editoriale
Prendiamo l’attuale discussione sui temi del fine-vita. Chiunque abbia interesse all’argomento ha maturato dentro di sé un’opinione, quale che sia. Il fatto è che, consciamente o inconsciamente, per giungere ad una opinione ha fatto ricorso ad alcuni valori morali. Qualcosa di simile avviene a livello collettivo; se un giorno il parlamento legifererà in materia, i nostri politici decideranno rifacendosi ad un qualche sistema valoriale. Ma quali sono questi edifici morali a cui ci si appoggia?
Poniamoci in una prospettiva temporale: individueremo due macromodelli. Il primo, della discontinuità, ci dice che soprattutto a partire dagli anni ’60 tutto è cambiato: le persone e il loro modo di vedere la vita e il mondo, le conoscenze scientifiche e la tecnologia al suo servizio; quindi è inutile rifarsi al passato, si tratta di partire da zero istituendo nuove regole sulla base di principi condivisi. In sintesi, una bioetica nuova per un’era nuova. Il secondo, della continuità, invece ci ricorda che è vero che le cose sono cambiate e di molto, tuttavia la storia è maestra di vita e anche in campo bioetico, il passato è ricco di idee e di pensieri che vale la pena di prendere in esame, rivedendoli e correggendoli per adattarli ai tempi.
Guardiamo ora ai contenuti. Anche in questo caso si potranno identificare due modelli: bioliberale e bioconservatore. A dire il vero, il modello bioliberale abbraccia quasi completamente la teoria della discontinuità, mentre i bioeticisti bioconservatori si schierano in massima parte a favore della continuità (si definiscono conservatori proprio per questo motivo).
Proviamo a andare più in profondità. Il modello bioliberale pone al centro il singolo individuo, attribuendogli il diritto all’autodeterminazione e al raggiungimento della propria felicità (vi sarà venuta in mente la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, che inserisce la felicità tra i diritti donati da Dio ad ogni uomo). In sostanza, l’etica liberale ci dice: ciascun individuo è nato libero e ha diritto a scegliere ciò che ritiene meglio per sé. L’individualismo, inteso quale primato del soggetto (uno dei cardini della cultura occidentale), è quindi la base. Il limite, o meglio ciò che altre correnti vedono come tale, sta nel fatto che il soggetto è autoreferenziale, non deve rendere conto a nessuno se non a se stesso e può utilizzare ogni strumento a sua disposizione nel momento in cui lo ritenga buono per sé. Il rischio evidente è che la libertà perda di vista la responsabilità.
Tra le bioetiche di stampo liberale si sono sviluppate oltreoceano alcune scuole. Vediamone alcune. L’utilitarismo: ognuno ha diritto di agire secondo il proprio bene; è morale ciò che è bene per chi agisce, a patto che questo bene coincida con il bene della maggioranza della popolazione. Il contrattualismo: non esiste nessun’autorità morale “a priori”, religiosa o laica; in sua assenza, ciò che è bene o male viene stabilito da un accordo (contratto) tra persone che decidano di collaborare. L’autorità morale diventa pertanto il consenso tra le parti. Il principialismo: la libertà del mio agire, per essere morale, deve superare un filtro di quattro principi: beneficienza (l’azione deve avere conseguenze positive), non-maleficenza (contemporaneamente non deve creare danni), rispetto dell’autonomia (secondo l’etica liberale classica), giustizia. Solo a partire da questi elementi si possono produrre norme etiche.
