cuneo
È quantomeno curioso dover rilevare come, nella pittura cuneese tardomedievale, mentre si registra una presenza piuttosto significativa della figura di san Francesco d’Assisi, quella di santa Chiara appaia invece piuttosto modesta, per non dire esigua. Quasi che la straordinaria fama del primo avesse in qualche modo oscurato, assorbendola in sé, la grandezza indiscutibile della seconda. Ciò non toglie che alcune immagini della prima figura femminile che si incamminò sulla via inaugurata dal Poverello di Assisi abbia trovato perlomeno alcune forme rappresentative che, pur nella loro varietà, ci dicono qualcosa di come l’immaginario dell’epoca guardasse a questa santa. Il diffondersi della devozione per santa Chiara, che venne canonizzata nel 1255 ad appena due anni dalla sua morte, non dovette essere per nulla estranea al territorio cuneese, anche tenuto conto del fatto che le Clarisse, la congregazione femminile di cui fu proprio lei a rappresentare la capofila, risultano presenti in quest’area già a partire dalla metà del XIII secolo. E tuttavia questa devozione sembra essere rimasta sostanzialmente sottotraccia sul piano iconografico, viste le poche immagini tardomedievali che di Chiara d’Assisi ci sono rimaste e che, perlomeno in taluni casi, ne consentono l’identificazione non senza difficoltà. Se infatti, per un verso, la sua figura appare simile a quella di altre sante, per l’altro anche i suoi simboli non sempre risultano così esclusivi da essere attribuibili solo a lei.
Non è forse un caso che anche la Legenda aurea, nelle sue Addictiones dedichi a Chiara di Assisi soltanto un testo assai breve. E anche in questo caso l’impressione è che la santa, sia pure esaltata per la sua virtù e per i miracoli che accompagnano la sua vita, veda la sua specifica grandezza messa in ombra dal rifulgere pervasivo di san Francesco. Ciò nonostante Chiara d’Assisi nella Legenda aurea risulta circondata da un’aura che, fin dalla sua primissima infanzia, evidenzia tutta l’eccezionalità della sua figura: la madre di Chiara, mentre era incinta e in chiesa stava pregando ardentemente davanti a un’immagine del crocifisso per chiedere che il parto andasse per il meglio, «udì una voce che le disse “Non avere paura, o donna, perché colei che partorirai in salute renderà più luminoso il mondo stesso”. E fu per questo che, edotta dall’oracolo, volle battezzare la figlia che le era nata col nome di Chiara». La prossimità di Chiara a Francesco poi non avrebbe tardato a manifestarsi: fin da fanciulla infatti, la santa di Assisi avrebbe manifestato una grande propensione per i poveri e gli sfortunati, cui di nascosto portava cibi e vestiti per rendere loro la vita meno infelice. Suscitando di conseguenza una grande ammirazione da parte loro ed attirando parallelamente a sé altre fanciulle che desideravano vivere come lei. Sarebbe stato in questa prospettiva che Chiara d’Assisi avrebbe dato vita alle Clarisse, vivendo insieme alle sue consorelle una vita ritirata e volta a supportare con una preghiera incessante e una penitenza continua l’azione di Francesco.
La difficoltà a identificare Chiara d’Assisi sul piano iconografico appare evidente a partire da uno degli affreschi dipinti sul finire del Quattrocento da Tommaso Biazaci sulla facciata della parrocchiale di santa Margherita. Se infatti sulla parte sinistra della parete a trovare posto è un gigantesco San Cristoforo, sulla destra ad essere invece collocate sono le figure di due sante. La prima di esse è facilmente identificabile dal simbolo che l’accompagna: un piattino con dentro due occhi e un coltello, evidente rimando al martirio della santa Lucia di Siracusa, venerata nelle nostre valli soprattutto come protettrice della vista. L’individuazione dell’identità dell’altra non è per nulla facile e nemmeno un approfondito esame dell’affresco purtroppo non ben conservato affresco riesce ad addivenire ad un risultato certo.
