cuneo
Quella di Giuda Iscariota, nel racconto dei Vangeli sinottici, costituisce una sorte di figura di anti-eroe. Certo gli apostoli, nel momento dell’arresto di Gesù e delle successive vicende che ne determinarono il supplizio, non si mostrarono certo coraggiosi e lo stesso Pietro non esitò a rinnegare tre volte Cristo, dichiarando di non conoscerlo di fronte a chi lo accusava di aver fatto parte della piccola comunità che era venuta costituendosi intorno al Maestro. Nessuno di loro però, peraltro successivamente pentitisi, si spinse fino a tradire Cristo e consegnarlo per denaro a quelli che sarebbero stati i suoi stessi carnefici. In questo senso Giuda sarà indicato dal Vangelo di Luca come l’apostolo nel quale “entrò” Satana stesso, mentre il Vangelo di Luca non esiterà a definirlo come un “diavolo”. Ed è proprio questo suo essere preda del tentatore ad essere rimarcato anche dalla Legenda Aurea che laddove parla di san Mattia, nell’indicarlo come colui che viene chiamato a sostituire Giuda nella comunità apostolica, sottolinea come “un buono prese il posto di un malvagio”. E la malvagità di Giuda viene enfatizzata anche dalla descrizione che ne viene fatta: omicida e parricida, oltre che incestuoso sposo della propria madre per volontà di Pilato che lo aveva accolto alla propria corte, ad un certo punto “per fare penitenza andò da Nostro Signore Gesù Cristo e implorò il perdono di tutte le sue colpe”.
Giuda però, accolto da Gesù tra i suoi discepoli e scelto come apostolo, in realtà non cambiò vita e, siccome “portava la cassa, rubava tutto ciò che davano a Gesù”. E sarebbe stata proprio questa sua avidità a spingerlo al tradimento di Gesù: Giuda infatti “vendette il Signore per trenta denari”. La scena di questo tradimento, che la Legenda aurea fissa nel mercoledì della settimana santa “perché il mercoledì il Signore fu tradito da Giuda”, non tardò ad entrare nei cicli pittorici dedicati alla passione”. Ed è proprio questa scena, la cui rilevanza è ben espressa da suo essere riuscita a ritagliarsi uno spazio specifico, a trovare posto tra i riquadri quattrocenteschi dedicati, nella Chiesa di san Fiorenzo a Bastia Mondovì (Fig. 1), alla passione di Cristo. Giuda vi appare, sia per l’abito scuro che veste sia per la barba e i capelli neri che gli incorniciano il viso, come avvolto da un’aura demoniaca. Davanti a lui i sacerdoti del tempio confabulano tra loro, presumibilmente congratulandosi per aver trovato la strada giusta per arrestare Gesù. Quello che invece sembra essere il loro capo, estraendo delle monete da uno scrigno collocato alla sua destra, le consegna a Giuda che, dopo averle afferrate le ripone in un sacchetto. Ed è proprio da questo gesto che traspare tutta l’avidità di Giuda, per nulla preoccupato di tradire colui che lo aveva scelto per stare al suo fianco, ma mosso soltanto dal desiderio di poter disporre del denaro che gli viene consegnato.
Fig. 1 - Il tradimento di Giuda; Affresco; Ignoto; XV secolo; Chiesa di san Fiorenzo; Bastia Mondovì.
L’accordo coi sacerdoti prevedeva che Giuda, che “vendette il Signore per trenta denari”, indicasse loro chi fosse Gesù e lo consegnasse così nelle loro mani. E questo perché il Maestro avrebbe rischiato di essere scambiato con Giacomo il minore che, essendo suo consanguineo, “si dice che gli assomigliasse moltissimo, tanto che molti li confondevano”. Giuda tuttavia, che era alla ricerca dell’occasione giusta per rispettare il suo patto, proseguì nella sua vita di sempre all’interno della comunità apostolica, partecipando anche all’ultima cena. Ed è proprio la presenza di Giuda a questo pasto rituale che viene rappresentata nel “ciclo della passione” realizzato agli inizi del XVI secolo nella cappella vecchia del santuario di san Magno a Castelmagno (Fig. 2). Di colui che ormai è divenuto “il traditore” ad essere sottolineata, collocandolo sul lato opposto della tavola cui siedono Gesù e gli altri apostoli, è la tensione profonda che lo separa dal Maestro e dalla sua comunità. Certo egli, come curiosamente mostra l’aureola assegnatagli al pari degli apostoli che gli stanno di fronte, sembra ancora in qualche modo legato al mondo di cui è stato parte. Ma il finto affetto da lui mostrato nei confronti di Gesù, accettando il boccone di pane da lui offertogli, e soprattutto la borsa coi trenta denari del tradimento che egli porta legata in vita, evidenziano come ormai il dado sia tratto: Giuda è ormai sul punto di mettere in atto il suo tradimento.