Sull’altro fronte, Il pensiero bioconservatore si basa sul presupposto che non ci sia nessuna frattura tra il presente e il passato e che le radici del nostro agire morale affondino nell’etica dei secoli, addirittura dei millenni, che ci hanno preceduti, a partire dai Greci fino ad arrivare ai più moderni pronunciamenti: la dichiarazione di Norimberga, la convenzione di Oviedo ed altri, passando, per dire, attraverso l’Illuminismo e la Rivoluzione francese con la sua Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Ne fanno parte quelle scuole di pensiero che sostengono che la libertà individuale è imprescindibile, l’autodeterminazione auspicabile, ma esiste un qualcosa che sta prima o sopra il singolo individuo e a cui bisognerebbe guardare. Il mio agire è morale se con l’esercizio della mia libertà opero per un bene comune, “superiore”. Non è facile: ogni essere umano è dotato di coscienza e di una propria scala di valori, questo è indubbio; la sfida è portare la coscienza dal livello individuale a quello collettivo. I tempi attuali, caratterizzati da globalizzazione, multiculturalismo, relativismo non favoriscono certo questo sforzo. Un mondo multietnico è fisiologicamente multietico. Dunque da che cosa ci si può far guidare nell’esercizio della libertà? Ad esempio dalle virtù (da cui la corrente bioetica omonima), come diceva già Aristotele, poi ripreso da S. Tommaso, che codificò le quattro virtù cardinali (giustizia, fortezza, temperanza e prudenza), viste come mezzo per discernere il bene dal male. In ambito bioconservatore di stampo cattolico, il modello più seguito è quello del Personalismo Ontologicamente Fondato (POF), che nasce e si sviluppa con Mons. Elio Sgreccia. Si parte dalla scienza e dai suoi insegnamenti, si arriva al pronunciamento etico. In mezzo al percorso sta l’ontologia, vale a dire la considerazione della natura dell’essere umano. E l’essere umano è sempre persona, dal concepimento sino alla morte naturale, indipendentemente dalla capacità di autodeterminazione (che l’etica liberale pone quale prerequisito, tanto da considerare esclusi dall’agire etico ad esempio il feto o gli anziani dementi). Il POF si spinge oltre la persona, collocandola nell’orizzonte vasto del bioregno (bioetica globale) secondo una visione ecologista. Papa Francesco ha concretamente appoggiato quest’indirizzo con le due encicliche “Laudato Si’” e “Fratelli Tutti”.
È possibile un dialogo tra visioni così distanti? Certamente sarebbe auspicabile. Non che un confronto non ci sia, ma credo che nessuno abbia dimenticato le infuocate giornate sul caso Eluana Englaro e i dibattiti attuali sulla assente o carente legislazione sui cosiddetti diritti civili sono la dimostrazione vivente di quanto sia difficile intendersi.
Dall’etica alla bioetica: il modello bioliberale e quello bioconservatore
22 ottobre 2023
Cuneo
Prendiamo l’attuale discussione sui temi del fine-vita. Chiunque abbia interesse all’argomento ha maturato dentro di sé un’opinione, quale che sia. Il fatto è che, consciamente o inconsciamente, per giungere ad una opinione ha fatto ricorso ad alcuni valori morali. Qualcosa di simile avviene a livello collettivo; se un giorno il parlamento legifererà in materia, i nostri politici decideranno rifacendosi ad un qualche sistema valoriale. Ma quali sono questi edifici morali a cui ci si appoggia?
Poniamoci in una prospettiva temporale: individueremo due macromodelli. Il primo, della discontinuità, ci dice che soprattutto a partire dagli anni ’60 tutto è cambiato: le persone e il loro modo di vedere la vita e il mondo, le conoscenze scientifiche e la tecnologia al suo servizio; quindi è inutile rifarsi al passato, si tratta di partire da zero istituendo nuove regole sulla base di principi condivisi. In sintesi, una bioetica nuova per un’era nuova. Il secondo, della continuità, invece ci ricorda che è vero che le cose sono cambiate e di molto, tuttavia la storia è maestra di vita e anche in campo bioetico, il passato è ricco di idee e di pensieri che vale la pena di prendere in esame, rivedendoli e correggendoli per adattarli ai tempi.
Guardiamo ora ai contenuti. Anche in questo caso si potranno identificare due modelli: bioliberale e bioconservatore. A dire il vero, il modello bioliberale abbraccia quasi completamente la teoria della discontinuità, mentre i bioeticisti bioconservatori si schierano in massima parte a favore della continuità (si definiscono conservatori proprio per questo motivo).
