prigionieri e carcerati, peraltro in un’epoca in cui il cadere in questa condizione spesso era frutto di puro arbitrio e di palesi ingiustizie. La sua venerazione inoltre, a causa dei numerosi miracoli a lui attribuiti, riguardava anche persone che nulla avevano a che vedere con la detenzione o la galera: dai parti complessi alle emicranie, dalle malattie del bestiame agli eventi atmosferici avversi, soprattutto nel mondo delle campagne il suo nome veniva invocato continuamente. Ed è sicuramente per questa sua straordinaria fama, peraltro piuttosto capillare e diffusa in tutta Italia, che la sua figura venne inserita anche da Iacopo da Varagine nella Legenda aurea paragonandolo a un leone: Leonardo infatti, al pari di un leone, ebbe una forza tutta riposta «nel petto e nel capo (…): nel petto, sapendo porre freno ai pensieri cattivi, e nel capo, per la sua instancabile contemplazione delle cose divine». Ed è proprio lungo questa direttrice che Iacopo da Varagine incentrerà il suo breve capitolo dedicato alla vita di san Leonardo.«Leonardo visse intorno al 500. Fu battezzato nel sacro fonte da Remigio, Vescovo di Reims e da lui istruito nella dottrina della salvezza. I suoi genitori occupavano posizioni di massimo spicco alla corte del re di Francia (…). La fama della sua santità andava crescendo e il re lo voleva molto spesso con sé, per potergli poi affidare, a tempo debito, l’episcopato». Ed è in questa fase della vita di Leonardo che emerge in lui l’attitudine che lo renderà, più tardi, patrono dei carcerati: il santo infatti «godeva di tale considerazione presso il re che tutti i prigionieri che andava a visitare erano subito messi in libertà». Il sovrano infatti riponeva una tale fiducia in lui che aveva dato disposizioni per cui, laddove egli dopo aver visitato un prigioniero decidesse che quello andava liberato, questa sua decisione si trasformasse immediatamente in un ordine e che esso fosse eseguito come se a impartirlo fosse il re stesso. Il desiderio di quest’ultimo di fare di Leonardo un vescovo si scontrò però con la ritrosia del santo, che amava troppo la solitudine per accettare di rivestire quel ruolo. Fu dunque per questa ragione che «lasciato tutto, se ne andò predicando col suo fratello Lifardo, sin verso Orleans, dove vissero per qualche tempo in un monastero». Poi, mentre Lifardo decise di vivere una vita solitaria sulle sponde della Loira, Leonardo fece la medesima scelta, decidendo però di vivere «in un bosco presso la città di Limoges, dove c’era una dimora del re destinata alla caccia».
Leonardo, che aveva già rifiutato la nomina a vescovo, si sottrasse anche all’ordinazione sacerdotale, ritenendosi indegno di entrambe ed accettando soltanto di ricoprire il ruolo di diacono. Ed è per questo che la sua iconografia lo vede quasi sempre rappresentato con la dalmatica e cioè con i paramenti sacri che evocano questo ruolo. Al riguardo va però precisato come in realtà la dalmatica sia entrata in uso soltanto a partire dal IX secolo in avanti. Conseguentemente dunque l’iconografia tardomedievale usa la dalmatica per indicare il ruolo di Leonardo, senza che lui l’abbia in realtà mai indossata. In ogni caso, è proprio con questo paramento sacro che noi troviamo questo santo rappresentato nell’affresco del XIV secolo nella chiesa di santa Maria della Valle a Valgrana (Fig. 1).
Fig. 1 - San Leonardo di Noblac; Affresco; Anonimo; XIV secolo; Chiesa di Santa Maria della Valle; Valgrana.