Fig. 1 Santa Chiara d’Assisi (?); Affresco; XV secolo; Tommaso Biazaci; Parrocchiale di Santa Margherita; Casteldelfino.
Quel che si vede sull’affresco (Fig.1) è una donna in giovane età, vestita con una tunica verde ricoperta da un mantello rosso orlato di bianco. Se la sua mano sinistra è rivolta col palmo aperto verso i fedeli che guardano a lei, quasi a segno della protezione da lei accordato, la sua destra tiene invece in alto, innalzandola verso il cielo, un contenitore d’oro (Fig. 2). Ed è quest’ultimo che rende ancora più problematico il processo identificativo della figura rappresentata. Si tratta infatti di un’ampolla d’oro contente unguento profumato o di un prezioso ostensorio nel quale è racchiuso il corpo di Cristo sotto forma di ostia? Nel primo caso infatti si tratterebbe di Maria Maddalena, nel secondo di Chiara d’Assisi.
Fig. 2 - Santa Chiara d’Assisi (?); Affresco (particolare); XV secolo; Tommaso Biazaci; Parrocchiale di Santa Margherita; Casteldelfino.
A orientarci in una direzione o nell’altra non serve nemmeno il volto della santa. Esso appare infatti profondamente abraso, tanto da impedire di scorgerne sia la fisionomia globale, sia i lineamenti approssimativi. E anche i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle non sono di grande aiuto nell’identificazione precisa della santa rappresentata. Essi potrebbero essere, ad un tempo, sia il simbolo di Maria Maddalena che di Chiara di Assisi: la prima a lungo identificata con la donna indicata dal vangelo di Luca come una peccatrice che, recatasi da Gesù mentre egli si trovava nella casa del fariseo «venne con un vasetto di olio profumato, si rannicchiò piangendo ai suoi piedi e cominciò a bagnarli di lacrime, per poi asciugarli con i suoi capelli, baciarli e cospargerli di olio profumato»; la seconda nota invece per il taglio dei capelli, operato in prima persona da Francesco, per sancire il distacco della fanciulla dal mondo e dedicarsi completamente a Dio: «Et vestita de una soctana grossa, sancto Francesco con le sue manj sì li moçço et tondì li soi capilli, et cénseli una grossa corda, et puseli in capo uno velo biancho et uno negro de grosso et materiale panno». Ora, considerando l’affresco qui preso in esame, diviene difficile identificare senza dubbio alcuno la figura dipinta con Chiara di Assisi. Che, in ogni caso rimane senza volto, privandoci così di quel tratto di fresca bellezza che alla santa gli scritti in questione attribuiscono.
Fig. 3 - Santa Chiara d’Assisi n; Affresco; Seconda metà del XV secolo; Anonimo; Parrocchiale di San Martino; Bastia Mondovì.
Il volto di Chiara d’Assisi invece, fasciato dal soggolo e dal frontino a loro volta cinti da un bianco velo, viene dipinto dall’anonimo autore dell’affresco quattrocentesco dedicato alla santa di Assisi e conservato nella parrocchiale di san Martino a Bastia Mondovì (Fig. 3). E si tratta di un volto giovane, assolutamente privo di rughe, connotato da una serenità estrema e da uno sguardo benevolo verso i fedeli che guardano a lei. E, in questo caso, l’identificazione di questa figura con Chiara d’Assisi è ad un tempo semplice ed inequivocabile. E a facilitarlo è innanzitutto il suo abito francescano, con il saio di un marrone tenue tendente al grigio, chiuso dal cordone che funge da cingolo e che si caratterizza per i tre nodi che richiamano i consigli evangelici contenuti nella Regola francescana stessa. Completa l’abbigliamento della santa un mantello la cui stoffa presenta striature che le imprimono un tratto di sobria eleganza. A rendere però inequivocabile il riconoscimento della figura conservata nella parrocchiale di Bastia Mondovì come Chiara di Assisi sono due simboli che, almeno al pari dell’ostensorio, ne dichiarano l’identità: sia cioè il giglio bianco, peraltro comune ad altri santi e sante come elemento iconografico volto a indicare la loro castità come scelta religiosa, sia il libro rilegato che tiene nella mano sinistra e che rappresenta la regola cui la santa è stata fedele per la sua intera vita.
