cuneo
Fig. 1 - San Giobbe; Affresco; Inizi XVI secolo; Anonimo; Cappella di San Rocco; Brossasco.
Nel mondo contadino di un tempo, dove le condizioni di vita erano durissime e non di rado occorreva sopportare eventi avversi piuttosto considerevoli, il riferimento alla “pazienza di Giobbe” dovette risultare un ritornello tanto ripetuto da diventare proverbiale. Questa esemplare pazienza, legata a un personaggio alla cui vicenda l’antico testamento dedica un intero libro, trova frequenti evocazioni nella Legenda aurea. E questo anche se lo scritto di Iacopo da Varagine non riserva a questa figura un capitolo specifico, utilizzandola invece spesso per segnalare la capacità dei santi e dei martiri cristiani di sopportare le tentazioni e i supplizi almeno con la stessa determinazione e fedeltà di Giobbe. Emblematico al riguardo è, ad esempio, l’articolato paragone istituito tra la figura di Giobbe e quella di San Paolo: “Tutti provano grande ammirazione di fronte a Giobbe, che fu davvero un grande atleta. Paolo tuttavia resistette nella gara non per mesi, ma per molti anni, e la sua gloria brillò non ripulendo come Giobbe le ferite della sua carne con un coccio di vaso. Egli infatti, trovandosi spesso tra le fauci di un leone umano e combattendo contro tentazioni senza numero, seppe mantenersi saldo e indurito più di una pietra” Il tutto in una prospettiva che induce la Legenda aurea a concludere, in una prospettiva che ovviamente pensa la fede in Cristo come il compimento della fede del popolo ebraico in Jahvè, che “tutto ciò che Giobbe subì nel corpo, Paolo lo soffrì nell’anima”.
Sempre in un’ottica che tendeva a pensare l’antico testamento come una sorta di propedeutica al nuovo, la vicenda di Giobbe sul piano figurativo si vide preferita la parabola evangelica di Lazzaro, anche lui capace di grande sopportazione e per questo alla sua morte accolto da Dio nello stesso “seno di Abramo” (Lc 16, 22). È forse questa la ragione per cui la presenza della figura di Giobbe, nell’iconografia destinata a decorare gli edifici sacri cuneesi di epoca tardomedievale, non risulta così diffusa, sebbene ciò non impedisca che qualche affresco a lui dedicato possa essere rinvenuto. Significativo in merito, ad esempio, il dipinto realizzato agli inizi del XVI secolo sulla facciata della cappella di San Rocco da un artista presumibilmente legato alla scuola di Pasquale Oddone (Fig. 1). In esso Giobbe, identificato come santo non solo dall’aureola che circonda il suo capo ma anche dalla iscrizione del suo nome collocata nel dipinto stesso in basso a sinistra, sembra essere rappresentato nel momento in cui il protagonista del libro biblico si rivolge a Dio dicendo: “La mia carne è ricoperta di vermi e di croste, mentre la mia pelle, ormai raggrinzita, sta andando in putrefazione” (Giob 7, 5). Ecco dunque Giobbe rappresentato, fuori dalle mura della città in cui viveva e protetto da alcune rocce, col corpo ricoperto di pustole purulente. Senza che la drammatica situazione in cui versa, come mostrano sia il suo sguardo sia le sue mani giunte, lo distolgano da una preghiera fiduciosa rivolta a Dio.
Fig. 2 - Storie di Giobbe; Polittico; Ignoto (Scuola fiamminga); XV secolo; Museo Civico; Savigliano; ©Museo Civico di Savigliano.
La limitata presenza di Giobbe come soggetto figurativo negli affreschi cuneesi tardomedievali ha però una sorta di contrappunto nella conservazione nel Museo civico di Savigliano di un polittico del XV secolo, evidentemente realizzato da un pittore di impostazione fiamminga, nel quale ad essere narrate sono proprio le “Storie di Giobbe” (Fig. 2). Protagonista di questa vicenda è proprio Giobbe che, ricco possidente e a capo di una famiglia numerosa con molto bestiame e molti servi, vede la sua fede in Dio messa alla prova da Satana. Quest’ ultimo infatti, col permesso di Dio, priva Giobbe prima di tutti i suoi beni e poi anche di tutti i suoi figli. Non riuscendo però nemmeno così a far vacillare la sua fede, Satana ottiene da Dio il permesso di colpirlo pesantemente anche nel suo corpo. A devastarlo “dalla pianta dei piedi alla cima del capo, sarà dunque una piaga maligna” (Giob 2, 7), incapace però anch’essa di far venir meno la fede in Dio di Giobbe. Né riusciranno in questo intento gli amici che, da lui definiti “consolatori molesti” (Giob. 16, 2), tentano di convincerlo che la situazione drammatica in cui è sprofondato ha come causa ultima il suo essere peccatore. A porre termine alla sofferenza di Giobbe, riproiettandolo in una situazione di prosperità migliore di quella iniziale, sarà infine l’apparire di Dio che spiegherà come per la conoscenza umana le vie attraverso cui Dio guida gli uomini verso di lui resteranno sempre incomprensibili.
