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Lunedì 26 settembre 2022

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L’esperienza sul Lenin Pik di Federica Pellegrino

Sfiorata la cima nell'escursione nella natura immensa del Kirghizistan

La Guida - L’esperienza sul Lenin Pik di Federica Pellegrino

Boves – Un piccolo rammarico che lascia però immediatamente spazio alla soddisfazione di aver comunque sfiorato l’impresa. Due sentimenti contrapposti che emergono dalle parole di Federica Pellegrino, l’alpinista bovesana che ha visto sfumare per poche centinaia di metri il sogno di scalare il Lenin Pik in Kirghizistan.

“Purtroppo – spiega la maestra di Fontanelle – una defezione nella cordata di cui facevo parte ha fermato la nostra ascesa a quota 6400 metri. L’altra cordata che completava la nostra spedizione ha invece avuto modo di raggiungere i 7134 metri della vetta”.

L’avventura nella repubblica dell’Asia centrale è iniziata “in salita” per la Pellegrino. Problemi di salute nel prendere contatto con la quota al campo 1 (4300 metri) hanno fermato l’alpinista bovesana per alcuni giorni. Gli altri componenti della spedizione italiana hanno invece proseguito riuscendo ad acclimatarsi prima al campo 2 (5300 metri) e poi al campo 3 (6100 metri). Giorni di fitte nevicate non hanno impedito alla bovesana di allenarsi in autonomia raggiungendo vette secondarie prima di potersi nuovamente congiungere (sempre al campo 1) con i compagni di ascesa.


“Messner diceva che gli alpinisti devono essere egoisti – commenta con una punta di amarezza Federica Pellegrino -. Anche da sola non mi sono scoraggiata e ho cercato di allenarmi cercando di sfruttare al meglio l’unica opportunità che i pochi giorni rimasti e le condizioni atmosferiche avrebbero assicurato. Il fatto di aver raggiunto i 6400 metri senza essermi acclimatata nei campi intermedi è comunque per me motivo di soddisfazione e premio ai tanti sacrifici nell’ultimo anno”.

Proprio pensando a quanto di positivo fatto sia in Kirghizistan che nel lungo cammino di avvicinamento, la Pellegrino ritrova il sorriso. In questo modo conferma un pensiero di Hervè Barmasse. L’alpinista valdostano ha più volte ribadito come “la montagna insegna che il fallimento non esiste”. Ecco emergere i lati più belli ed emozionanti di questa esperienza unica.

“La montagna kirghiza – conclude la Pellegrino – con i suoi silenzi, gli spazi vasti, i fiori e gli animali mi ha offerto paesaggi meravigliosi e sconfinati. Ho beneficiato dell’immensità della natura e, anche nei ritmi lenti e concentrati dell’ascesa, ho avuto modo di pensare. Altri ricordi che custodisco gelosamente sono l’incontro con un giovane alpinista del posto che, pur privo di materiali all’avanguardia, andava avanti con determinazione e grande umanità. Provenienti da mondi diversi e lingue diverse ma accomunati dalla stessa passione. La brava guida locale Nicolai, le agenzie del posto che hanno allestito ottimamente i campi. E ancora il miscuglio di etnie, i colori e la composta dignità delle donne che ho visto nella capitale Biskek e ad Osh. L’occhio della maestra mi ha permesso anche di apprezzare la bella armonia delle famiglie kirghize. In particolare la gioia e la spontanea felicità, pur nella povertà, dei bambini che ci hanno regalato tanti sorrisi e tanta dolcezza”.

 

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