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La figura di San Matteo evangelista e l’uomo alato come suo simbolo negli affreschi
07 gennaio 2023
Cuneo
L’importanza attribuita dalla Legenda aurea alla figura di san Matteo è ben visibile nel suo accostarlo a due personaggi straordinari come il re Davide e san Paolo, l’uno e l’altro pensati come espressione della capacità di Dio di trasformare il cuore di chi si pente dei propri peccati e intraprende un autentico cammino di conversione : “Ci sono tre tipi di peccati, quelli di superbia, quelli di lussuria e quelli di avarizia. Di superbia peccò Saulo che, traendo il suo nome da quel Saul considerato il più superbo dei re, perseguitò la Chiesa oltre a ogni misura. Di lussuria peccò Davide, che commise anche adulterio e, per questo adulterio, uccise il suo fedelissimo soldato Uria. Di avarizia peccò lo stesso Matteo che, per avarizia ed essendo esattore delle tasse, aspirava a turpi guadagni (...) E, benché i personaggi nominati fossero peccatori, tuttavia la loro penitenza piacque così tanto a Dio che non solo egli perdonò le loro colpe, ma anche accumulò su di loro i suoi molteplici doni: infatti fece di un feroce persecutore un fedelissimo predicatore; di un adultero e omicida un profeta e un salmista; di un avido strozzino un apostolo e un evangelista”. È dunque nella conversione dalla sua vecchia vita di peccatore a quella nuova di narratore privilegiato della storia di Gesù e annunciato- re del vangelo, fino a venire martirizzato per la fede, che Iacopo da Varagine individua la peculiarità della figura di Matteo.
Il primo aspetto di questa figura che la Legenda aurea evidenzia è “la rapidità della sua obbedienza: non appena il Cristo lo chiamò, lasciò il lavoro di esattore fiscale e, senza avere paura dei suoi superiori, lasciò a metà le sue pratiche di cambio e si dette tutto a Cristo”. Senza necessariamente istituire un rapporto diretto tra questo testo medievale e l’iconografia di san Matteo rilevabile in territorio cuneese, la cui ispirazione potrebbe derivare anche dal racconto di questa chiamata proposto in diverso modo dai vangeli sinottici, non si può non scorgere come l’eco di questo passato da esattore delle tasse non vada smarrito nella rappresentazione iconografica di Matteo pensato in quanto apostolo. A evidenziarlo è, ad esempio, la rappresentazione di questa figura all’interno della cerchia dei Dodici che assiste alla Dormitio Virginis dipinta nella chiesa di San Peyre a Stroppo (Fig. 1). L’immagine di san Matteo è quella di un uomo visibilmente anziano, come provano la barba e la capigliatura il cui biancore imprimono all’intera figura una notevole autorevolezza. Il suo volto è commosso, il suo sguardo assorto, la sua mano sinistra intenta a stringere il suo vangelo e la destra a benedire la Vergine distesa di fronte a lui e agli altri apostoli. Ed è proprio alla sua destra che l’anonimo pittore dell’affresco ha appeso un borsellino finalizzato a contenere denaro: un rimando simbolico che lega inscindibilmente la figura di questo apostolo al suo passato, rimarcando come la sua santità affondi le sue radici in un peccato da cui egli, obbedendo a Cristo, è riuscito ad emendarsi.
La focalizzazione della figura di Matteo messa a punto da Iacopo da Varazze non disdegna di narrare come egli fosse stato capace di ammansire “draghi che, sputando fuoco di zolfo dal- la bocca e dalle narici, avevano ucciso tutti gli uomini” di una città dell’Etiopia e come pregando fosse riuscito a risuscitare il figlio di un re. Essa tuttavia punta essenzialmente sulla sua grande umiltà ben visibile non solo nel suo non esitare a dichiararsi pubblicano, senza cosi nascondere in alcun modo la sua precedente vita di peccatore, ma anche nel suo accettare di essere “mano di Dio” per scrivere il Vangelo.
