chiesa
Fig. 1 - San Bonaventura da Bagnoregio; Affresco; XV secolo (1450-1470); Antonio Dragone da Monteregale; Cappella di santa Croce; Mondovì
In un’epoca in cui ormai i cristiani non erano più perseguitati e il martirio costituiva soltanto più un esempio lontano per chi voleva vivere la fede in un’epoca in cui il cristianesimo giocava ormai un ruolo di primo piano a livello sociale e culturale, la figura di Bonaventura da Bagnoregio si pone invece come un modello di estrema attualità: egli infatti, pur essendo stato un filosofo e teologo di prima grandezza, tanto da venire chiamato a insegnare all’Università della Sorbona a Parigi, sviluppò un pensiero fortemente intriso di spiritualità e di mistica. A spingere la sua riflessione in questa direzionedovette essere il suo appartenere all’ordine francescano, di cui egli fu non solo un’esponente di punta ma anche un membro convinto ed appassionato. Non è dunque strano che la Legenda aurea, sebbene parli di Bonaventura all’interno delle sue Addictiones e gli dedichi non più di una mezza pagina, insista proprio sulla dimensione spirituale della sua vita, trascuri quasi del tutto il ruolo che egli invece ebbe nel suo tempo come intellettuale e scrittore di prima grandezza. Ad essere segnalato, di san Bonaventura, è dunque in primo luogo l’aver indossato «fin da fanciullo l’abito del beato Francesco». Fatto che viene immediatamente connesso alla miracolosa guarigione che il santo stesso narra: «Ancora fanciullo ero gravemente infermo; bastò che mia madre facesse un voto per me al nostro beato Padre Francesco e fui strappato alle fauci della morte e restituito, sano e salvo, alla vita».
Il destino di San Bonaventura appare così segnato fin dalla sua più tenera età. Egli infatti non solo entrerà a far parte dell’ordine francescano, ma di quest’ultimo diventerà nel 1257, dopo parecchi anni di insegnamento universitario, ministro generale e dunque, di fatto, il responsabile dell’intero movimento fondato dal Poverello di Assisi. E, in questa veste, non furono pochi i problemi e le tensioni che egli si trovò a dover rispettivamente affrontare e sedare. Forse è per questo che la Legenda aurea ne segnala il «suo aver confutato in modo sottile» libri che contestavano il francescanesimo e ne evidenziavano gli inevitabili limiti legati a un inizio privo ancora del necessario consolidamento. E fu proprio a quest’ultimo che Bonaventura lavorò, fornendo anche della vita di Francesco quella che sarebbe col tempo divenuta la lettura ufficiale stessa dell’ordine: la cosiddetta Legenda maior, che apparve nel 1263. Un’opera nella quale l’intera vicenda del frate di Assisi, la cui vita ebbe a che fare con gesti destinati dalla loro non sempre facile comprensione a produrre nei suoi confronti giudizi di ostilità sia da parte della chiesa che delle istituzioni civili, venne di fatto “normalizzata”. Francesco venne così trasformato nell’«araldo di Dio, degno di essere amato da Cristo, imitato da noi e ammirato dal mondo (…): lo costatiamo con sicurezza indubitabile, se osserviamo come egli raggiunse il vertice della santità più eccelsa, e, vivendo in mezzo agli uomini, imitò la purezza degli angeli, fino a diventare esempio di perfezione per i seguaci di Cristo».
