cuneo
Nelle cappelle tardomedievali cuneesi si registra spesso la presenza di un santo la cui raffigurazione appare piuttosto inconsueta. Pur essendo infatti rappresentato come un appartenente all’ordine domenicano, la cui santità è quasi sempre sottolineata attraverso l’aureola, a connotare la sua figura è la sua testa colpita e spaccata in due da un falcastro, e cioè un attrezzo agricolo detto anche “falce a rovescio” utilizzato talora anche come arma. Proprio quest’arma, unita ad un pugnale talora piantato nel petto e talora sulla schiena del santo, ad essere divenuta il simbolo iconografico identificativo di san Pietro da Verona, conosciuto anche come san Pietro martire. Ed è con questo nome che la Legenda aurea inizia la narrazione della vita di questo santo: «Pietro, appartenente all’Ordine dei Predicatori, martire ai giorni nostri e grande campione della fede, era originario della città di Verona. Quivi come vivida luce che nasce dal fumo, come giglio che nasce dai rovi, come purpurea rosa che nasce dalle spine egli nacque, luminoso predicatore, da genitori accecati dall’errore». Ad essere così sottolineato da Jacopo da Varazze è il fatto che Pietro sia nato in una famiglia appartenente al movimento ereticale cataro, diffusosi nel medioevo in varie zone dell’Europa e successivamente contrastato e dissolto non senza violenza dalla chiesa stessa. Un contesto che, inaspettatamente, avrebbe generato un santo destinato a testimoniare la sua fede col martirio.
Giunto a Bologna per approfondire i suoi studi di grammatica in quella che fu la prima Universitas del mondo occidentale, Pietro fu però attratto dalla vita dell’Ordine Domenicano. Non esitò così a decidere di abbandonare la fede dei genitori e di crescere nella fede cristiana in questo specifico contesto religioso: «In quell’ordine visse per trent’anni, fortificandosi in ogni virtù; e con la guida della fede, il sostegno della speranza e l’assidua presenza della carità, tanto si impose e progredì nella difesa della fede in cui tutto ardeva, che intrepidamente e pieno di fervore sosteneva incessanti battaglie contro i crudeli nemici della fede, finché portò a termine con successo la lunga guerra, concludendola con il vittorioso martirio. Così Pietro, saldo nella fede, colpito dalla pietra della passione, salì a essere coronato sulla roccia di Cristo». E fu probabilmente questa sua dura battaglia contro i catari ad essere la causa del suo martirio. Nominato da papa Innocenzo IV inquisitore con competenza su Milano e sulle sue terre, mentre per recarsi da Como a Milano stava attraversando la foresta di Seveso, venne massacrato insieme a chi era con lui: «Uno fra i seguaci di quegli eretici, spinto e prezzolato da loro, si gettò su di lui per ucciderlo (…) e, dopo averlo aggredito. Tentò di ucciderlo colpendo più volte con violenza il capo di quel sant’uomo, ferendolo brutalmente con la spada grondante di sangue (…) Pietro tuttavia, senza un gemito o un lamento, sopportò ogni colpo con pazienza, raccomandando il suo spirito al Signore».
Proprio questo momento finale della vita di Pietro da Verona diverrà nei secoli successivi l’elemento chiave della sua rappresentazione iconografica, tentando efficacemente di condensare sul piano figurativo la violenza subita dal santo.
Fig. 1 - Crocifissione con san Pietro da Verona; Affresco; Attribuito ad Aimo Volpi; Inizi del XVI secolo; Convento di San Giovanni; Saluzzo.
Emblematico al riguardo risulta così il fatto che non di rado, come ad esempio nell’affresco di inizio Cinquecento attribuito ad Aimo Volpi e conservato nel refettorio del Convento di san Giovanni a Saluzzo (Fig. 1), la figura di Pietro da Verona viene inserita all’interno di immagini volte a rappresentare la crocifissione di Cristo. Ed è così che in questo dipinto saluzzese, se ai piedi della croce come da tradizione trovano posto Maria e Giovanni evangelista, a fianco di quest’ultimo viene collocato proprio Pietro da Verona. E se la sua appartenenza all’ordine dei domenicani viene attestata attraverso l’abito che porta, il suo capo leggermente inclinato in avanti, i suoi occhi profondamente incavati e la sua posa complessivamente statica sembrano suggerire una sua profonda condivisione, da parte di Pietro, della sofferenza subita da Cristo sulla croce. Una sofferenza patita anche dal santo, come evidenziano il falcastro che gli spacca in due la testa e il pugnale piantato nella parte sinistra del petto. Evocazioni piuttosto dirette, l’uno e l’altro, dell’azione del sicario che «lo lasciò morto sul luogo del martirio, dopo aver raddoppiato i colpi sacrileghi sul ministro di Cristo, che anelava con lo spirito alla vita celeste».