Proviamo a andare più in profondità. Il modello bioliberale pone al centro il singolo individuo, attribuendogli il diritto all’autodeterminazione e al raggiungimento della propria felicità (vi sarà venuta in mente la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, che inserisce la felicità tra i diritti donati da Dio ad ogni uomo). In sostanza, l’etica liberale ci dice: ciascun individuo è nato libero e ha diritto a scegliere ciò che ritiene meglio per sé. L’individualismo, inteso quale primato del soggetto (uno dei cardini della cultura occidentale), è quindi la base. Il limite, o meglio ciò che altre correnti vedono come tale, sta nel fatto che il soggetto è autoreferenziale, non deve rendere conto a nessuno se non a se stesso e può utilizzare ogni strumento a sua disposizione nel momento in cui lo ritenga buono per sé. Il rischio evidente è che la libertà perda di vista la responsabilità.
Tra le bioetiche di stampo liberale si sono sviluppate oltreoceano alcune scuole. Vediamone alcune. L’utilitarismo: ognuno ha diritto di agire secondo il proprio bene; è morale ciò che è bene per chi agisce, a patto che questo bene coincida con il bene della maggioranza della popolazione. Il contrattualismo: non esiste nessun’autorità morale “a priori”, religiosa o laica; in sua assenza, ciò che è bene o male viene stabilito da un accordo (contratto) tra persone che decidano di collaborare. L’autorità morale diventa pertanto il consenso tra le parti. Il principialismo: la libertà del mio agire, per essere morale, deve superare un filtro di quattro principi: beneficienza (l’azione deve avere conseguenze positive), non-maleficenza (contemporaneamente non deve creare danni), rispetto dell’autonomia (secondo l’etica liberale classica), giustizia. Solo a partire da questi elementi si possono produrre norme etiche.
Sull’altro fronte, Il pensiero bioconservatore si basa sul presupposto che non ci sia nessuna frattura tra il presente e il passato e che le radici del nostro agire morale affondino nell’etica dei secoli, addirittura dei millenni, che ci hanno preceduti, a partire dai Greci fino ad arrivare ai più moderni pronunciamenti: la dichiarazione di Norimberga, la convenzione di Oviedo ed altri, passando, per dire, attraverso l’Illuminismo e la Rivoluzione francese con la sua Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Ne fanno parte quelle scuole di pensiero che sostengono che la libertà individuale è imprescindibile, l’autodeterminazione auspicabile, ma esiste un qualcosa che sta prima o sopra il singolo individuo e a cui bisognerebbe guardare. Il mio agire è morale se con l’esercizio della mia libertà opero per un bene comune, “superiore”. Non è facile: ogni essere umano è dotato di coscienza e di una propria scala di valori, questo è indubbio; la sfida è portare la coscienza dal livello individuale a quello collettivo. I tempi attuali, caratterizzati da globalizzazione, multiculturalismo, relativismo non favoriscono certo questo sforzo. Un mondo multietnico è fisiologicamente multietico. Dunque da che cosa ci si può far guidare nell’esercizio della libertà? Ad esempio dalle virtù (da cui la corrente bioetica omonima), come diceva già Aristotele, poi ripreso da S. Tommaso, che codificò le quattro virtù cardinali (giustizia, fortezza, temperanza e prudenza), viste come mezzo per discernere il bene dal male. In ambito bioconservatore di stampo cattolico, il modello più seguito è quello del Personalismo Ontologicamente Fondato (POF), che nasce e si sviluppa con Mons. Elio Sgreccia. Si parte dalla scienza e dai suoi insegnamenti, si arriva al pronunciamento etico. In mezzo al percorso sta l’ontologia, vale a dire la considerazione della natura dell’essere umano. E l’essere umano è sempre persona, dal concepimento sino alla morte naturale, indipendentemente dalla capacità di autodeterminazione (che l’etica liberale pone quale prerequisito, tanto da considerare esclusi dall’agire etico ad esempio il feto o gli anziani dementi). Il POF si spinge oltre la persona, collocandola nell’orizzonte vasto del bioregno (bioetica globale) secondo una visione ecologista. Papa Francesco ha concretamente appoggiato quest’indirizzo con le due encicliche “Laudato Si’” e “Fratelli Tutti”.
È possibile un dialogo tra visioni così distanti? Certamente sarebbe auspicabile. Non che un confronto non ci sia, ma credo che nessuno abbia dimenticato le infuocate giornate sul caso Eluana Englaro e i dibattiti attuali sulla assente o carente legislazione sui cosiddetti diritti civili sono la dimostrazione vivente di quanto sia difficile intendersi.