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10 luglio 2026

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La predicazione apocalittica di un grande visionario che riuscì ad appassionare l’intera Europa occidentale

25 febbraio 2024

Cuneo

4 - Vincenzo Ferrer; Affresco; Anonimo; Seconda metà del XV secolo; Chiesa di Sant’Agostino; Saliceto. Trovarsi di fronte alla figura di Vincenzo Ferrer significa fare i conti non solo con un capace predicatore, ma anche con un grande visionario. Che tuttavia, anziché finire emarginato dal tessuto ecclesiale venendo condannato e costretto all’abiura delle proprie tesi, venne invece così tanto apprezzato da diventare un ascoltato consigliere di re e papi, fino a vedersi proposta addirittura la porpora cardinalizia. Proprio il ruolo di primo piano che questo religioso avrebbe rivestito nel suo tempo spinge la Legenda aurea a cominciare a parlarne narrandoi presagi di questa grandezza che, prima ancora che nascesse, ne segnalarono il luminoso futuro: proprio quest’ultimo «venne manifestato alla madre attraverso un doppio indizio. Il primo fu che la madre, avendo avuto in precedenza gestazioni sempre difficili, nel caso di Vincenzo non solo non soffrì di alcun disturbo, ma anche l’elasticità del suo ventre e la floridezza della sua salute erano tali che non sembrava nemmeno fosse incinta». Ben più straordinario sarebbe però risultato il secondo indizio: la madre di Vincenzo infatti, «sempre mentre era incinta, spesso udiva uscire dal suo utero il latrato di un cane». Interrogato al riguardo, il vescovo di Valencia non si scompose affatto, ma rispose in modo perentorio che non era affatto il caso di preoccuparsi, visto che il latrato significava semplicemente che il neonato «nel suo tempo futuro sarebbe stato un predicatore della parola di Dio». E il senso effettivo di questo presagio, ben decifrato dal vescovo, non avrebbe tardato a concretizzarsi: Vincenzo Ferrer infatti, non appena raggiunti i diciott’anni, quasi pervaso da un furore celeste, non solo entrò a far parte con convinzione dell’ordine dei Domenicani, ma anche si appassionò così a fondo dell’opera compiuta dal loro fondatore, da assumerlo a modello stesso da imitare in tutto e per tutto. E la fama della sua vita virtuosa e delle sue capacità oratorie si diffuse così repentinamente che, poco più che quarantenne, nel 1394 venne chiamato da papa Benedetto XIII non solo a diventare penitenziere apostolico, ma anche a diventare suo confessore e suo consigliere. Proprio la fiducia che si sarebbe guadagnata in questa veste, avrebbe indotto il papa a nominarlo cardinale. Egli tuttavia rifiutò la nomina e, dopo essersi ammalato e aver attribuito la sua guarigione a una visione nella quale il Salvatore con Francesco e Domenico gli aveva ordinato di avviare un’intensa predicazione al popolo per prepararlo all’ormai imminente venuta dell’Anticristo, si vide concedere dal papa il permesso di eseguire l’ordine ricevuto. Senza dunque più esitazioni egli cominciò così a percorrere non solo la penisola iberica, l’intera Europa occidentale, dedicandosi ad un’intensa predicazione dai torni visionari e apocalittici. Questa predicazione avrebbe ottenuto un enorme successo. E non solo per le indiscutibili capacità oratorie di Vincenzo Ferrer, ma anche per il tenore delle sue omelie, tutte improntate al prossimo avvento dell’Anticristo e alla necessità di prepararsi a contrastarlo per ottenere la salvezza. Temi che, in un’epoca nella quale le tendenze riformatrici della chiesa stavano diventando sempre più pressanti, avevano una grande presa sulla folla che seguiva con passione i suoi sermoni. Ed è proprio in questo suo impegno di predicazione al popolo che Vincenzo Ferrer viene rappresentato da Pietro da Saluzzo, nella seconda metà del XIV secolo, nella cappella della Trinità di Scarnafigi (Fig. 1). 