Fig. 2 - Giuda nell’ultima cena Affresco Giovanni Botoneri Inizi XVI secolo Cappella vecchia Santuario di san Magno Castelmagno
I giudei, andando ad arrestare Gesù, “per non sbagliarsi e prendere al suo posto Giacomo, concordarono con Giuda il segnale del bacio. Egli, infatti, conoscendoli molto bene, non aveva difficoltà a distinguerli”. Il “bacio di Giuda” così, oltre a diventare proverbiale, si trasformò anche ben presto nell’emblema visivo della rappresentazione dell’incipit della passione di Cristo: un bacio la cui falsità è radicata nel suo essere utilizzato da Giuda con un obiettivo malevolo, laddove esso dovrebbe invece costituirsi come un gesto di benevolenza e affetto. Ecco dunque proprio questo bacio catalizzare l’attenzione di chi guarda l’affresco tardo quattrocentesco incentrato sull’arresto di Gesù e inserito nella decorazione della Confraternita di San Francesco a Santa Vittoria d’Alba (Fig. 3). Ad essere posto in evidenza in quest’opera non è affatto il volto di Cristo, come ci si potrebbe aspettare, ma invece quello di Giuda. Collocata all’esterno delle rosse mura di Gerusalemme e in un contesto notturno illuminato da una lampada sorretta da uno dei soldati che si accinge ad arrestare Gesù, la scena rappresenta Giuda mentre sta abbracciando e baciando quello che era stato il suo Maestro. Un abbraccio e un bacio da cui trapela tutta la distanza che ormai separa il traditore da Gesù e che viene in qualche modo enfatizzata dallo stupore di Pietro e dell’altro apostolo dipinti alle spalle di Cristo.
Fig. 3 - Il bacio di Giuda; Affresco; Ignoto; Seconda metà XV secolo; Confraternita di san Francesco; Santa Vittoria d’Alba.
Di questo bacio Giuda si sarebbe presto pentito: egli infatti, “pur avendo confessato il suo peccato, non lo fece nella speranza del perdono”. In questa cornice priva di speranza si sarebbe conclusa la vicenda Giuda: pentitosi e restituiti i denari, egli “si allontanò e si impiccò: il suo corpo si squarciò e lasciò uscire tutti i visceri (…). Era giusto del resto che i visceri che avevano concepito il tradimento scivolassero via squarciati e che la gola da cui era uscita la voce del tradimento fosse serrata da un laccio. Ed egli morì nell’aria (…), affinché nell’aria, che è dei demoni, finisse colui che aveva offeso gli angeli nel cielo e gli uomini sulla terra”. L’aria da cui Giuda è circondato e il demonio intento a impossessarsi definitivamente della sua anima costituiscono così gli aspetti chiave della scena dipinta da Giovanni Baleison, sul finire del XV secolo, nella cappella di Notre-Dame des Fontaines a La Brigue (Fig. 4). Di grande efficacia, anche per il tratto macabro che le è intrinseco, la scena rappresenta Giuda stesso appeso ad un laccio fissato al ramo dell’albero da lui scelto per porre fine alla propria vita impiccandosi. E, se il corpo dell’apostolo pende ormai inerte, il suo volto deformato al limite del raccapricciante esprime tutta la disperazione in cui è avvolta la sua fine: una totale assenza di speranza confermata anche dal fatto che la sua anima, strappata dai suoi visceri, è colta nell’atto di divenire definitivamente preda dell’orrido diavolo che, con le sue due voraci bocche, si accinge a divorarla.
Fig. 4 - L’impiccagione di Giuda; Affresco; Seconda metà XV; Giovanni Baleison; Chapelle de Notre-Dame des Fontaines; La Brigue.