L’iconografia cuneese relativa a san Bonaventura, per quanto riguarda il periodo tardomedievale, appare piuttosto scarsa. Il santo di Bagnoregio, forse perché oscurato dalla figura stessa di Francesco o forse perché canonizzato solo nel 1482 e dunque oltre due secoli dopo la sua morte, vede la sua immagine apparire assai poco di frequente sulle pareti delle chiese e cappelle erette e affrescate nell’epoca qui considerata. Che tuttavia questa figura giocasse già in questo periodo un ruolo significativo nella devozione popolare, sebbene non fosse ancora stato dichiarato santo, appare ben visibile nel suo essere inserito, peraltro in una posizione simmetrica a quella del grande dottore della Chiesa Gregorio Magno, nell’affresco absidale databile ai primi due decenni della seconda metà del XV secolo e dipinto nella cappella di santa Croce a Mondovì (Fig. 1). In esso a venire rappresentato, mentre è intento a pregare di fronte ad un altare sul quale trova posto una croce, è proprio il santo francescano divenuto ministro dell’ordine. E che l’inserimento nella decorazione della cappella sia avvenuto prima che Bonaventura fosse proclamato santo è ben visibile anche osservando come quest’ultimo venga rappresentato privo di aureola, senza che tuttavia questo costituisca un impedimento al suo essere proposto alla venerazione dei fedeli. Riprova forse quest’ultima della reverenza e della devozione di cui questa figura godeva ben prima della sua canonizzazione. Il modo in cui Bonaventura è rappresentato nell’affresco absidale monregalese è tuttavia riconducibile ad un soggetto iconografico, sia precedente che successivo al suo essere proclamato santo, che prende il nome di “Visione di san Bonaventura”. Mentre la simmetrica “Visione di San Gregorio Magno” collocata nel succitato affresco absidale ha il carattere di una visione vera e propria avuta dal papa durante la peste romana del 590m quella di Bonaventura assume invece, in linea del resto con il suo essere teologo e filosofo sia pure estremamente sensibile alla spiritualità e alla mistica, un carattere di fatto intellettuale. Ad essere rappresentato da questo soggetto iconografico sarebbe cioè non tanto una visione precisa, ma piuttosto l’esito della tensione che mosse questa figura medievale a scrivere l’Itinerarium mentis in Deo: un’opera nella quale il santo di Bagnoregio, ritiratosi in preghiera sullo stesso monte nel quale Francesco ricevette le stimmate, rilegge da filosofo e teologo l’esperienza mistica del suo maestro spirituale. Un’esperienza che, legata al serafino che apparve al Poverello di Assisi, Bonaventura interpreta proprio a partire dalle sei ali dell’angelo, che egli identifica con le sei tappe che condurrebbero l’uomo alla comunione mistica con Dio. Nè di questo serafino, né di queste tappe tuttavia, risulta esserci traccia alcuna nell’affresco della cappella di santa Croce a Mondovì. Esso infatti è sostituito da un semplice angelo che, lontano da ogni allusione mistica, regge semplicemente tra le mani uno dei simboli iconografici stessi di san Bonaventura: quel cappello rosso cioè che lo identifica come cardinale e principe della chiesa.
Fig. 2 - San Bonaventura da Bagnoregio; Tempera su tavola (Polittico); Fine XV secolo; Hans Clemer; Cattedrale di Maria Vergine Assunta; Saluzzo.
Ed è proprio su questo suo ruolo ecclesiale che, insiste anche la tempera su tavola realizzata a fine XV secolo da Hans Clemer e adesso conservata nella Cattedrale di Maria Vergine Assunta a Saluzzo (Fig. 2). In esso Bonaventura vi appare, in una posizione simmetrica a san Domenico, in veste cardinalizia. Di lui non sembra essere rimasto nulla del francescano, se non la lunga e folta barba nera che ne incornicia il viso piegato verso il basso e tutto concentrato sul libro che sta leggendo. Sempre il suo ruolo di vescovo e cardinale, peraltro rimarcato dalla Legenda aurea, viene evidenziato anche in due tempere su tavola che, attualmente conservate alla Galleria Sabauda di Torino, sono però espressione di due artisti provenienti uno da Alba, l’altro dalla vicina Asti.
Fig. 3 - San Bonaventura da Bagnoregio; Tempera su tavola; Fine XV secolo; Gandolfino da Roreto; Galleria Sabauda; Torino.
La prima di esse (Fig. 3), dipinta dall’astigiano Gandolfino da Roreto alla fine del XV secolo, presenta san Bonaventura in veste di vescovo e cardinale, come evidenziato dalla mitra che porta in capo, dalla croce pastorale che tiene nella sinistra e dal cappello cardinalizio collocato alle spalle del seggio su cui è seduto. Del santo viene però sottolineato, attraverso il saio che porta, il suo essere francescano e, mediante il suo essere intento a leggere un libro, il suo ruolo di intellettuale.
Fig. 4 - San Bonaventura da Bagnoregio; Tempera su tavola; Fine XV secolo; Macrino d’Alba; Galleria Sabauda; Torino.
Ben diversa appare invece l’opera di Macrino d’Alba (Fig. 4) che, evocando esclusivamente gli stretti ruoli ecclesiali di san Bonaventura, nemmeno sul piano dell’abbigliamento lascia più trasparire la sua origine francescana e la sua funzione di ministro generale dell’ordine fondato dal Poverello di Assisi.