1 - San Vincenzo Ferrer; Affresco; Pietro da Saluzzo; Seconda metà del XV secolo; Cappella della Trinità; Scarnafigi. Fig. 1 - San Vincenzo Ferrer; Affresco; Pietro da Saluzzo; Seconda metà del XV secolo; Cappella della Trinità; Scarnafigi. L’identificazione del santo, nonostante lo stato di avanzato deterioramento dell’affresco, è resa possibile dall’assommarsi di elementi diversi: il fatto che la figura dipinta da Pietro da Saluzzo col suo consueto tratto onirico sia proprio Ferrer è innanzitutto confermato dal suo abito domenicano, costituito dalla tunica di lana bianca coperta da un mantello nero. Il religioso trova posto su un pulpito dal quale predica, accompagnando le sue parole con una potente gestualità, a una folla di persone che segue con attenzione la sua omelia. Contrariamente però a quanto accade in altri affreschi volti a rappresentare il medesimo soggetto, la sua predicazione non è rivolta a vescovi o nobili, ma esclusivamente a persone comuni, che tuttavia seguono con entusiasmo il suo sermone. A colpire della predicazione del Ferrer è l’ampiezza del territorio che essa coinvolse: da Arles a Genova, da Marsiglia a Savona, dalla Savoia al Monferrato, da Piacenza e a Milano: in questo modo egli si impegnò «a disseminare ovunque la parola di Dio» con una tale efficacia che, attraverso di essa, «convertì persino un gran numero di Saraceni». Ecco dunque spiegato perché la devozione verso questo santo e conseguentemente la sua rappresentazione iconografica trovano riscontro tanto sull’attuale versante italiano delle Alpi occidentali quanto su quello francese. Un esempio della diffusione della sua iconografia in quest’ultimo territorio è rappresentato dall’affresco di metà quattrocento inserito nella decorazione della chiesa di san Sebastien a Saint-Etienne de Tinée (Fig. 2). 2 - San Vincenzo Ferrer; Affresco; Giovanni Baleison/Giovanni Canavesio; Seconda metà XV secolo; Chiesa di S. Sebastien; Saint-Etienne de Tinée. Fig. 2 - San Vincenzo Ferrer; Affresco; Giovanni Baleison/Giovanni Canavesio; Seconda metà XV secolo; Chiesa di S. Sebastien; Saint-Etienne de Tinée. In esso il santo, come di consueto, veste l’abito domenicano e tiene nella mano sinistra un cartiglio ormai illeggibile, sul quale presumibilmente, per richiamare il tono escatologico delle sue potenti prediche, doveva essere riportato un tratto delle Scritture tratto dal Libro dell’Apocalisse. A colpire tuttavia in questa immagine è la fiamma che il santo tiene invece nella mano destra, senza che essa lo bruci in alcun modo. Non si tratta dunque del «fuoco divorante» in merito al quale il profeta Isaia si domanda chi vi avrebbe potuto resistere, ma piuttosto di un’evocazione delle «lingue come di fuoco» che si posarono su ciascuno degli apostoli raccolti nel cenacolo il giorno della Pentecoste riempendoli di Spirito Santo. È questo stesso fuoco a risultare centrale nella rappresentazione di Francesco Ferrer realizzata, insieme a quella di altri santi, agli inizi del Cinquecento dal Maestro di santa Rosalia nella tempera su tavola attualmente conservata a Casa Cavassa a Saluzzo (Fig. 3). 3 - Vincenzo Ferrer; Tempera su tavola; Inizi XVI secolo; Maestro di Santa Rosalia; Casa Cavassa; Saluzzo. Fig. 3 - Vincenzo Ferrer; Tempera su tavola; Inizi XVI secolo; Maestro di Santa Rosalia; Casa Cavassa; Saluzzo. In essa troviamo il volto austero e scavato di un frate domenicano che, tenendo stretto nella mano sinistra il vangelo insieme ad uno stelo di giglio sul quale sono sbocciati tre fiori, con la destra indica invece il cielo dal quale verrà la salvezza. E la fiamma che brilla sul capo di questo frate ne rende inequivocabilmente certa l’identificazione con Vincenzo Ferrer, di cui ad essere sottolineato è così il suo essere animato dal fuoco vivificante dello Spirito Santo. Ed una conferma che proprio di lui si tratti viene dal cappello da cardinale appeso al suo fianco, simbolo della rinuncia a divenire principe della chiesa nonostante la nomina a lui proposta da papa Benedetto XIII. Non c’è invece traccia del fuoco nell’anonimo dipinto dedicato al Ferrer nella Chiesa di sant’Agostino a Saliceto (Fig. 4). 4 - Vincenzo Ferrer; Affresco; Anonimo; Seconda metà del XV secolo; Chiesa di Sant’Agostino; Saliceto. Fig. 4 - Vincenzo Ferrer; Affresco; Anonimo; Seconda metà del XV secolo; Chiesa di Sant’Agostino; Saliceto. Ad attirare l’attenzione invece, in questa specifica opera, è colui che è indicato dal santo stesso: la figura cioè di Dio Padre che racchiuso in un semicerchio luminoso tiene in mano alcune frecce: forse quelle con cui Dio sta per colpire il mondo ormai giunto alla fine dei tempi o, alternativamente, quelle con cui egli raggiungerà il cuore di san Vincenzo, animandone in profondità la sua incessante predicazione della parola di Dio.  
iconografia Legenda aurea Vincenzo Ferrer