La figura negativa e inquietante di Giuda Iscariota
08 aprile 2023
Cuneo
Quella di Giuda Iscariota, nel racconto dei Vangeli sinottici, costituisce una sorte di figura di anti-eroe. Certo gli apostoli, nel momento dell’arresto di Gesù e delle successive vicende che ne determinarono il supplizio, non si mostrarono certo coraggiosi e lo stesso Pietro non esitò a rinnegare tre volte Cristo, dichiarando di non conoscerlo di fronte a chi lo accusava di aver fatto parte della piccola comunità che era venuta costituendosi intorno al Maestro. Nessuno di loro però, peraltro successivamente pentitisi, si spinse fino a tradire Cristo e consegnarlo per denaro a quelli che sarebbero stati i suoi stessi carnefici. In questo senso Giuda sarà indicato dal Vangelo di Luca come l’apostolo nel quale “entrò” Satana stesso, mentre il Vangelo di Luca non esiterà a definirlo come un “diavolo”. Ed è proprio questo suo essere preda del tentatore ad essere rimarcato anche dalla Legenda Aurea che laddove parla di san Mattia, nell’indicarlo come colui che viene chiamato a sostituire Giuda nella comunità apostolica, sottolinea come “un buono prese il posto di un malvagio”. E la malvagità di Giuda viene enfatizzata anche dalla descrizione che ne viene fatta: omicida e parricida, oltre che incestuoso sposo della propria madre per volontà di Pilato che lo aveva accolto alla propria corte, ad un certo punto “per fare penitenza andò da Nostro Signore Gesù Cristo e implorò il perdono di tutte le sue colpe”.
Giuda però, accolto da Gesù tra i suoi discepoli e scelto come apostolo, in realtà non cambiò vita e, siccome “portava la cassa, rubava tutto ciò che davano a Gesù”. E sarebbe stata proprio questa sua avidità a spingerlo al tradimento di Gesù: Giuda infatti “vendette il Signore per trenta denari”. La scena di questo tradimento, che la Legenda aurea fissa nel mercoledì della settimana santa “perché il mercoledì il Signore fu tradito da Giuda”, non tardò ad entrare nei cicli pittorici dedicati alla passione”. Ed è proprio questa scena, la cui rilevanza è ben espressa da suo essere riuscita a ritagliarsi uno spazio specifico, a trovare posto tra i riquadri quattrocenteschi dedicati, nella Chiesa di san Fiorenzo a Bastia Mondovì (Fig. 1), alla passione di Cristo. Giuda vi appare, sia per l’abito scuro che veste sia per la barba e i capelli neri che gli incorniciano il viso, come avvolto da un’aura demoniaca. Davanti a lui i sacerdoti del tempio confabulano tra loro, presumibilmente congratulandosi per aver trovato la strada giusta per arrestare Gesù. Quello che invece sembra essere il loro capo, estraendo delle monete da uno scrigno collocato alla sua destra, le consegna a Giuda che, dopo averle afferrate le ripone in un sacchetto. Ed è proprio da questo gesto che traspare tutta l’avidità di Giuda, per nulla preoccupato di tradire colui che lo aveva scelto per stare al suo fianco, ma mosso soltanto dal desiderio di poter disporre del denaro che gli viene consegnato.
Fig. 1 - Il tradimento di Giuda; Affresco; Ignoto; XV secolo; Chiesa di san Fiorenzo; Bastia Mondovì.
L’accordo coi sacerdoti prevedeva che Giuda, che “vendette il Signore per trenta denari”, indicasse loro chi fosse Gesù e lo consegnasse così nelle loro mani. E questo perché il Maestro avrebbe rischiato di essere scambiato con Giacomo il minore che, essendo suo consanguineo, “si dice che gli assomigliasse moltissimo, tanto che molti li confondevano”. Giuda tuttavia, che era alla ricerca dell’occasione giusta per rispettare il suo patto, proseguì nella sua vita di sempre all’interno della comunità apostolica, partecipando anche all’ultima cena. Ed è proprio la presenza di Giuda a questo pasto rituale che viene rappresentata nel “ciclo della passione” realizzato agli inizi del XVI secolo nella cappella vecchia del santuario di san Magno a Castelmagno (Fig. 2). Di colui che ormai è divenuto “il traditore” ad essere sottolineata, collocandolo sul lato opposto della tavola cui siedono Gesù e gli altri apostoli, è la tensione profonda che lo separa dal Maestro e dalla sua comunità. Certo egli, come curiosamente mostra l’aureola assegnatagli al pari degli apostoli che gli stanno di fronte, sembra ancora in qualche modo legato al mondo di cui è stato parte. Ma il finto affetto da lui mostrato nei confronti di Gesù, accettando il boccone di pane da lui offertogli, e soprattutto la borsa coi trenta denari del tradimento che egli porta legata in vita, evidenziano come ormai il dado sia tratto: Giuda è ormai sul punto di mettere in atto il suo tradimento.
