economia
I senza lavoro e la deriva capitalista
07 maggio 2022
Cuneo
Di fronte agli sconquassi della contemporaneità, c’è chi ha tratteggiato la necessità o l’opportunità di un ritorno a formule di vita sociale di tipo monastico, declinate in modalità religiose o anche laiche. L’idea sarebbe quella di realtà di piccoli nuclei autosufficienti dal punto di vista economico e, soprattutto, abbastanza forti e coesi da resistere alle barbarie circostanti per conservare e consegnare ai posteri le fondamenta della civiltà.
Al di là dell’ingenuità di alcuni passaggi del punto di vista in questione, almeno un aspetto della vita monastica nella sua versione benedettina meriterebbe di tornare al centro delle riflessioni che in questi tempi vengono svolte su temi come quelli del lavoro.
La Regola di San Benedetto, che si ritiene sia stata scritta intorno al 530 d.C., è un testo ricchissimo costituito da 73 intensissimi capitoli. Lo stesso motto “ora et labora” deve essere completato con quanto segue. La frase completa recita infatti: “ora et labora et lege et noli contristari in laetitia pacis” che, tradotta in italiano, più o meno è “prega, lavora e studia e, nella gioia della pace, non lasciarti abbattere dalla tristezza”.
L’indicazione dell’unione della dimensione della preghiera con quella lavorativa è quindi accompagnata a un ulteriore riferimento, cioè quello della necessità dello studio, e a una indicazione in negativo, che ha a oggetto un non fare, vale a dire il “non lasciarti abbattere dalla tristezza”.
Alcuni monaci amano sottolineare come la parte più significativa del motto sia proprio quella meno citata, e dunque proprio il comando di non permettere che la tristezza prevalga.
Alcuni acuti commentatori dei nostri giorni, tra tutti i Professori Stefano Zamagni e Luigino Bruni, hanno sottolineato l’importanza e la portata rivoluzionaria dell’affiancamento della dimensione lavorativa a quella contemplativa e di preghiera (ora et labora). Quando San Benedetto ha vissuto (tra la fine del quattrocento e la prima metà del cinquecento), il lavoro, soprattutto se manuale, non era considerata una attività nobile né, tanto meno, degna di chi aveva scelto una vita ritirata, fatta di studio e di preghiera. La svolta benedettina, sotto questo modesto punto di vista, è stata quella di unire le due sfere e di rivelare il valore di preghiera che anche il lavoro poteva e può assumere.
Oggi, di fronte a un mondo del lavoro dominato dalla logica del profitto che annienta tutto e tutti, riscoprire anche questo tipo di dignità del lavoro potrebbe essere un passaggio importante e una nuova svolta sociale e culturale.
La seconda parte del motto, tuttavia, potrebbe essere addirittura più significativa e illuminante per restituire il suo significato più profondo alle attività umane. L’esasperazione della deriva capitalista, la mercificazione del lavoro e dei lavoratori e le spirali di sfruttamento che hanno avvelenato le relazioni sono connotate da una sempre maggiore tristezza del lavoro, con tratti di disperazione.
I dati relativi al disagio emotivo e psicologico nel mondo del lavoro stanno lì a testimoniare il vuoto di senso che il solo obiettivo del profitto porta con sé. Alla disperazione di chi è senza lavoro oppure è costretto a lavorare in condizioni inaccettabili si aggiunge quella di chi, pur operando in situazioni di privilegio, percepisce di essere parte di meccanismi che non generano valore, ma contribuiscono solo a drenare ricchezza da chi ha già poco verso chi si trova nell’opulenza.
Le grandi agenzie di consulenza internazionale da qualche tempo stanno lanciando l’allarme sul costante aumento delle dimissioni anche da parte di persone giovani e di chi occupa ruoli di prestigio e ben remunerati.
Una parte sempre maggiore del mondo del lavoro è diventata triste perché ha smarrito il senso dell’operosità, che è da ricercare proprio in quelle dimensioni di preghiera, contemplativa, di studio e di relazione che il genio benedettino aveva così lucidamente indicato quasi 1500 anni fa.
La gioia della pace nella quale si deve rimanere per non essere vinti dalla tristezza diventa quindi qualcosa di più di un apprezzabile stato emotivo.
L’autenticità del desiderio di far parte di un sistema rispettoso di tutte le persone, dell’ambiente in cui viviamo e che sia coerente con tute le dimensioni della profondità umana, inclusa quella trascendente, chiede risposte che non possono più attendere.