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Trune, rifugi, teleferica e chiaperèt lungo il cammino

17 settembre 2022

Cuneo

Vallone di Sant'Anna di Vinadio I percorsi che segnano il vallone di Sant’Anna di Vinadio offrono una varietà di tracce storiche che costituiscono una rarità nel contesto delle valli cuneesi per la loro consistenza e varietà di tipi e di epoche a cui rimandano, in riferimento alle diverse frequentazioni del vallone stesso.  Le “crotte” o “trune” Parto dalle “crotte” o “trune”, a motivo dell’ultima notizia che ho appreso al riguardo recentemente da testimoni vinadiesi. Nei profili storici curati dal Riberi e dal Ristorto si fa cenno ad alcune crotte, ricostruite o riparate più volte nel settecento ed ottocento, indicate con nomi variabili come quella del Chiaperet, di Bramafame. Si trattava di costruzioni formate da un locale coperto da una volta a botte, poste perpendicolarmente al declivio della montagna. Interessante è quanto mi è stato raccontato per la “crotta” più a valle, indicata come la “crotta dal Borgn”, cioè del cieco. All’inizio del novecento a Vinadio abitava un cieco, che nei mesi più frequentati dai pellegrini al santuario di Sant’Anna, tra giugno e settembre, veniva accompagnato presso questa “crotta”, poco a monte delle ultime borgate della Puà, Aie e Locca. Egli passava l’estate vivendo in quel rifugio, come luogo più opportuno per incontrare persone di buon cuore che, in una sosta, potevano scambiare qualche parola, condividere qualcosa da mangiare o lasciare un’elemosina. Si rinnovava sul bordo della mulattiera, ciò che avveniva alle porte dei santuari di un tempo, come il cieco guarito da Gesù, rientrando in Gerusalemme (Gv 9, 1ss) o lo storpio portato alla porta del tempio a cui Pietro donò la guarigione in nome di Gesù (Atti 3, 1ss).  Simile costruzioni erano comuni su tutto l’arco alpino e potevano formare la base su cui elevare una casa. I primi ambienti di accoglienza presso il santuario di sant’Anna erano strutture simili, e se ne ricorda il nome: Scaion, Merseret, Efferoui. Venivano ancora usate nel 1867, quando già vi era il grande ospizio a lato del santuario; in quell’anno si fece scavare dal capomastro Boffa ai loro margini un canaletto di scolo per renderle meno umide. La presenza delle “crotte” nel vallone di Sant’Anna può risalire alla metà del 1400, quando Paganino Del Pozzo allestì la mulattiera per il trasporto del sale; per la sicurezza delle merci, come sale o lana, era importante avere di posti in cui salvarle dai temporali. Salvaguardare le merci dalla pioggia era più importante del riparo per le persone o per gli animali.  Il Baraccone Le quattro crotte lungo l’antica mulattiera si trovarono leggermente fuori mano rispetto alla strada carrareccia, costruita dopo il 1919 ed ulteriormente migliorata nel 1931-32. Così se ne perse quasi memoria. Ora sono solo in parte segnalate nel ripristino degli antichi percorsi. Con la grande ripresa dei pellegrinaggi nella restaurazione d’inizio ottocento l’amministrazione del santuario provvide un posto tappa più confortevole e sicuro a circa metà percorso, nella strettoia più aspra del vallone, con la costruzione del Baraccone nel 1836. Per quei tempi era un edificio già dignitoso, tanto che nel corso dell’ottocento e fino al 1940 fu ripetutamente dato in gestione come trattoria, con possibilità di pernottamento. Si tenga conto anche della presenza di militari e delle imprese che per oltre un secolo trovarono lavoro nelle fortificazioni, che iniziarono col forte albertino nel 1834 e durarono con ondate successive fino al 1942, con le caserme e fortini in quota e opere stradali.  La strada carrozzabile  La mulattiera che si snoda nel vallone ogni anno era soggetta a rovina in più punti per caduta di valanghe e smottamenti. Non erano sufficienti gli interventi che gruppi (anche di 50-100 uomini per alcuni giorni di lavoro) facevano per riassettarla ad inizio stagione, migliorandone qualche tratto. Il primo carretto a due ruote, trainato da un mulo arrivò al santuario solo nel 1833. Il progetto di una prima strada percorribile da veicoli venne avviato nel 1917 e completato fino al santuario nel 1925.  La militarizzazione delle Alpi occidentali nei ripetuti interventi per il “vallo alpino”, portò nuovi interventi sulla strada, che dopo il 1931 era percorribile con autocarri e permise collegamenti di corriera da Cuneo a Sant’Anna, tre volte la settimana, nei due mesi estivi. Infine venne pure abbozzato un progetto di nuova strada larga sei metri che avrebbe dovuto collegare Vinadio ad Isola, con una galleria nella parte superiore sotto il colle della Lombarda.   