Il sottodimensionamento del suo ruolo di francescano nella complessa figura di Bonaventura da Bagnoregio
14 gennaio 2024
Cuneo
Fig. 1 - San Bonaventura da Bagnoregio; Affresco; XV secolo (1450-1470); Antonio Dragone da Monteregale; Cappella di santa Croce; Mondovì
In un’epoca in cui ormai i cristiani non erano più perseguitati e il martirio costituiva soltanto più un esempio lontano per chi voleva vivere la fede in un’epoca in cui il cristianesimo giocava ormai un ruolo di primo piano a livello sociale e culturale, la figura di Bonaventura da Bagnoregio si pone invece come un modello di estrema attualità: egli infatti, pur essendo stato un filosofo e teologo di prima grandezza, tanto da venire chiamato a insegnare all’Università della Sorbona a Parigi, sviluppò un pensiero fortemente intriso di spiritualità e di mistica. A spingere la sua riflessione in questa direzionedovette essere il suo appartenere all’ordine francescano, di cui egli fu non solo un’esponente di punta ma anche un membro convinto ed appassionato. Non è dunque strano che la Legenda aurea, sebbene parli di Bonaventura all’interno delle sue Addictiones e gli dedichi non più di una mezza pagina, insista proprio sulla dimensione spirituale della sua vita, trascuri quasi del tutto il ruolo che egli invece ebbe nel suo tempo come intellettuale e scrittore di prima grandezza. Ad essere segnalato, di san Bonaventura, è dunque in primo luogo l’aver indossato «fin da fanciullo l’abito del beato Francesco». Fatto che viene immediatamente connesso alla miracolosa guarigione che il santo stesso narra: «Ancora fanciullo ero gravemente infermo; bastò che mia madre facesse un voto per me al nostro beato Padre Francesco e fui strappato alle fauci della morte e restituito, sano e salvo, alla vita».
Il destino di San Bonaventura appare così segnato fin dalla sua più tenera età. Egli infatti non solo entrerà a far parte dell’ordine francescano, ma di quest’ultimo diventerà nel 1257, dopo parecchi anni di insegnamento universitario, ministro generale e dunque, di fatto, il responsabile dell’intero movimento fondato dal Poverello di Assisi. E, in questa veste, non furono pochi i problemi e le tensioni che egli si trovò a dover rispettivamente affrontare e sedare. Forse è per questo che la Legenda aurea ne segnala il «suo aver confutato in modo sottile» libri che contestavano il francescanesimo e ne evidenziavano gli inevitabili limiti legati a un inizio privo ancora del necessario consolidamento. E fu proprio a quest’ultimo che Bonaventura lavorò, fornendo anche della vita di Francesco quella che sarebbe col tempo divenuta la lettura ufficiale stessa dell’ordine: la cosiddetta Legenda maior, che apparve nel 1263. Un’opera nella quale l’intera vicenda del frate di Assisi, la cui vita ebbe a che fare con gesti destinati dalla loro non sempre facile comprensione a produrre nei suoi confronti giudizi di ostilità sia da parte della chiesa che delle istituzioni civili, venne di fatto “normalizzata”. Francesco venne così trasformato nell’«araldo di Dio, degno di essere amato da Cristo, imitato da noi e ammirato dal mondo (…): lo costatiamo con sicurezza indubitabile, se osserviamo come egli raggiunse il vertice della santità più eccelsa, e, vivendo in mezzo agli uomini, imitò la purezza degli angeli, fino a diventare esempio di perfezione per i seguaci di Cristo».
