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Sabato 23 gennaio 2021

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Visto con voi: “Ink” di Dimitris Papaioannou

Il celebre coreografo greco ha presentato il suo nuovo lavoro in prima assoluta a “TorinoDanza”

La Guida - Visto con voi: “Ink” di Dimitris Papaioannou

Era una tradizione di molti pescatori, una volta scesi a terra, mordere i polpi in mezzo agli occhi uccidendoli e poi scaraventarli sugli scogli, violentemente. Il che – tra l’altro – renderebbe le carni di quei cefalopodi più tenere e pronte per essere mangiate anche crude.

Questo gesto antico concludeva “Ink”, il nuovo lavoro – criptico e immaginifico – di Dimitris Papaioannou, superstar della danza contemporanea, presentato al Teatro Carignano di Torino (22-23 settembre), all’interno del festival “TorinoDanza” diretto da Anna Cremonini, che è riuscita a organizzare una rassegna molto ricca nonostante l’emergenza generale.

Nato nel periodo del distanziamento obbligato, frutto dalla convivenza tra l’artista e il ballerino/performer tedesco Šuka Horn, lo spettacolo mette in primo piano l’acqua, onnipresente dall’inizio alla fine dei suoi 45 minuti, scatenando nello spettatore un ricco ventaglio di suggestioni: l’acqua come elemento primigenio; l’acqua come origine del cosmo per il mito greco (l’incontro tra due dèi, Oceano e Teti, e la conseguente nascita dei fiumi e delle correnti); l’acqua come causa dell’universo nella filosofia antica (l’“arché” di Talete); l’acqua come strumento di purificazione dalle valenze magiche e/o sacrali e così via.

In uno spazio circondato da teli impermeabili neri, Papaioannou utilizza una pompa per l’irrigazione automatica per creare immagini effimere e suoni differenziati, a seconda della pressione e del tipo di gettito impiegati.

Da questo non-luogo, reso quindi fertile, emerge dal fondo una creatura che sembra umana e anfibia allo stesso tempo, una specie di talpa acquatica o una versione (senza effetti speciali o trucchi hollywoodiani) del protagonista maschile de “La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro.

Come imprigionato in lastre di plastica trasparente, che fanno da diaframma per impedire un possibile contatto (o un’eventuale contaminazione?), quest’entità inizia un confronto con il coreografo/performer. Aspro e intenso, come se tra i due ci fosse un legame che allo stesso tempo attrae e allontana. Come tra un padre e un figlio sconosciuto o tra la propria coscienza e il lato oscuro di ciascuno.

Nella seconda parte si susseguono nuove immagini e nuove azioni. Ad esempio, il polpo della conclusione (è il suo inchiostro che dà il titolo allo spettacolo?) appare ad un certo punto come cache-sexe della creatura nuda. Oppure una palla a specchi da discoteca che viene usata, dai due creando rifrazioni luminose per tutto il teatro, facendo il paio con la sfera di plastica trasparente riempita d’acqua all’inizio e utilizzata a mo’ di trottola (le sfere del cosmo antico o le bolle della diade originaria da cui prende avvio la filosofia del tedesco Sloterdijk?). O ancora la bambola/polpo che, simile ai mostri mitici metà uomo e metà animale, viene mostrata creando analogie con certo cinema horror. O infine la zolla di terra disseminata di fusti di frumento, che arriva dal fondo del palcoscenico a sottolineare forse ulteriormente (Demetra, dea del grano?) il carattere cosmogonico di quest’opera, nata come installazione ma poi diventata qualcosa di più. Decisamente qualcosa di più.

Per avere informazioni sui prossimi spettacoli della rassegna che dura fino al 23 ottobre, il sito da visitare è ovviamente www.torinodanzafestival.it.

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