Fig. 4 - Santa Chiara d’Assisi; Affresco; Prima metà del; XV secolo; Guglielmetto Fantini (?); Chiesa di San Sebastiano; Pecetto (To).
L’ostensorio è invece centrale nell’affresco di Chiara d’Assisi dipinto nella chiesa di san Sebastiano a Pecetto (Fig. 4). Qui la figura di Chiara cambia radicalmente di segno e, anziché i tratti sobri di una giovane suora, assume quelli di una badessa dallo sguardo ad un tempo deciso e severo. Il suo viso emaciato, come quello di chi è abituato a vivere una vita di digiuni e penitenze, ha una durezza che rasenta la sfida. Proprio quella cui rimanda l’episodio della sua vita che ha trasformato l’ostensorio nel più specifico dei suoi simboli iconografici. Sia la Legenda S. Clarae virginis scritta da Tommaso da Celano sia la Legenda aurea riportano infatti una vicenda particolarissima avvenuta nello stesso convento guidato in Assisi da Chiara. Durante un assedio di Assisi da parte dei Saraceni, questi ultimi riuscirono a scalare le mura della città, entrando poi nel convento in cui la santa viveva con le sue compagne. Fu proprio allora che Chiara, senza timore alcuno, andò incontro ai Saraceni e «pose davanti ai nemici, tenendolo davanti a sé, in un ostensorio d’argento nel quale a trovare posto era il corpo stesso di Cristo». E il corpo di Cristo fece allora un miracolo del tutto inatteso: improvvisamente infatti i Saraceni, colpiti da tanto coraggio e dall’audacia con cui la santa aveva difeso le sue compagne, esortandole a pregare insieme a lei, «se ne andarono velocemente attraverso i muri dai quali in precedenza erano venuti».
La devozione sottotraccia verso Santa Chiara d’Assisi e la sua grandezza oscurata da quella di San Francesco
18 febbraio 2024
Cuneo
È quantomeno curioso dover rilevare come, nella pittura cuneese tardomedievale, mentre si registra una presenza piuttosto significativa della figura di san Francesco d’Assisi, quella di santa Chiara appaia invece piuttosto modesta, per non dire esigua. Quasi che la straordinaria fama del primo avesse in qualche modo oscurato, assorbendola in sé, la grandezza indiscutibile della seconda. Ciò non toglie che alcune immagini della prima figura femminile che si incamminò sulla via inaugurata dal Poverello di Assisi abbia trovato perlomeno alcune forme rappresentative che, pur nella loro varietà, ci dicono qualcosa di come l’immaginario dell’epoca guardasse a questa santa. Il diffondersi della devozione per santa Chiara, che venne canonizzata nel 1255 ad appena due anni dalla sua morte, non dovette essere per nulla estranea al territorio cuneese, anche tenuto conto del fatto che le Clarisse, la congregazione femminile di cui fu proprio lei a rappresentare la capofila, risultano presenti in quest’area già a partire dalla metà del XIII secolo. E tuttavia questa devozione sembra essere rimasta sostanzialmente sottotraccia sul piano iconografico, viste le poche immagini tardomedievali che di Chiara d’Assisi ci sono rimaste e che, perlomeno in taluni casi, ne consentono l’identificazione non senza difficoltà. Se infatti, per un verso, la sua figura appare simile a quella di altre sante, per l’altro anche i suoi simboli non sempre risultano così esclusivi da essere attribuibili solo a lei.