Uno dei sicari inviato dai Catari, quello che si addossò la colpa dell’uccisione stessa di Pietro da Verona, successivamente si sarebbe pentito e, dopo essere entrato anche lui nell’ordine domenicano, sarebbe morto in odore di santità nel convento di Forlì. Questo non avrebbe cancellato l’enorme impressione che la morte di Pietro, interpretata come un vero e proprio martirio in un’epoca nella quale paradossalmente era la chiesa a non esitare a usare la violenza per colpire l’eresia, suscitò nel tessuto ecclesiale del suo tempo: il santo, dopo aver ripetuto le parole di Cristo «Nelle tue mani Signore, affido il mio spirito, «incominciò a recitare il credo, di cui neppure in quel momento smise di essere araldo, come riferirono poi sia quell’infelice che fu preso dai fedeli, sia un frate domenicano che accompagnava il beato Pietro e che, colpito dallo stesso sicario, gli sopravvisse alcuni giorni».
Fig. 2 - San Pietro da Verona; Affresco; Anonimo; Metà XV secolo; Madonna della Neve; San Michele Mondovì.
Ed è proprio l’efferatezza di questa violenza ad essere rimarcata nell’affresco quattrocentesco dipinto nella chiesa di Madonna della neve a san Michele Mondovì (Fig. 2). A dover essere segnalato, in questo specifico caso è il profluvio di sangue che circonda la figura di Pietro da Verona: sangue che, fuoriuscendo dalla testa spaccata dal falcastro, non solo si espande intorno alla ferita, ma cola intensamente lungo la spalla fino ad unirsi con quello che fuoriesce a sua volta dalla lacerazione prodotta dal colpo inferto dal pugnale che trapassa la parte sinistra del petto del santo.
Fig. 3 - San Pietro da Verona; Affresco; Giovanni Mazzucco; Fine XV secolo; Santuario della Madonna del Brichetto; Morozzo.
Il viso di Pietro da Verona, che nell’affresco appena considerato sembra inclinare ad una malinconica compunzione, assume invece un tratto decisamente più sereno e luminoso nella scena incentrata su questo santo realizzata da Giovanni Mazzucco alla fine del XV secolo nel santuario della Madonna del Brichetto a Morozzo (Fig. 3). E ancora, mentre nell’opera precedente a prevalere è il nero del mantello, in quella del Mazzucco a fungere da elemento determinate della composizione è il biancore della tonaca di lana. È quest’ultimo infatti a illuminare l’intera scena e a imprimere al volto di Pietro una fisionomia che trasmette più la sua fede irriducibile in Dio che l’efferatezza del martirio di cui è stato vittima, cui invece richiamano evidentemente sia i contenuti fiotti di sangue che sgorgano dalla testa spaccata e dal pugnale affondato nel suo fianco sinistro, sia la palma che egli tiene nella mano destra. Una fede peraltro evocata anche dal vangelo che Pietro da Verona tiene nella mano sinistra e che sottolinea il suo ruolo di predicatore pronto a contrastare ogni eresia. Lo stesso vangelo, peraltro. che il santo stringe tra le mani nell’affresco anch’esso quattrocentesco dipinto nella cappella di santa Croce a Mondovì (Fig. 4): in esso il santo è ritratto mentre a fianco di Maria mentre contempla il bambino Gesù da lei tenuto affettuosamente in braccio. Ed è proprio questo sguardo contemplativo a ridimensionare potentemente i simboli del martirio che, pur essendo come di consueto presenti, sembrano qui rimanere sullo sfondo.
Fig. 4 - San Pietro da Verona; Affresco; Attribuito ad Antonio Dragone da Monteregale; Seconda metà del XV secolo; Cappella di Santa Croce; Mondovì.
