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12 luglio 2026

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La figura dell’apostolo san Giacomo il maggiore e lo straordinario miracolo del giovane impiccato

27 novembre 2022

Cuneo

San Giacomo maggiore e l impiccato Affresco Tommaso Giacomo di Zebedeo, più comunemente conosciuto come Giacomo il maggiore per distinguerlo da quel Giacomo di Alfeo detto invece il minore o alternativamente definito come “il fratello di Gesù”, è uno dei tre apostoli che - insieme a Giovanni, suo fratello, e a Pietro - furono testimoni della trasfigurazione di Cristo. In realtà sul suo conto, al di là di quanto narrato dai Vangeli, si sa soltanto che fu ucciso di spada a Gerusalemme, nell’ambito di una persecuzione messa in atto da Erode Agrippa contro il nascente cristianesimo. Questa scarsità di notizie ha probabilmente indottoil fiorire attorno alla sua figura di numerose leggende, tra le quali a giocare un ruolo chiave fu quella che, diffusasi in Spagna attorno al X Secolo, lo individua come il primo annunciatore del Vangelo in quella terra. Tornato a Gerusalemme e martirizzato, il suo corpo sarebbe stato trasportato da sette suoi discepoli proprio nella penisola iberica, per seppellirlo poco distante dalla costa atlantica sulla quale per la prima volta Giacomo era precedentemente giunto in Spagna. E proprio qui, sempre secondo questa leggenda, in un luogo chiamato in latino Campus Stellae, sarebbe stato ritrovato più tardi il suo sarcofago. Su di esso si sarebbe ben presto provveduto a creare la chiesa e il convento che nel medioevo, con il nome di Santiago de Compostela, sarebbero divenuti uno dei maggiori centri cristiani di pellegrinaggio. La fama che in quella lontana epoca avrebbe avvolto questo santo si sarebbe tradotta nel diffondersi sulle pareti di chiese e piloni del territorio cuneese, lungo il quale si erano venuti sviluppando percorsi che monaci e laici attraversavano per raggiungere Compostela, di iconografie di san Giacomo maggiore. Ed esse, se spesso evocano in modo essenziale la sua figura, in taluni casi insistono invece su uno degli stupefacenti miracoli da lui compiuti dopo la morte e resi celebri proprio dalla Legenda aurea: quello noto come “miracolo dell’impiccato”. Una rappresentazione classica della figura di san Giacomo è quella dipinta, da un anonimo e nella seconda metà del Quattrocento, sulla controfacciata della chiesa di san Giovanni a Saluzzo (Fig. 1). In essa san Giacomo, simmetricamente al fratello Giovanni posto a destra della Vergine in trono, è invece collocato alla sua sinistra. Connotato da un volto austero, reso ancor più solenne dai lunghi capelli e dalla barba rossicci a loro volta incorniciati in una luminosa aureola, il santo è abbigliato con una lunga tunica ocra, sulla quale è poggiato un mantello porpora contrassegnato dalla conchiglia divenuta col tempo uno degli elementi distintivi stessi della sua iconografia. Che, attraverso il bastone tenuto nella mano desta e i sandali ai piedi, lo lega a quel viaggio che spingeva i pellegrini al santuario in cui si credeva fossero conservate le sue reliquie. Se l’abbigliamento di san Giacomo maggiore nell’affresco saluzzese richiama quello del pellegrino che si accinge al viaggio, ben diversa ne appare invece la rappresentazione messa a punto all’interno del dipinto inserito nella decorazione della parete destra della chiesa di san Fiorenzo di Bastia Mondovì. L’immagine in questione intende rendere iconograficamente visibile il paradiso, nel cuore della cui gloria ad essere incoronata regina degli angeli e dei santi, dal Padre e dal Figlio stessi, è la Vergine Maria. Ed è proprio in una posizione di rilievo che, nell’affresco in questione (Fig. 2), trova posto san Giacomo maggiore, il cui solenne abito dorato sembra voler indicare a coloro che gli sono devoti e che camminano verso Santiago de Compostela quello che è il vero punto di arrivo del loro lungo viaggio: il premio eterno di un paradiso nel quale essi potranno vivere in