Non è forse un caso che anche la Legenda aurea, nelle sue Addictiones dedichi a Chiara di Assisi soltanto un testo assai breve. E anche in questo caso l’impressione è che la santa, sia pure esaltata per la sua virtù e per i miracoli che accompagnano la sua vita, veda la sua specifica grandezza messa in ombra dal rifulgere pervasivo di san Francesco. Ciò nonostante Chiara d’Assisi nella Legenda aurea risulta circondata da un’aura che, fin dalla sua primissima infanzia, evidenzia tutta l’eccezionalità della sua figura: la madre di Chiara, mentre era incinta e in chiesa stava pregando ardentemente davanti a un’immagine del crocifisso per chiedere che il parto andasse per il meglio, «udì una voce che le disse “Non avere paura, o donna, perché colei che partorirai in salute renderà più luminoso il mondo stesso”. E fu per questo che, edotta dall’oracolo, volle battezzare la figlia che le era nata col nome di Chiara». La prossimità di Chiara a Francesco poi non avrebbe tardato a manifestarsi: fin da fanciulla infatti, la santa di Assisi avrebbe manifestato una grande propensione per i poveri e gli sfortunati, cui di nascosto portava cibi e vestiti per rendere loro la vita meno infelice. Suscitando di conseguenza una grande ammirazione da parte loro ed attirando parallelamente a sé altre fanciulle che desideravano vivere come lei. Sarebbe stato in questa prospettiva che Chiara d’Assisi avrebbe dato vita alle Clarisse, vivendo insieme alle sue consorelle una vita ritirata e volta a supportare con una preghiera incessante e una penitenza continua l’azione di Francesco.
La difficoltà a identificare Chiara d’Assisi sul piano iconografico appare evidente a partire da uno degli affreschi dipinti sul finire del Quattrocento da Tommaso Biazaci sulla facciata della parrocchiale di santa Margherita. Se infatti sulla parte sinistra della parete a trovare posto è un gigantesco San Cristoforo, sulla destra ad essere invece collocate sono le figure di due sante. La prima di esse è facilmente identificabile dal simbolo che l’accompagna: un piattino con dentro due occhi e un coltello, evidente rimando al martirio della santa Lucia di Siracusa, venerata nelle nostre valli soprattutto come protettrice della vista. L’individuazione dell’identità dell’altra non è per nulla facile e nemmeno un approfondito esame dell’affresco purtroppo non ben conservato affresco riesce ad addivenire ad un risultato certo.
Fig. 1 Santa Chiara d’Assisi (?); Affresco; XV secolo; Tommaso Biazaci; Parrocchiale di Santa Margherita; Casteldelfino.
Quel che si vede sull’affresco (Fig.1) è una donna in giovane età, vestita con una tunica verde ricoperta da un mantello rosso orlato di bianco. Se la sua mano sinistra è rivolta col palmo aperto verso i fedeli che guardano a lei, quasi a segno della protezione da lei accordato, la sua destra tiene invece in alto, innalzandola verso il cielo, un contenitore d’oro (Fig. 2). Ed è quest’ultimo che rende ancora più problematico il processo identificativo della figura rappresentata. Si tratta infatti di un’ampolla d’oro contente unguento profumato o di un prezioso ostensorio nel quale è racchiuso il corpo di Cristo sotto forma di ostia? Nel primo caso infatti si tratterebbe di Maria Maddalena, nel secondo di Chiara d’Assisi.
Fig. 2 - Santa Chiara d’Assisi (?); Affresco (particolare); XV secolo; Tommaso Biazaci; Parrocchiale di Santa Margherita; Casteldelfino.
A orientarci in una direzione o nell’altra non serve nemmeno il volto della santa. Esso appare infatti profondamente abraso, tanto da impedire di scorgerne sia la fisionomia globale, sia i lineamenti approssimativi. E anche i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle non sono di grande aiuto nell’identificazione precisa della santa rappresentata. Essi potrebbero essere, ad un tempo, sia il simbolo di Maria Maddalena che di Chiara di Assisi: la prima a lungo identificata con la donna indicata dal vangelo di Luca come una peccatrice che, recatasi da Gesù mentre egli si trovava nella casa del fariseo «venne con un vasetto di olio profumato, si rannicchiò piangendo ai suoi piedi e cominciò a bagnarli di lacrime, per poi asciugarli con i suoi capelli, baciarli e cospargerli di olio profumato»; la seconda nota invece per il taglio dei capelli, operato in prima persona da Francesco, per sancire il distacco della fanciulla dal mondo e dedicarsi completamente a Dio: «Et vestita de una soctana grossa, sancto Francesco con le sue manj sì li moçço et tondì li soi capilli, et cénseli una grossa corda, et puseli in capo uno velo biancho et uno negro de grosso et materiale panno». Ora, considerando l’affresco qui preso in esame, diviene difficile identificare senza dubbio alcuno la figura dipinta con Chiara di Assisi. Che, in ogni caso rimane senza volto, privandoci così di quel tratto di fresca bellezza che alla santa gli scritti in questione attribuiscono.