Fig. 3 - Storie di Giobbe; Polittico (Pannello 1); Ignoto (Scuola fiamminga); XV secolo; Museo Civico; Savigliano; © Museo Civico di Savigliano.
Nel primo pannello (Fig. 3) ad essere rappresentata è la prosperità iniziale di Giobbe e la gratitudine che egli non manca di esprimere nei confronti di Dio per i figli, i servi e le greggi che allietano la sua esistenza. Per questo Giobbe, che porta appeso alla cintola un borsellino volto a simboleggiare la sua notevole ricchezza, viene raffigurato mentre in preghiera fa un sacrificio proprio per ringraziare dei doni ricevuti. Sullo sfondo tuttavia a profilarsi è un futuro ben diverso da quello che l’uomo in preghiera sta vivendo: Satana infatti è intento a chiedere a Dio di poterlo mettere alla prova per saggiare a fondo la sua fede, colpendolo con una serie di disgrazie destinate a fargli perdere la sua fiducia in lui.
Fig. 4 - Storie di Giobbe; Polittico (Pannello 2); Ignoto (Scuola fiamminga); XV secolo; Museo Civico; Savigliano; © Museo Civico di Savigliano.
La strategia portata avanti da Satana, per dimostrare che la fede di Giobbe è semplicemente legata alla protezione che egli gode da parte dell’Altissimo, si trasforma in azione nel secondo pannello (Fig. 4): al precipitarsi dei demoni sulla terra, non senza l’assenso di Dio, farà seguito la strage delle greggi di Giobbe, quella dei loro guardiani, la razzia dei suoi armenti e, infine, la morte dei suoi figli e delle sue figlie determinata dal crollo della casa rovinata su di loro a causa di un forte vento. Tutti fatti che, comunicati a Giobbe, contrariamente alle previsioni di Satana lo vedranno reagire accettando senza riserve la volontà divina: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!” (Giob 1, 21).
L’inattesa reazione di Giobbe non potrà che irritare fortemente Satana, inducendolo a rilanciare la sua sfida e a chiedere a Dio di poter colpire il suo servo non più indirettamente, ma nella sua stessa carne.
Fig. 5 - Storie di Giobbe; Polittico (Pannello 3); Ignoto (Scuola fiamminga); XV secolo; Museo Civico; Savigliano; © Museo Civico di Savigliano.
Ed è proprio questo momento, durissimo per colui che aveva saputo dimostrare la propria fede in Dio nonostante il peso delle disgrazie che erano ricadute su di lui, a diventare il fulcro stesso del quarto pannello (Fig. 5): così, se nel registro superiore ad essere rappresentato è il nuovo dialogo tra Dio e Satana cui l’Altissimo consentirà di prendere direttamente di mira Giobbe senza tuttavia poterlo privare della vita, al centro a trovare posto è la drammatica situazione in cui egli verrà a trovarsi dopo essere divenuto preda di una malattia che lo costringe ad abbandonare la città e a trascorrere i suoi giorni all’aperto su un pagliericcio di fortuna. E questo senza nemmeno trovare conforto nelle parole della moglie, dalla quale viene rimproverato aspramente proprio per il suo rifiuto di ribellarsi a ciò che gli sta accadendo e a colui cui anche lei attribuisce la sua malasorte.
Fig. 6 - Storie di Giobbe; Polittico (Pannello 4); Ignoto (Scuola fiamminga); XV secolo; Museo Civico; Savigliano; © Museo Civico di Savigliano.
A materializzarsi infine sull’ultimo pannello (Fig. 6) è la disputa tra Giobbe e i suoi amici che lo incalzano e cercano invano di attribuirgli la colpa di quanto gli sta accadendo. E se l’uomo colpito dalla disgrazia si rifiuterà di accettare queste tesi, a chiudere le “storie di Giobbe” narrate da questo polittico sarà l’apparire di Dio che, interloquendo con lui sulla montagna collocata sullo sfondo, loderà la sua fede, capace di accettare gli imperscrutabili disegni divini.