eterno immersi in una beatitudine senza tempo rallegrata da musiche e cori angelici. Ed è di fronte alla visione paradisiaca nella quale è ormai per sempre immerso che viene rappresentata la figura dell’apostolo in questione, connotato nella sua identità sia dalla conchiglia che campeggia sulla sua spalla destra sia dal bastone definitivamente abbandonato su di essa. Inginocchiato, con le mani giunte in preghiera, con lo sguardo rivolto verso l’alto e con il viso illuminato dalla luce dirompente del fulgido contesto che lo avvolge. Uno spazio particolarissimo, nelle iconografie di san Giacomo Maggiore rinvenibili in terra cuneese e riconducibili alle epoche del tardo medioevo e della prima modernità, è riservato alla rappresentazione dell’episodio del “miracolo dell’impiccato”: racconta la Legenda Aurea, attribuendo la narrazione a papa Callisto II, che “verso il 1090 un tedesco stava andando a Santiago con suo figlio. Si fermò nella città di Tolosa per passare la notte, L’oste lo fece ubriacare e gli nascose una coppa d’argento nel sacco. La mattina, quando si alzarono per partire, l’oste corse loro dietro come se fossero dei ladri e li accusò di aver rubato la coppa d’argento (…). Furono trascinati davanti a un giudice che sentenziò che tutti i loro beni dovessero essere dati all’oste e che uno dei due fosse impiccato. Il padre voleva morire per il figlio e il figlio per il padre: furono poi gli altri a decidere di impiccare il figlio. Il padre continuò in lacrime la sua strada verso Santiago. Passarono ventisei giorni e il padre, tornando, si fermò per rivedere il corpo del figlio. Piangeva affranto, quand’ecco che il figlio impiccato cominciò a consolarlo dicendo: ‘Babbo caro, non piangere, perché non sono mai stato così bene: sino a questo istante san Giacomo in persona mi ha sostenuto e mi ha alimentato col cibo celeste’. Sentendo queste parole il padre corse in città ad annunciare l’accaduto. I cittadini liberarono il ragazzo sano e salvo e, al suo posto, impiccarono l’oste”. È proprio da questo racconto che traggono ispirazione alcuni affreschi posti a decorazione di chiese della Granda. Tra questi vanno sicuramente segnalati quello dipinto da Tommaso e Matteo Biazaci nel corso della seconda metà del Quattrocento nella Cappella di San Martino a Busca e il ciclo invece che, narrando la vicenda in una sequenza costituita da sette riquadri, riprende visivamente nella Chiesa di san Bernardo d’Aosta di Piozzo, a metà XV secolo e ad opera di Frater Enricus, l’episodio narrato dalla Legenda aurea. Nel primo caso (Fig. 3) il fulcro della scena è rappresentato dal giovane impiccato che, abbigliato da pellegrino con tanto di bisaccia, è appeso al cappio con le mani legate. I suoi occhi tuttavia sono ben aperti, mentre la mano destra di san Giacomo maggiore, vestito da viandante e col volto concentrato sul giovane impiccato, lo sorregge per impedirgli di morire per soffocamento. Di questa stessa vicenda invece, all’interno del succitato ciclo di affreschi di Piozzo, se ne trova uno incentrato sulla scena della liberazione del giovane dal patibolo (Fig. 4): nell’iconografia in questione ad essere centrale è il giovane calato dalla forca grazie ad una scala ai piedi della quale i due genitori, entrambi contraddistinti da vestiti che ne attestano il loro essere pellegrini, attendono stupefatti di poter riabbraccia il figlio che così a lungo avevano creduto morto. 1 - San Giacomo maggiore; Affresco; anonimo; Seconda metà XV secolo; Chiesa di san Giovanni; Saluzzo.  
2 - San Giacomo maggiore in veste da pellegrino ; Affresco; Attribuzione incerta; Seconda metà del XV secolo (1472); Chiesa di san Fiorenzo; Bastia Mondovì.   3 - San Giacomo maggiore e l’impiccato; Affresco; Tommaso e Matteo Biazaci; Seconda metà del XV secolo (1470-1480); Cappella di San Martino; Busca.   4 - San Giacomo maggiore e l’impiccato; Affresco; Frater Henricus; Metà del XV secolo (1451); Chiesa di san Bernardo d’Aosta; Piozzo. (IV - continua) 
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