L’iconografia cuneese relativa a san Bonaventura, per quanto riguarda il periodo tardomedievale, appare piuttosto scarsa. Il santo di Bagnoregio, forse perché oscurato dalla figura stessa di Francesco o forse perché canonizzato solo nel 1482 e dunque oltre due secoli dopo la sua morte, vede la sua immagine apparire assai poco di frequente sulle pareti delle chiese e cappelle erette e affrescate nell’epoca qui considerata. Che tuttavia questa figura giocasse già in questo periodo un ruolo significativo nella devozione popolare, sebbene non fosse ancora stato dichiarato santo, appare ben visibile nel suo essere inserito, peraltro in una posizione simmetrica a quella del grande dottore della Chiesa Gregorio Magno, nell’affresco absidale databile ai primi due decenni della seconda metà del XV secolo e dipinto nella cappella di santa Croce a Mondovì (Fig. 1). In esso a venire rappresentato, mentre è intento a pregare di fronte ad un altare sul quale trova posto una croce, è proprio il santo francescano divenuto ministro dell’ordine. E che l’inserimento nella decorazione della cappella sia avvenuto prima che Bonaventura fosse proclamato santo è ben visibile anche osservando come quest’ultimo venga rappresentato privo di aureola, senza che tuttavia questo costituisca un impedimento al suo essere proposto alla venerazione dei fedeli. Riprova forse quest’ultima della reverenza e della devozione di cui questa figura godeva ben prima della sua canonizzazione. Il modo in cui Bonaventura è rappresentato nell’affresco absidale monregalese è tuttavia riconducibile ad un soggetto iconografico, sia precedente che successivo al suo essere proclamato santo, che prende il nome di “Visione di san Bonaventura”. Mentre la simmetrica “Visione di San Gregorio Magno” collocata nel succitato affresco absidale ha il carattere di una visione vera e propria avuta dal papa durante la peste romana del 590m quella di Bonaventura assume invece, in linea del resto con il suo essere teologo e filosofo sia pure estremamente sensibile alla spiritualità e alla mistica, un carattere di fatto intellettuale. Ad essere rappresentato da questo soggetto iconografico sarebbe cioè non tanto una visione precisa, ma piuttosto l’esito della tensione che mosse questa figura medievale a scrivere l’Itinerarium mentis in Deo: un’opera nella quale il santo di Bagnoregio, ritiratosi in preghiera sullo stesso monte nel quale Francesco ricevette le stimmate, rilegge da filosofo e teologo l’esperienza mistica del suo maestro spirituale. Un’esperienza che, legata al serafino che apparve al Poverello di Assisi, Bonaventura interpreta proprio a partire dalle sei ali dell’angelo, che egli identifica con le sei tappe che condurrebbero l’uomo alla comunione mistica con Dio. Nè di questo serafino, né di queste tappe tuttavia, risulta esserci traccia alcuna nell’affresco della cappella di santa Croce a Mondovì. Esso infatti è sostituito da un semplice angelo che, lontano da ogni allusione mistica, regge semplicemente tra le mani uno dei simboli iconografici stessi di san Bonaventura: quel cappello rosso cioè che lo identifica come cardinale e principe della chiesa.
Fig. 2 - San Bonaventura da Bagnoregio; Tempera su tavola (Polittico); Fine XV secolo; Hans Clemer; Cattedrale di Maria Vergine Assunta; Saluzzo.
Ed è proprio su questo suo ruolo ecclesiale che, insiste anche la tempera su tavola realizzata a fine XV secolo da Hans Clemer e adesso conservata nella Cattedrale di Maria Vergine Assunta a Saluzzo (Fig. 2). In esso Bonaventura vi appare, in una posizione simmetrica a san Domenico, in veste cardinalizia. Di lui non sembra essere rimasto nulla del francescano, se non la lunga e folta barba nera che ne incornicia il viso piegato verso il basso e tutto concentrato sul libro che sta leggendo. Sempre il suo ruolo di vescovo e cardinale, peraltro rimarcato dalla Legenda aurea, viene evidenziato anche in due tempere su tavola che, attualmente conservate alla Galleria Sabauda di Torino, sono però espressione di due artisti provenienti uno da Alba, l’altro dalla vicina Asti.
Fig. 3 - San Bonaventura da Bagnoregio; Tempera su tavola; Fine XV secolo; Gandolfino da Roreto; Galleria Sabauda; Torino.
La prima di esse (Fig. 3), dipinta dall’astigiano Gandolfino da Roreto alla fine del XV secolo, presenta san Bonaventura in veste di vescovo e cardinale, come evidenziato dalla mitra che porta in capo, dalla croce pastorale che tiene nella sinistra e dal cappello cardinalizio collocato alle spalle del seggio su cui è seduto. Del santo viene però sottolineato, attraverso il saio che porta, il suo essere francescano e, mediante il suo essere intento a leggere un libro, il suo ruolo di intellettuale.
Fig. 4 - San Bonaventura da Bagnoregio; Tempera su tavola; Fine XV secolo; Macrino d’Alba; Galleria Sabauda; Torino.
Ben diversa appare invece l’opera di Macrino d’Alba (Fig. 4) che, evocando esclusivamente gli stretti ruoli ecclesiali di san Bonaventura, nemmeno sul piano dell’abbigliamento lascia più trasparire la sua origine francescana e la sua funzione di ministro generale dell’ordine fondato dal Poverello di Assisi.