La storia di Giobbe e della sua fiducia in Dio a fronte delle disgrazie da cui viene colpito
23 aprile 2023
Cuneo
Fig. 1 - San Giobbe; Affresco; Inizi XVI secolo; Anonimo; Cappella di San Rocco; Brossasco.
Nel mondo contadino di un tempo, dove le condizioni di vita erano durissime e non di rado occorreva sopportare eventi avversi piuttosto considerevoli, il riferimento alla “pazienza di Giobbe” dovette risultare un ritornello tanto ripetuto da diventare proverbiale. Questa esemplare pazienza, legata a un personaggio alla cui vicenda l’antico testamento dedica un intero libro, trova frequenti evocazioni nella Legenda aurea. E questo anche se lo scritto di Iacopo da Varagine non riserva a questa figura un capitolo specifico, utilizzandola invece spesso per segnalare la capacità dei santi e dei martiri cristiani di sopportare le tentazioni e i supplizi almeno con la stessa determinazione e fedeltà di Giobbe. Emblematico al riguardo è, ad esempio, l’articolato paragone istituito tra la figura di Giobbe e quella di San Paolo: “Tutti provano grande ammirazione di fronte a Giobbe, che fu davvero un grande atleta. Paolo tuttavia resistette nella gara non per mesi, ma per molti anni, e la sua gloria brillò non ripulendo come Giobbe le ferite della sua carne con un coccio di vaso. Egli infatti, trovandosi spesso tra le fauci di un leone umano e combattendo contro tentazioni senza numero, seppe mantenersi saldo e indurito più di una pietra” Il tutto in una prospettiva che induce la Legenda aurea a concludere, in una prospettiva che ovviamente pensa la fede in Cristo come il compimento della fede del popolo ebraico in Jahvè, che “tutto ciò che Giobbe subì nel corpo, Paolo lo soffrì nell’anima”.
Sempre in un’ottica che tendeva a pensare l’antico testamento come una sorta di propedeutica al nuovo, la vicenda di Giobbe sul piano figurativo si vide preferita la parabola evangelica di Lazzaro, anche lui capace di grande sopportazione e per questo alla sua morte accolto da Dio nello stesso “seno di Abramo” (Lc 16, 22). È forse questa la ragione per cui la presenza della figura di Giobbe, nell’iconografia destinata a decorare gli edifici sacri cuneesi di epoca tardomedievale, non risulta così diffusa, sebbene ciò non impedisca che qualche affresco a lui dedicato possa essere rinvenuto. Significativo in merito, ad esempio, il dipinto realizzato agli inizi del XVI secolo sulla facciata della cappella di San Rocco da un artista presumibilmente legato alla scuola di Pasquale Oddone (Fig. 1). In esso Giobbe, identificato come santo non solo dall’aureola che circonda il suo capo ma anche dalla iscrizione del suo nome collocata nel dipinto stesso in basso a sinistra, sembra essere rappresentato nel momento in cui il protagonista del libro biblico si rivolge a Dio dicendo: “La mia carne è ricoperta di vermi e di croste, mentre la mia pelle, ormai raggrinzita, sta andando in putrefazione” (Giob 7, 5). Ecco dunque Giobbe rappresentato, fuori dalle mura della città in cui viveva e protetto da alcune rocce, col corpo ricoperto di pustole purulente. Senza che la drammatica situazione in cui versa, come mostrano sia il suo sguardo sia le sue mani giunte, lo distolgano da una preghiera fiduciosa rivolta a Dio.
Fig. 2 - Storie di Giobbe; Polittico; Ignoto (Scuola fiamminga); XV secolo; Museo Civico; Savigliano; ©Museo Civico di Savigliano.
La limitata presenza di Giobbe come soggetto figurativo negli affreschi cuneesi tardomedievali ha però una sorta di contrappunto nella conservazione nel Museo civico di Savigliano di un polittico del XV secolo, evidentemente realizzato da un pittore di impostazione fiamminga, nel quale ad essere narrate sono proprio le “Storie di Giobbe” (Fig. 2). Protagonista di questa vicenda è proprio Giobbe che, ricco possidente e a capo di una famiglia numerosa con molto bestiame e molti servi, vede la sua fede in Dio messa alla prova da Satana. Quest’ ultimo infatti, col permesso di Dio, priva Giobbe prima di tutti i suoi beni e poi anche di tutti i suoi figli. Non riuscendo però nemmeno così a far vacillare la sua fede, Satana ottiene da Dio il permesso di colpirlo pesantemente anche nel suo corpo. A devastarlo “dalla pianta dei piedi alla cima del capo, sarà dunque una piaga maligna” (Giob 2, 7), incapace però anch’essa di far venir meno la fede in Dio di Giobbe. Né riusciranno in questo intento gli amici che, da lui definiti “consolatori molesti” (Giob. 16, 2), tentano di convincerlo che la situazione drammatica in cui è sprofondato ha come causa ultima il suo essere peccatore. A porre termine alla sofferenza di Giobbe, riproiettandolo in una situazione di prosperità migliore di quella iniziale, sarà infine l’apparire di Dio che spiegherà come per la conoscenza umana le vie attraverso cui Dio guida gli uomini verso di lui resteranno sempre incomprensibili.
