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‘Giaculin’ Para: “Quella volta che un larice mi salvò, svenuto, sotto una slavina”

16 settembre 2022

Cuneo

Giacomo Para “Sono nato il 23 marzo 1952 a Chianale, per molti sono ‘Giaculin’, ma mio padre che era andato all’anagrafe di Pontechianale solo dopo una decina di giorni per una intensa nevicata, sbagliò il mio giorno di nascita (infatti risulto nato il 25) e cambiò anche il mio nome, perché non ricordava quello concordato con mia madre!”: sorride Giacomo Para (‘Giaculin’). Lui ama lavorare il legno, conosce le montagne della Valle Varaita come le sue tasche, per anni ha lavorato sodo per recuperare la stalla poi diventata un bellissimo ristorante museo, ha fatto imprese sportive straordinarie in giro per il mondo. I suoi genitori? Mio padre Domenico (‘Minic’, classe 1911) e  mia madre Margherita Serre (‘Tin’, classe 1918) erano poveri e nel 1950 decisero di spostarsi a Chianale da Gilba, facendo il Colle del Prete con una carovana di 4 asini, carichi di roba per il trasloco. Le mie sorelle Lena (7 anni) e Caterina (5 anni) seguivano con 7 mucche. Ad aspettarli a Sampeyre c’era Beppe Dao, con il ‘Leoncino’. E poi? Furono costretti a vendere due mucche per comprare un mulo e pagare la casa dove erano andati ad abitare e già in autunno mio padre aveva pagato i debiti, grazie alla raccolta del genepy. Mia sorella Lena aiutava mia mamma nelle faccende di casa, mentre Caterina andava al pascolo. Il suo primo lavoro, Giaculin? Avevo sei anni: andavo al pascolo con le pecore. Nel 1957, una grande alluvione aveva distrutto una gran parte dei terreni agricoli di Chianale. Mi piaceva tagliare il fieno a mano ma poi per fortuna erano uscite le prime falciatrici di montagna! Negli anni dal 1972 al 1974 i muli sparirono e arrivarono i primi motocoltivatori: dovevi essere capace di fare un po’ di tutto, ma a mio padre non potevo mai dire che ero stanco! Le scuole? D’inverno nevicava e io andavo alla scuola, distante circa 300 metri, con gli sci facendo la traccia nella neve per mia sorella Assunta, che mai aspettavo: ed era meglio per me non farmi vedere dopo da mia madre, che arrabbiata per questo di certo non gradiva! Negli anni tra il 1960 e il 1965, alle Elementari di Chianale eravamo una ventina di bambini, con una pluriclasse (dalla prima alla settima) e non era molto facile né per noi ragazzi che per le maestre! L’inverno non finiva mai e io ricordo bene la maestra Irma Peirano, che ha lasciato un segno indelebile nelle famiglie e in tutti noi ragazzi: a 27 anni Irma Peirano lasciò l’insegnamento per andare in missione. Oggi è alla ‘Città dei ragazzi’ di Cuneo e quando l’ho rivista dopo 50 anni mi ha riconosciuto immediatamente dalla voce (“Ma tu sei Giaculin!”) nonostante la mia folta barba. Da ragazzo come era? Lo confesso: ero la disperazione dei miei! Andavo a caccia delle armi residue della Seconda guerra mondiale e grazie a un militare avevo imparato a smontarle per recuperare la polvere da sparo, poi da rivendere. E d’autunno? Mi dilettavo nel raccogliere e poi vendere le pelli degli animali selvatici (volpi, faine, martore, ermellini): questo lavoro mi era entrato nella testa più della Matematica! E grazie agli insegnamenti del grande ‘Stevenot’, catturavo questi animali con le trappole e non con i fucili, per non rovinare le pelli! Le esche dovevano essere messe tra le fessure delle rocce nei posti giusti dove non erano coperte dalla neve. Andavo a controllarle due volte alla settimana (di giovedì e di domenica, giorni in cui non si andava a scuola), utilizzando nella neve gli sci da fondo, anche se non avevo le pelli di foca e al posto usavo le corde. I ritorni a casa a volte erano pericolosi. Perchè? Una volta il guardiacaccia di Chianale mi aveva sequestrato le martore. Poi non mancavano i pericoli naturali e a 13 anni una slavina di lastroni di neve e ghiaccio mi ha sepolto sotto la caserma Carlo Emanuele: sono stato trasportato per oltre 200 metri, la mia fortuna è stata che mi ha salvato un piccolo larice al quale era stato agganciato uno dei miei sci, con la testa in giù! Sono svenuto e quando dopo un’ora mi sono svegliato ero senza vestiti (i lastroni mi avevano spogliato) e sono stato costretto a scendere nell’acqua gelida del Varaita per tornare a casa, perché nella piana c’era troppa neve! Sono stato una settimana a letto, pieno di lividi ed ematomi: una ‘lezione’ che nella vita mi è poi servita moltissimo! E nella bella stagione? Uno dei lavori che amavo di più era la raccolta delle erbe, da maggio a ottobre. Un lavoro redditizio che ha salvato più famiglie di montagna dalla miseria: ora è diventato un ricordo, per il sopravvento della chimica. Il suo primo pensiero al risveglio di mattina? Ringrazio di essere arrivato fino a qui e di avere avuto una vita indipendente libera e sana. Il futuro di Chianale? Abbiamo la fortuna di vivere in un contesto naturale magnifico. Con poco o niente possiamo avere tanto! Siamo uno dei ‘borghi più belli d’Italia’, ma non tutti i chianalesi si comportano di conseguenza e certi angoli di Chianale sono sporchi e trascurati. Le sue giornate, oggi? Vivo sei mesi a Chianale e sei mesi in Francia in Val Thorens, dove faccio il maestro di sci e collaboro con la locale Scuola di sci di montagna. Vorrei aprirne una a Chianale. Lei è un grande alpinista: cosa si prova quando si scala una vetta di oltre 6.500 metri di quota? Emozioni incredibili e incancellabili. I pericoli della Natura sono sempre presenti e mai bisogna prendere la montagna sottogamba! Certe scalate impegnative vanno preparate con tanti allenamenti e poi con tappe di avvicinamento di più giorni. La vita? Non è facile. Con i lavori, gli amori, le gioie, le difficoltà e i grandi dolori. Se uno accetta i dolori, può diventare meno difficile. Io sono credente e ho toccato con mano in certe situazioni che Dio c’è.
Intervista Ance Piemonte Chianale Maestro di sci Vifgili Vigdor Korn