editoriale

Francesco, il falegname di Lampedusa che raccoglie i relitti dei barconi e li fa rivivere come opere d’arte

"Manca ancora una vera volontà politica di garantire un’accoglienza dignitosa"

Maria Gabriella Asparaggio 26 luglio 2026

Lampedusa

Francesco Tuccio non è un politico, né un funzionario dello Stato. È un falegname. Eppure, forse più di molti altri, custodisce la memoria più autentica di Lampedusa.

Da trentacinque anni lavora il legno su questo scoglio al centro del Mediterraneo. Da quasi venti, però, quel mestiere si è trasformato in una missione. Raccoglie i relitti dei barconi dei migranti e li restituisce alla vita sotto forma di opere d’arte, piccoli pesci colorati, oggetti della quotidianità e soprattutto croci, diventate ormai simbolo universale di memoria e speranza. Nel suo laboratorio il profumo del legno si mescola ai colori degli scafi recuperati: il blu del mare, l’azzurro del cielo, il verde della speranza. Ogni asse conserva ancora i segni del viaggio e delle vite che ha trasportato e dei sogni che si sono a volte tragicamente infranti.

Come le è venuta l’idea?

Tutto è nato da un dolore profondo. Facevo parte del gruppo parrocchiale. Dal 2008 la Capitaneria di porto avvisava il nostro parroco, don Stefano, quando stavano arrivando i barconi. All’epoca lo Stato spesso era assente o cercava di minimizzare le informazioni sugli sbarchi. Così andavamo noi. Erano anni diversi. Non esistevano le banchine attrezzate del molo Favaloro. Le imbarcazioni arrivavano ovunque: nelle cale, tra gli scogli, spesso nel cuore della notte e in pieno inverno con il vento che sferzava i loro corpi.

E cosa facevate?

Partivamo con thermos di tè caldo, coperte e biscotti. Ma il momento più difficile era quando vedevano finalmente la terra. Presi dalla disperazione si buttavano in acqua convinti di essere arrivati. Invece finivano contro gli scogli. Scendevamo anche noi per tirarli fuori. Era pericoloso. Arrivavano dopo dieci giorni di navigazione, scalzi, feriti, senza più forze. Mentre il medico Pietro Bartolo prestava soccorso ai sopravvissuti e affrontava il difficile compito del riconoscimento delle vittime, la comunità parrocchiale apriva le porte della chiesa.

E l’isola come rispondeva?

Bastava una telefonata e il paese rispondeva. Anche chi durante il giorno protestava perché temeva che il turismo ne risentisse, la sera arrivava con sacchi pieni di maglioni, scarpe e giubbotti. Alla fine l’umanità vinceva sempre.

Poi c’è una data che divide la sua vita in due: il 3 ottobre 2013. Ma all’epoca era consigliere comunale accanto alla sindaca Giusi Nicolini

Alle sei e mezza del mattino mi telefonò. Mi disse soltanto: “Franco, vieni al porto. È successa una tragedia”. Quando arrivai vidi i pescatori, come Vito, Fiorino e Costantino, fare l’impossibile per salvare chi era ancora vivo. Poi iniziarono ad arrivare i corpi. Dieci, venti, cinquanta... fino a 368.

La voce si spezza. Gli occhi lacrimano. Il ricordo corre all’hangar dell’aeroporto trasformato in una gigantesca camera ardente.

Una tragedia indimenticabile fino all’ultimo dei miei giorni. Non c’erano più nemmeno le sacche per i cadaveri. I corpi erano allineati sul cemento. C’erano tanti bambini. Ne ricordo uno di sette o otto anni. Sembravano quattro fratellini uno accanto all’altro. Lo presi in braccio urlando, sperando che fosse ancora vivo. Una scena così non la metabolizzi mai. Ti resta dentro per sempre. Anche Pietro Bartolo era distrutto.

Quel dolore cerca una catarsi nella falegnameria, nell’arte del legno e da ultimo della ceramica con l’acquisto di un apposito forno.

Nel 2009, passando davanti alla discarica dove venivano accumulati i barconi sequestrati, raccolgo due assi di legno dipinte di blu. Le unisco a forma di croce. Nasce così la prima Croce di Lampedusa, portata in processione il Venerdì Santo. Provavo rabbia per quelle morti innocenti. Forse mi illudevo che lavorando quel legno avrei potuto salvare almeno il ricordo di quei bambini.

Da quel momento il suo lavoro cambia?

Realizzo una piccola croce pettorale racchiusa in uno scrigno e li affido, quasi in segreto, a un’amica della Comunità di Sant’Egidio. Sarà il cardinale Francesco Montenegro, allora arcivescovo di Agrigento, a consegnarla personalmente a Papa Francesco. Il Papa era stato eletto da poco. Quella lettera e quella croce lo colpirono profondamente. Due mesi dopo era qui, a Lampedusa.

L’8 luglio 2013 il Pontefice celebra sull’isola una Messa destinata a entrare nella storia. Utilizza proprio gli arredi liturgici costruiti da lei con il legno dei barconi: l’altare, l’ambone, il pastorale e soprattutto il calice.

Quel calice lo avevo realizzato nel 2011 con il legno della poppa di un barcone che aveva trasportato cinquecento migranti. C’era un vecchio chiodo storto che avevo tolto e rimesso sul piede del calice. Era un oggetto a cui ero profondamente legato. Quando don Stefano mi chiese di prestarlo per il Papa, all’inizio non volevo. Poi capii che quel legno aveva un destino più grande del mio. Oggi quel calice e l’ambone sono custoditi nel Museo Archeologico di Lampedusa. Le croci sono richieste in tutto il mondo. Una è entrata perfino nella collezione permanente del British Museum di Londra.

Oggi l’isola è cambiata?

Oggi è tutto istituzionalizzato, militarizzato. A noi parrocchiani non è più consentito entrare al porto. Gestiscono tutto gli enti e le forze dell’ordine. Ma questo non significa che l’accoglienza sia migliore. A volte non funzionano nemmeno i bagni per persone che arrivano dopo una settimana di mare. Manca ancora una vera volontà politica di garantire un’accoglienza dignitosa.

Sono cambiati anche i barconi?

Quelli di legno quasi non esistono più. Adesso usano imbarcazioni di lamiera saldata o gommoni con motori troppo piccoli. Affondano molto più facilmente. È come mandarli incontro alla morte.

Il suo piccolo negozio, Un mare d’arte, in via Mazzini, proprio di fronte alla chiesa, lo ha conservato?

È qui. Tra fotografie con Papa Francesco, croci e oggetti ricavati dai relitti delle imbarcazioni, ogni pezzo di legno conserva la memoria di una traversata e continua a raccontare una storia. C’è l’immagine che più di ogni altra rappresenta per me Lampedusa: una zattera nel cuore del Mediterraneo, chiamata a tendere la mano a chi fugge dalla guerra, dalla fame e dalla disperazione. Le croci nascono proprio da questa missione: restituire un nome, una dignità e un ricordo a chi non è riuscito a raggiungere quella porta d’Europa inseguita con la speranza di una vita nuova. Un destino spezzato sulle scogliere di un mare cristallino, dalle acque turchesi che ogni estate incantano migliaia di turisti, ma che custodiscono anche il silenzio di innumerevoli tragedie.




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