Proprio in questo suo ruolo di evangelista dunque l’arte cristiana ha insistito nel rappresentarlo. E questo anche per quanto riguarda l’arte sacra cuneese, come prova ad esempio l’immagine quattrocentesca di San Matteo dipinta da Segurano Cigna in un sottarco del santuario della Madonna del Carmine a Prunetto (Fig. 2). Qui l’evangelista, ben identificabile per la lunga barba che solitamente lo contraddistingue, è rappresentato nell’atto stesso di scrivere il suo vangelo utilizzando uno scrittoio tipicamente medievale. Seduto su un seggio intarsiato sul quale è appoggiato un calamaio, il santo appare assorto nella scrittura del testo sacro, eseguita servendosi di una piuma. Un cartiglio, ormai quasi illeggibile, riporta presumibilmente l’incipit del suo vangelo, mentre la tunica rossa richiama il martirio successivamente subito dal santo.
Il martirio di san Matteo, riportato dettagliatamente dalla Legenda aurea, è curiosamente legato a un re cristiano. Quest’ultimo, invaghitosi di una donna dedicatasi a Dio e messa dal santo a capo di un gruppo di vergini, offrì all’evangelista la metà del suo regno se avesse acconsentito a convincerla a diventare sua moglie. Di fronte al suo diniego, avvenuto pubblicamente durante un rito religioso, il re se ne andò infuriato. E, “quando la messa era appena finita, arrivò il boia mandato dal re: mentre Matteo stava con le braccia tese verso il cielo, il boia gli conficcò la spada nella schiena, rendendolo martire”. Ed è proprio questo martirio ad imprimere al profilo iconografico di San Matteo, praticamente in tutte le sue declinazioni, un tratto volto a rammemorarlo: la tunica rossa che, evocando il sangue versato, lo contraddistingue anche nell’affresco attribuito a Antonio Dragone da Monteregale e conservato nella cappella di san Maurizio a Castelnuovo di Ceva (Fig. 3). Anche in questo caso il santo, che il colore bianco della barba e dei capelli qualifica come molto anziano, è connotato da una tunica rossa che ne evoca il martirio anche nel rappresentarlo nelle vesti di evangelista completamente assorto nella scrittura del testo sacro po- sto sullo scrittorio che ha di fronte. Testo di cui, in questo caso visibilmente, il cartiglio che fuoriesce dal mano- scritto riporta l’inizio: “(Libro della) genealogia di Ge- sù Cristo Figlio di David e figlio di Abramo”.
Alle spalle di san Matteo, in questo stesso affresco, troviamo un altro dei simboli che lo caratterizzano proprio in quanto evangelista: quello che spesso viene indicato come un angelo, sebbene più correttamente andrebbe definito “uomo alato”. Questa figura costituisce, insieme ad altri tre esseri alati (leone, vitello e aquila), il tetramorfo: e dunque il motivo iconografico che accompagna spesso la figura del Cristo glorioso. Il te- tramorfo in una prima fase rappresentava i diversi momenti della vicenda di Cri- sto stesso, mentre successivamente verrà interpretato come simbolo dei quattro evangelisti. Ecco dunque l’uomo alato diventare il simbolo del vangelo di san Matteo, il cui incipit è costituito da una lunga genealogia che, facendo risalire Ge- sù a Davide ed Abramo, lo qualifica come messia. E dunque come colui che, incarnandosi, si connota come il redentore stesso inviato da Dio. Si spiega così sia la presenza dell’uomo alato a fianco dell’immagine di san Matteo, sia il suo utilizzo come figura singola in sostituzione dell’evangelista in questione. Ed è questa seconda funzione che l’uomo alato assume nell’affresco quattrocentesco inserito da Frater Enricus nella decorazione della volta absidale della cappella di san Bernardo di Mentone a Piozzo (Fig. 4). Avvolto in un’elegante veste bianca con il collo e le maniche orlate di rosso, ha tutta l’apparenza di un biondo angelo dalle ali variopinte che – sostituendo in tutto e per tutto la figura di san Matteo – tiene aperto tra le mani un poderoso volume identificabile proprio col suo vangelo.