La teleferica militare  Nel 1938, con l’inizio della costruzione della caserma alle spalle del santuario ed altre casermette a ridosso dei colli, fu costruita una teleferica da Pratolungo al colle della Lombarda, per proseguirla fino a Ciastiglione. Fu realizzata in sei settori lunghi due-tre chilometri ciascuno, per un dislivello medio di duecento metri tra le stazioni. Ogni stazione intermedia aveva un unico locale centrale spezzato nelle due direzioni di sviluppo delle rispettive tratte di percorso; qui erano piazzati i motori ed i volani; perpendicolarmente al corpo centrale si staccavano due ali minori con magazzino e alcuni vani per il personale.  La teleferica ebbe vita breve, per lo sbandamento dal settembre 1943, e fu smantellata rapidamente a fine guerra, per quanto non era già stato saccheggiato. Rimangono i ruderi delle sette stazioni, salvo un paio di esse, riusate dal santuario come rifugi per campeggi, ed una parzialmente trasformata dai margari. La teleferica permetteva collegamenti anche nella stagione invernale, quando le strade non erano praticabili, soprattutto per il rischio valanghe. Data la morfologia del vallone alcune stazioni sorsero nei paraggi delle antiche crotte. Si possono ammirare le imponenti paravalanghe che hanno resistito finora a monte della stazione prima del Baraccone.  Il progetto di impianti a fune venne riproposto negli anni ottanta per un grande comprensorio sciistico che avrebbe dovuto unire Isola 2000 a Bagni di Vinadio. Venne allestita la seggiovia da Isola 2000 al colle della Lombarda e rimase nei sogni il proseguimento in tre impianti, dalla Lombarda alla Margaria, di qui al passo della Tesina, per scendere con altro impianto a Callieri.  Fontane, piloni e “chiaperèt”  Con la costruzione della strada furono pure realizzate alcune fontane ai suoi bordi. Anche questo era un segno di novità, poiché per secoli si beveva direttamente dalle sorgenti o dai torrenti. Una è detta “Fontana del Vescovo”, a ricordo di monsignor Andrea Fiore, che ad inizio novecento soggiornava molti giorni presso il santuario e lasciava un’offerta per l’ospitalità; con una parte di quest’offerta venne sistemata la fontana che porta il suo nome.  Furono pure costruiti un paio di piloni: uno appena sopra la borgata La Puà e l’altro nel punto in cui la strada arriva in vista del santuario. Questo è frutto di una promessa fatta durante il pellegrinaggio dei vinadiesi, guidati da don Renaudo, il 24 agosto 1917 per implorare la fine della grande guerra ed il ritorno dei loro giovani al fronte. L’opera venne compiuta il 24 agosto 1919. Fino ad oggi ogni anno un pellegrinaggio di vinadiesi sale al santuario in questo giorno commemorativo. Da una vecchia cartolina raffigurante il Baraccone risulterebbe un’edicola dipinta sulla sua parete verso la strada, ma non ne rimane altro ricordo. Come segno di benvenuto anche per sciatori, don Pepino fece innalzare l’alta stele per la Madonna delle Nevi, in prossimità del santuario.   Lungo il percorso non vi sono altri segni religiosi, che non reggerebbero a causa della presenza di numerosi tratti soggetti a grandi valanghe. Rimane il sito dei “chiaperèt”, dal punto in cui salendo si vede finalmente il santuario. Si tratta di usanza diffusa nei percorsi dei grandi pellegrinaggi, da Gerusalemme a Santiago de Compostela: arrivando in vista della meta del cammino si faceva una sosta di ringraziamento, di canti di gioia, dando il nome ai siti di Mont-joie, Monte del Gozo, lì, i pellegrini deponevano le pietre portate in penitenza, quasi a lasciare il peso dei peccati. Il ripristino delle antiche mulattiere ed il “cammino di Sant’Anna” Un po’ per devozione e un po’ per moda sportiva negli ultimi decenni sono aumentate le persone che salgono a piedi da Pratolungo al santuario. Un tempo erano moltissimi nei giorni della festa, a fine luglio: arrivavano anche dalla pianura in bicicletta, lasciandola in custodia presso la scuola di Pratolungo, dove solerti paesani le custodivano con modico compenso. La maggior parte affrontava il viaggio a digiuno per poter ricevere la Comunione Eucaristica all’arrivo a Sant’Anna.  Oggi vi sono viandanti un po’ per tutti i mesi estivi; molti si avventurano anche di notte. Chi sale di giorno si trova spesso a disagio con il traffico automobilistico. Ora è possibile il percorso su antichi sentieri solo pedonali, inaugurati domenica 11 settembre. Inoltre dal 2007 vi è l’assistenza dei volontari dell’associazione “Il Cammino di Sant’Anna”. La ripresa del cammino a piedi può essere un sano esercizio per interrogarsi sul senso del cammino della vita. Non ci sarà più l’incontro con il cieco, che non poteva affrontare quei pericolosi sentieri, ma sicuramente suscitava domande ed offriva l’occasione per una condivisione umanamente e spiritualmente tonificante. Ma sia per chi affronta la salita notturna, sia per chi procede nel silenzio della natura, non mancheranno occasioni per lasciare risuonare nel cuore e nella mente l’eco del tempo, della natura, del cielo, e lasciare sgorgare lo stupore per occhi e piedi, passo dopo passo, preparandosi ad un grazie più vivo quando si raggiunge la meta del santuario.  
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