Una dalmatica che, di colore verde e impreziosita dalla stoffa dorata che caratterizza il girocollo e il giromanica, avvolge quasi completamente il santo, che tiene nella mano destra un solido codice dalla copertina rossa, simbolo del suo impegno nel predicare con passione il vangelo. Il suo viso, identificato dall’iscrizione soprastante e connotato da una certa fissità, appare sereno, seppur improntato ad una severità di fondo forse giustificata anche dal continuo contatto del santo con persone incarcerate e dalla vita segnata da condizioni di detenzione per noi oggi inimmaginabili. Ed è proprio questa prigionia ad essere richiamata proprio dal massiccio ceppo di ferro che, destinato a immobilizzare i prigionieri, Leonardo tiene nella mano sinistra (Fig. 2).
Fig. 2 - San Leonardo di Noblac; Affresco (particolare); Anonimo; XIV secolo; Chiesa di Santa Maria della Valle; Valgrano.
Ed è proprio questo ceppo a diventare il simbolo iconografico identificativo di san Leonardo. Esso può assumere forme diverse, come avremo modo di vedere nei due affreschi che avremo modo di esaminare a breve. E tuttavia le sue diverse forme e, in qualche caso anche la diversità dei materiali con cui esso viene realizzato, non gli impedisce mai di fungere da rimando non solo all’attenzione del santo per prigionieri e carcerati dimostrata in vita, ma anche a un miracolo che si narra egli abbia compiuto dopo la morte: «Il visconte di Limoges, per intimorire i malviventi, aveva fatto costruire un’enorme catena, facendola poi infiggere al cippo d’una sua torre. A chiunque fosse posta al collo quella catena, esposto al rigore dell’aria, sembrava di morire non di una ma di mille morti. Ora, accadde che un servo di san Leonardo fosse legato a questa catena senza aver commesso nessuna colpa. E quando ormai stava per esalare l’ultimo respiro, pregò in cuor suo con tutte le forze san Leonardo che, come aveva liberato tanti altri, venisse in soccorso anche del suo servo. Subito san Leonardo gli apparve (…) e gli disse: “Non temere, perché non morirai. Alzati e portarti questa catena fino alla mia chiesa (…). E non appena egli fu giunto davanti alle porte san Leonardo lo rimise in libertà». E quell’uomo, per ringraziare il santo, appese quell’enorme catena davanti alla sua tomba, legando per i secoli a venire l’immagine di Leonardo alla liberazione dei carcerati.
Ceppi e catene divennero così il simbolo iconografico dal quale la rappresentazione di questo santo non può prescindere. Come accade, per esempio, nell’affresco della scuola di Giacomo Jaquerio dipinto nella prima metà del XV secolo nella Chiesa di San Pietro a Pianezza (Fig. 3), piccolo centro posto nella periferia di Torino all’imbocco della val Susa.
Fig. 3 - San Leonardo di Noblat; Affresco; Scuola di Giacomo Jaquerio; Prima metà del XV secolo; Chiesa di San Pietro; Pianezza.
In quest’opera san Leonardo, rappresentato con una dalmatica rossa e col viso compunto reso radioso da un’aureola dorata che ne evidenzia anche la tonsura, tiene anch’egli nella mano sinistra un ceppo: decisamente più sottile di quello massiccio che accompagna l’immagine del santo a Valgrana, e tuttavia inequivocabile nel suo rimarcare la figura rappresentata come legata al mondo della prigionia. Sempre dei ceppi, questa volta di colore scuro e con due anelli, è invece tenuto dal santo nella mano destra nella tempera su tavola realizzata agli inizi del XV secolo da Giovanni da Pisa e attualmente conservato a Palazzo Madama a Torino (Fig. 4).
Fig. 4 - San Leonardo di Noblat; Tempera su tavola; Giovanni da Pisa; Inizi del XV secolo; Palazzo Madama; Torino.
Un’opera nella quale a giocare un ruolo iconografico di primo piano è la dalmatica indossata dal santo e fortemente connotata dai ricami d’oro che arricchiscono i suoi tessuti e che rispecchiano perfettamente il risplendere dell’aureola che circonfonde il volto di Leonardo. Un’esplosione d’oro con cui sembra contrastare solo il colore dei ceppi neri sorretti dal santo e capaci di mostrare come la grandezza di san Leonardo affondi le sue radici proprio nella sua vicinanza ai carcerati.