Fig. 3 - Santa Chiara d’Assisi n; Affresco; Seconda metà del XV secolo; Anonimo; Parrocchiale di San Martino; Bastia Mondovì.
Il volto di Chiara d’Assisi invece, fasciato dal soggolo e dal frontino a loro volta cinti da un bianco velo, viene dipinto dall’anonimo autore dell’affresco quattrocentesco dedicato alla santa di Assisi e conservato nella parrocchiale di san Martino a Bastia Mondovì (Fig. 3). E si tratta di un volto giovane, assolutamente privo di rughe, connotato da una serenità estrema e da uno sguardo benevolo verso i fedeli che guardano a lei. E, in questo caso, l’identificazione di questa figura con Chiara d’Assisi è ad un tempo semplice ed inequivocabile. E a facilitarlo è innanzitutto il suo abito francescano, con il saio di un marrone tenue tendente al grigio, chiuso dal cordone che funge da cingolo e che si caratterizza per i tre nodi che richiamano i consigli evangelici contenuti nella Regola francescana stessa. Completa l’abbigliamento della santa un mantello la cui stoffa presenta striature che le imprimono un tratto di sobria eleganza. A rendere però inequivocabile il riconoscimento della figura conservata nella parrocchiale di Bastia Mondovì come Chiara di Assisi sono due simboli che, almeno al pari dell’ostensorio, ne dichiarano l’identità: sia cioè il giglio bianco, peraltro comune ad altri santi e sante come elemento iconografico volto a indicare la loro castità come scelta religiosa, sia il libro rilegato che tiene nella mano sinistra e che rappresenta la regola cui la santa è stata fedele per la sua intera vita.
Fig. 4 - Santa Chiara d’Assisi; Affresco; Prima metà del; XV secolo; Guglielmetto Fantini (?); Chiesa di San Sebastiano; Pecetto (To).
L’ostensorio è invece centrale nell’affresco di Chiara d’Assisi dipinto nella chiesa di san Sebastiano a Pecetto (Fig. 4). Qui la figura di Chiara cambia radicalmente di segno e, anziché i tratti sobri di una giovane suora, assume quelli di una badessa dallo sguardo ad un tempo deciso e severo. Il suo viso emaciato, come quello di chi è abituato a vivere una vita di digiuni e penitenze, ha una durezza che rasenta la sfida. Proprio quella cui rimanda l’episodio della sua vita che ha trasformato l’ostensorio nel più specifico dei suoi simboli iconografici. Sia la Legenda S. Clarae virginis scritta da Tommaso da Celano sia la Legenda aurea riportano infatti una vicenda particolarissima avvenuta nello stesso convento guidato in Assisi da Chiara. Durante un assedio di Assisi da parte dei Saraceni, questi ultimi riuscirono a scalare le mura della città, entrando poi nel convento in cui la santa viveva con le sue compagne. Fu proprio allora che Chiara, senza timore alcuno, andò incontro ai Saraceni e «pose davanti ai nemici, tenendolo davanti a sé, in un ostensorio d’argento nel quale a trovare posto era il corpo stesso di Cristo». E il corpo di Cristo fece allora un miracolo del tutto inatteso: improvvisamente infatti i Saraceni, colpiti da tanto coraggio e dall’audacia con cui la santa aveva difeso le sue compagne, esortandole a pregare insieme a lei, «se ne andarono velocemente attraverso i muri dai quali in precedenza erano venuti».