La conversione e la morte violenta di Pietro da Verona
12 febbraio 2024
Cuneo
Nelle cappelle tardomedievali cuneesi si registra spesso la presenza di un santo la cui raffigurazione appare piuttosto inconsueta. Pur essendo infatti rappresentato come un appartenente all’ordine domenicano, la cui santità è quasi sempre sottolineata attraverso l’aureola, a connotare la sua figura è la sua testa colpita e spaccata in due da un falcastro, e cioè un attrezzo agricolo detto anche “falce a rovescio” utilizzato talora anche come arma. Proprio quest’arma, unita ad un pugnale talora piantato nel petto e talora sulla schiena del santo, ad essere divenuta il simbolo iconografico identificativo di san Pietro da Verona, conosciuto anche come san Pietro martire. Ed è con questo nome che la Legenda aurea inizia la narrazione della vita di questo santo: «Pietro, appartenente all’Ordine dei Predicatori, martire ai giorni nostri e grande campione della fede, era originario della città di Verona. Quivi come vivida luce che nasce dal fumo, come giglio che nasce dai rovi, come purpurea rosa che nasce dalle spine egli nacque, luminoso predicatore, da genitori accecati dall’errore». Ad essere così sottolineato da Jacopo da Varazze è il fatto che Pietro sia nato in una famiglia appartenente al movimento ereticale cataro, diffusosi nel medioevo in varie zone dell’Europa e successivamente contrastato e dissolto non senza violenza dalla chiesa stessa. Un contesto che, inaspettatamente, avrebbe generato un santo destinato a testimoniare la sua fede col martirio.
Giunto a Bologna per approfondire i suoi studi di grammatica in quella che fu la prima Universitas del mondo occidentale, Pietro fu però attratto dalla vita dell’Ordine Domenicano. Non esitò così a decidere di abbandonare la fede dei genitori e di crescere nella fede cristiana in questo specifico contesto religioso: «In quell’ordine visse per trent’anni, fortificandosi in ogni virtù; e con la guida della fede, il sostegno della speranza e l’assidua presenza della carità, tanto si impose e progredì nella difesa della fede in cui tutto ardeva, che intrepidamente e pieno di fervore sosteneva incessanti battaglie contro i crudeli nemici della fede, finché portò a termine con successo la lunga guerra, concludendola con il vittorioso martirio. Così Pietro, saldo nella fede, colpito dalla pietra della passione, salì a essere coronato sulla roccia di Cristo». E fu probabilmente questa sua dura battaglia contro i catari ad essere la causa del suo martirio. Nominato da papa Innocenzo IV inquisitore con competenza su Milano e sulle sue terre, mentre per recarsi da Como a Milano stava attraversando la foresta di Seveso, venne massacrato insieme a chi era con lui: «Uno fra i seguaci di quegli eretici, spinto e prezzolato da loro, si gettò su di lui per ucciderlo (…) e, dopo averlo aggredito. Tentò di ucciderlo colpendo più volte con violenza il capo di quel sant’uomo, ferendolo brutalmente con la spada grondante di sangue (…) Pietro tuttavia, senza un gemito o un lamento, sopportò ogni colpo con pazienza, raccomandando il suo spirito al Signore».
Proprio questo momento finale della vita di Pietro da Verona diverrà nei secoli successivi l’elemento chiave della sua rappresentazione iconografica, tentando efficacemente di condensare sul piano figurativo la violenza subita dal santo.
Fig. 1 - Crocifissione con san Pietro da Verona; Affresco; Attribuito ad Aimo Volpi; Inizi del XVI secolo; Convento di San Giovanni; Saluzzo.
Emblematico al riguardo risulta così il fatto che non di rado, come ad esempio nell’affresco di inizio Cinquecento attribuito ad Aimo Volpi e conservato nel refettorio del Convento di san Giovanni a Saluzzo (Fig. 1), la figura di Pietro da Verona viene inserita all’interno di immagini volte a rappresentare la crocifissione di Cristo. Ed è così che in questo dipinto saluzzese, se ai piedi della croce come da tradizione trovano posto Maria e Giovanni evangelista, a fianco di quest’ultimo viene collocato proprio Pietro da Verona. E se la sua appartenenza all’ordine dei domenicani viene attestata attraverso l’abito che porta, il suo capo leggermente inclinato in avanti, i suoi occhi profondamente incavati e la sua posa complessivamente statica sembrano suggerire una sua profonda condivisione, da parte di Pietro, della sofferenza subita da Cristo sulla croce. Una sofferenza patita anche dal santo, come evidenziano il falcastro che gli spacca in due la testa e il pugnale piantato nella parte sinistra del petto. Evocazioni piuttosto dirette, l’uno e l’altro, dell’azione del sicario che «lo lasciò morto sul luogo del martirio, dopo aver raddoppiato i colpi sacrileghi sul ministro di Cristo, che anelava con lo spirito alla vita celeste».