Fig. 3 - Storie di Giobbe; Polittico (Pannello 1); Ignoto (Scuola fiamminga); XV secolo; Museo Civico; Savigliano; © Museo Civico di Savigliano.
Nel primo pannello (Fig. 3) ad essere rappresentata è la prosperità iniziale di Giobbe e la gratitudine che egli non manca di esprimere nei confronti di Dio per i figli, i servi e le greggi che allietano la sua esistenza. Per questo Giobbe, che porta appeso alla cintola un borsellino volto a simboleggiare la sua notevole ricchezza, viene raffigurato mentre in preghiera fa un sacrificio proprio per ringraziare dei doni ricevuti. Sullo sfondo tuttavia a profilarsi è un futuro ben diverso da quello che l’uomo in preghiera sta vivendo: Satana infatti è intento a chiedere a Dio di poterlo mettere alla prova per saggiare a fondo la sua fede, colpendolo con una serie di disgrazie destinate a fargli perdere la sua fiducia in lui.
Fig. 4 - Storie di Giobbe; Polittico (Pannello 2); Ignoto (Scuola fiamminga); XV secolo; Museo Civico; Savigliano; © Museo Civico di Savigliano.
La strategia portata avanti da Satana, per dimostrare che la fede di Giobbe è semplicemente legata alla protezione che egli gode da parte dell’Altissimo, si trasforma in azione nel secondo pannello (Fig. 4): al precipitarsi dei demoni sulla terra, non senza l’assenso di Dio, farà seguito la strage delle greggi di Giobbe, quella dei loro guardiani, la razzia dei suoi armenti e, infine, la morte dei suoi figli e delle sue figlie determinata dal crollo della casa rovinata su di loro a causa di un forte vento. Tutti fatti che, comunicati a Giobbe, contrariamente alle previsioni di Satana lo vedranno reagire accettando senza riserve la volontà divina: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!” (Giob 1, 21).
L’inattesa reazione di Giobbe non potrà che irritare fortemente Satana, inducendolo a rilanciare la sua sfida e a chiedere a Dio di poter colpire il suo servo non più indirettamente, ma nella sua stessa carne.
Fig. 5 - Storie di Giobbe; Polittico (Pannello 3); Ignoto (Scuola fiamminga); XV secolo; Museo Civico; Savigliano; © Museo Civico di Savigliano.
Ed è proprio questo momento, durissimo per colui che aveva saputo dimostrare la propria fede in Dio nonostante il peso delle disgrazie che erano ricadute su di lui, a diventare il fulcro stesso del quarto pannello (Fig. 5): così, se nel registro superiore ad essere rappresentato è il nuovo dialogo tra Dio e Satana cui l’Altissimo consentirà di prendere direttamente di mira Giobbe senza tuttavia poterlo privare della vita, al centro a trovare posto è la drammatica situazione in cui egli verrà a trovarsi dopo essere divenuto preda di una malattia che lo costringe ad abbandonare la città e a trascorrere i suoi giorni all’aperto su un pagliericcio di fortuna. E questo senza nemmeno trovare conforto nelle parole della moglie, dalla quale viene rimproverato aspramente proprio per il suo rifiuto di ribellarsi a ciò che gli sta accadendo e a colui cui anche lei attribuisce la sua malasorte.
Fig. 6 - Storie di Giobbe; Polittico (Pannello 4); Ignoto (Scuola fiamminga); XV secolo; Museo Civico; Savigliano; © Museo Civico di Savigliano.
A materializzarsi infine sull’ultimo pannello (Fig. 6) è la disputa tra Giobbe e i suoi amici che lo incalzano e cercano invano di attribuirgli la colpa di quanto gli sta accadendo. E se l’uomo colpito dalla disgrazia si rifiuterà di accettare queste tesi, a chiudere le “storie di Giobbe” narrate da questo polittico sarà l’apparire di Dio che, interloquendo con lui sulla montagna collocata sullo sfondo, loderà la sua fede, capace di accettare gli imperscrutabili disegni divini.