Fig. 2 - Giuda nell’ultima cena Affresco Giovanni Botoneri Inizi XVI secolo Cappella vecchia Santuario di san Magno Castelmagno
I giudei, andando ad arrestare Gesù, “per non sbagliarsi e prendere al suo posto Giacomo, concordarono con Giuda il segnale del bacio. Egli, infatti, conoscendoli molto bene, non aveva difficoltà a distinguerli”. Il “bacio di Giuda” così, oltre a diventare proverbiale, si trasformò anche ben presto nell’emblema visivo della rappresentazione dell’incipit della passione di Cristo: un bacio la cui falsità è radicata nel suo essere utilizzato da Giuda con un obiettivo malevolo, laddove esso dovrebbe invece costituirsi come un gesto di benevolenza e affetto. Ecco dunque proprio questo bacio catalizzare l’attenzione di chi guarda l’affresco tardo quattrocentesco incentrato sull’arresto di Gesù e inserito nella decorazione della Confraternita di San Francesco a Santa Vittoria d’Alba (Fig. 3). Ad essere posto in evidenza in quest’opera non è affatto il volto di Cristo, come ci si potrebbe aspettare, ma invece quello di Giuda. Collocata all’esterno delle rosse mura di Gerusalemme e in un contesto notturno illuminato da una lampada sorretta da uno dei soldati che si accinge ad arrestare Gesù, la scena rappresenta Giuda mentre sta abbracciando e baciando quello che era stato il suo Maestro. Un abbraccio e un bacio da cui trapela tutta la distanza che ormai separa il traditore da Gesù e che viene in qualche modo enfatizzata dallo stupore di Pietro e dell’altro apostolo dipinti alle spalle di Cristo.
Fig. 3 - Il bacio di Giuda; Affresco; Ignoto; Seconda metà XV secolo; Confraternita di san Francesco; Santa Vittoria d’Alba.
Di questo bacio Giuda si sarebbe presto pentito: egli infatti, “pur avendo confessato il suo peccato, non lo fece nella speranza del perdono”. In questa cornice priva di speranza si sarebbe conclusa la vicenda Giuda: pentitosi e restituiti i denari, egli “si allontanò e si impiccò: il suo corpo si squarciò e lasciò uscire tutti i visceri (…). Era giusto del resto che i visceri che avevano concepito il tradimento scivolassero via squarciati e che la gola da cui era uscita la voce del tradimento fosse serrata da un laccio. Ed egli morì nell’aria (…), affinché nell’aria, che è dei demoni, finisse colui che aveva offeso gli angeli nel cielo e gli uomini sulla terra”. L’aria da cui Giuda è circondato e il demonio intento a impossessarsi definitivamente della sua anima costituiscono così gli aspetti chiave della scena dipinta da Giovanni Baleison, sul finire del XV secolo, nella cappella di Notre-Dame des Fontaines a La Brigue (Fig. 4). Di grande efficacia, anche per il tratto macabro che le è intrinseco, la scena rappresenta Giuda stesso appeso ad un laccio fissato al ramo dell’albero da lui scelto per porre fine alla propria vita impiccandosi. E, se il corpo dell’apostolo pende ormai inerte, il suo volto deformato al limite del raccapricciante esprime tutta la disperazione in cui è avvolta la sua fine: una totale assenza di speranza confermata anche dal fatto che la sua anima, strappata dai suoi visceri, è colta nell’atto di divenire definitivamente preda dell’orrido diavolo che, con le sue due voraci bocche, si accinge a divorarla.
Fig. 4 - L’impiccagione di Giuda; Affresco; Seconda metà XV; Giovanni Baleison; Chapelle de Notre-Dame des Fontaines; La Brigue.