Uno dei sicari inviato dai Catari, quello che si addossò la colpa dell’uccisione stessa di Pietro da Verona, successivamente si sarebbe pentito e, dopo essere entrato anche lui nell’ordine domenicano, sarebbe morto in odore di santità nel convento di Forlì. Questo non avrebbe cancellato l’enorme impressione che la morte di Pietro, interpretata come un vero e proprio martirio in un’epoca nella quale paradossalmente era la chiesa a non esitare a usare la violenza per colpire l’eresia, suscitò nel tessuto ecclesiale del suo tempo: il santo, dopo aver ripetuto le parole di Cristo «Nelle tue mani Signore, affido il mio spirito, «incominciò a recitare il credo, di cui neppure in quel momento smise di essere araldo, come riferirono poi sia quell’infelice che fu preso dai fedeli, sia un frate domenicano che accompagnava il beato Pietro e che, colpito dallo stesso sicario, gli sopravvisse alcuni giorni».
Fig. 2 - San Pietro da Verona; Affresco; Anonimo; Metà XV secolo; Madonna della Neve; San Michele Mondovì.
Ed è proprio l’efferatezza di questa violenza ad essere rimarcata nell’affresco quattrocentesco dipinto nella chiesa di Madonna della neve a san Michele Mondovì (Fig. 2). A dover essere segnalato, in questo specifico caso è il profluvio di sangue che circonda la figura di Pietro da Verona: sangue che, fuoriuscendo dalla testa spaccata dal falcastro, non solo si espande intorno alla ferita, ma cola intensamente lungo la spalla fino ad unirsi con quello che fuoriesce a sua volta dalla lacerazione prodotta dal colpo inferto dal pugnale che trapassa la parte sinistra del petto del santo.
Fig. 3 - San Pietro da Verona; Affresco; Giovanni Mazzucco; Fine XV secolo; Santuario della Madonna del Brichetto; Morozzo.
Il viso di Pietro da Verona, che nell’affresco appena considerato sembra inclinare ad una malinconica compunzione, assume invece un tratto decisamente più sereno e luminoso nella scena incentrata su questo santo realizzata da Giovanni Mazzucco alla fine del XV secolo nel santuario della Madonna del Brichetto a Morozzo (Fig. 3). E ancora, mentre nell’opera precedente a prevalere è il nero del mantello, in quella del Mazzucco a fungere da elemento determinate della composizione è il biancore della tonaca di lana. È quest’ultimo infatti a illuminare l’intera scena e a imprimere al volto di Pietro una fisionomia che trasmette più la sua fede irriducibile in Dio che l’efferatezza del martirio di cui è stato vittima, cui invece richiamano evidentemente sia i contenuti fiotti di sangue che sgorgano dalla testa spaccata e dal pugnale affondato nel suo fianco sinistro, sia la palma che egli tiene nella mano destra. Una fede peraltro evocata anche dal vangelo che Pietro da Verona tiene nella mano sinistra e che sottolinea il suo ruolo di predicatore pronto a contrastare ogni eresia. Lo stesso vangelo, peraltro. che il santo stringe tra le mani nell’affresco anch’esso quattrocentesco dipinto nella cappella di santa Croce a Mondovì (Fig. 4): in esso il santo è ritratto mentre a fianco di Maria mentre contempla il bambino Gesù da lei tenuto affettuosamente in braccio. Ed è proprio questo sguardo contemplativo a ridimensionare potentemente i simboli del martirio che, pur essendo come di consueto presenti, sembrano qui rimanere sullo sfondo.
Fig. 4 - San Pietro da Verona; Affresco; Attribuito ad Antonio Dragone da Monteregale; Seconda metà del XV secolo; Cappella di Santa Croce; Mondovì.